La ricetta di Piketty: un referendum sui patrimoni dei miliardari per battere la destra e finanziare transizione, scuola e sanità

La riflessione riguarda in particolare la Francia, ma sarebbe agilmente replicabile, al netto di leggeri aggiustamenti, in Italia. Thomas Piketty ha appena pubblicato sul suo blog una tanto articolata quanto semplice proposta rivolta alla sinistra francese per contrastare l’ascesa della destra nazionalista. Di cosa si tratta? In sintesi, l’economista invita le forze progressiste a indire un referendum per mettere in campo una «imposta di solidarietà nazionale» a carico dei super-ricchi. Questa misura, spiega, è ispirata a quel che venne fatto nel dopoguerra (volendo andare ancora più indietro nel tempo e alle radici della modernità, c’entra anche il motto della rivoluzione del 1789, libertà, uguaglianza, fraternità) e costituzionalmente legittima. Colpirebbe i patrimoni sopra i 100 milioni di euro e genererebbe 800 miliardi di euro che verrebbero inseriti in un fondo sovrano per finanziare la transizione energetica e un piano massiccio di investimenti in sanità, scuola e ricerca.
Scrive Piketty che la Francia dovrà compiere scelte politiche decisive nel corso del prossimo anno, quando i cittadini verranno chiamati alle urne. E al momento lo scenario è piuttosto chiaro: «Da un lato, una destra nazionalista in piena ascesa, sempre più vicina agli ambienti imprenditoriali, che intende arrivare al potere stigmatizzando l’immigrazione e gli stranieri. Nel suo bagaglio, referendum anti-migranti che consentano di “ridare voce al popolo”. Di fronte a tutto ciò, la sinistra tergiversa, esita, si divide, balbetta. Per chiarire le proprie posizioni e unire le proprie forze, la sinistra deve proporre l’adozione tramite referendum di un’imposta di solidarietà nazionale a carico dei miliardari e dei plurimiliardari. Considerato lo stato del dibattito e la portata della posta in gioco, questo è il modo migliore per risolvere la questione. La destra vuole ridare voce al popolo su identità e immigrazione. La sinistra deve fare lo stesso, ma ponendosi sul terreno della solidarietà e della giustizia. E dimostrando, tra l’altro, che il discorso anti-migranti del Rn non è altro che una copertura volta a sviare la rabbia sociale e a difendere i più ricchi».
L’economista ricorda tra l’altro che in Francia non si tiene alcun referendum dal 2005 (un fatto senza precedenti dal 1945) e che «è giunto il momento di dare fiducia ai cittadini e di restituire loro la parola su un tema che è al centro della storia del Paese dal 1789: l’uguaglianza e la fine dei privilegi». L’idea è di ispirarsi all’imposta di solidarietà nazionale adottata con l’ordinanza del 15 agosto 1945, che comprendeva due componenti: da un lato un’imposta sui patrimoni più elevati detenuti nel 1945, con un’aliquota che arrivava fino al 20% sulle fortune più ingenti; dall’altro un contributo straordinario sull’arricchimento constatato tra il 1938 e il 1945, con un’aliquota che raggiungeva il 100% per gli aumenti patrimoniali più consistenti. Nella versione aggiornata al 2027 potrebbe prevedere due componenti: da un lato, dice Piketty, un’imposta straordinaria con aliquota del 50% sugli arricchimenti superiori a 100 milioni di euro nel periodo 2017-2027; e, dall’altro, un’imposta annuale e permanente con un’aliquota del 5% sui patrimoni superiori a 100 milioni e del 10% oltre il miliardo. Il gettito, calcola l’economista, sarebbe dell’ordine di 800 miliardi di euro (400 miliardi per la componente straordinaria e 400 miliardi in 10 anni per quella permanente), pari a circa il 30% del Pil. «Si tratta di una cifra modesta se paragonata al “Lastenausgleich” tedesco del 1952, un sistema di tassazione straordinaria dei patrimoni più elevati le cui entrate rappresentavano il 60% del Pil tedesco dell’epoca, nonostante le fortune private fossero ben meno floride rispetto a quelle odierne in Francia (250% del Pil contro oltre il 500%). Per evitare qualsiasi elusione, l’imposta sarebbe dovuta in proporzione al numero di anni di residenza in Francia, cosicché l’esilio fiscale non comporterebbe un costo significativo per il fisco (un contribuente che si trasferisse all’estero dopo 60 anni di residenza in Francia continuerebbe a pagare 60/61 dell’imposta dovuta dai residenti il primo anno, 60/62 il secondo, ecc.)».
Questi 800 miliardi di euro, continua Piketti nella sua proposta alla sinistra francese, verrebbero versati sotto forma di titoli dai miliardari e dai plurimiliardari e investiti in un fondo sovrano che consentirebbe alle autorità pubbliche di riorientare gli investimenti in funzione delle priorità strategiche del Paese, in particolare in ambito energetico. Sulla base di queste nuove risorse, la Francia varerebbe un prestito straordinario di 400 miliardi per finanziare un ambizioso piano di investimenti e assunzioni nei settori della formazione, della ricerca e della sanità. «Si tratta di un nuovo contratto sociale, un altro modello di sviluppo, più sovrano, più equo e più sostenibile, su cui verrebbe indetto questo referendum (vedi il Global Justice Report: A Plan for Equality & Prosperity within Planetary Boundaries) . All’opposto del modello che ci propongono i miliardari e i tecnonazionalisti, che non hanno altro progetto se non quello di ricoprire il mondo di data center e arricchirsi sempre di più, senza alcuna preoccupazione sociale o ambientale».
Quanto alla possibile obiezione che una simile imposta di solidarietà nazionale sarebbe giuridicamente impossibile o incostituzionale, Piketty spiega che un tale argomento è incomprensibile dal punto di vista storico, poiché un’imposta simile fu applicata in Francia nel 1945 (così come, del resto, in numerosi paesi europei e in Giappone per far fronte alle sfide del dopoguerra, periodo caratterizzato da un pesante indebitamento e da un forte fabbisogno di investimenti pubblici, proprio come oggi), e che nessuna modifica costituzionale intervenuta da allora ha vietato o limitato la tassazione progressiva del patrimonio. Inoltre, aggiunge l’economista, l’articolo 11 della Costituzione consente al presidente di sottoporre agli elettori qualsiasi progetto di legge relativo alla «politica economica o sociale della nazione» (senza previa approvazione parlamentare). L’articolo 34 precisa che la fissazione delle aliquote e delle basi imponibili di ogni natura spetta alla legge (e a nessun altro). Se un presidente eletto, proponendo un simile referendum, attiva l’articolo 11 all’indomani della sua elezione, sarà semplicemente impossibile opporsi a tale iniziativa sul piano democratico. «È ovviamente possibile opporsi politicamente all’imposta – prosegue – ad esempio sostenendo che le enormi disuguaglianze patrimoniali attuali siano indispensabili per affrontare le sfide del futuro, oppure che una simile imposta sarebbe auspicabile in teoria ma facilmente aggirabile nella pratica. Queste argomentazioni risultano poco convincenti alla luce dei dati storici disponibili, ma il dibattito è legittimo. Ciò che è certo – conclude – è che bisogna smettere di nascondersi dietro pseudo-argomentazioni giuridiche e accettare di collocare la discussione sul piano politico, storico, sociale ed economico. È questo il dibattito democratico a cui gli elettori hanno diritto».
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)