La sanità italiana si regge su chi sta per mollare
C’è una notizia che di solito non fa notizia. Non ha la fotogenia di un intervento chirurgico rivoluzionario, non porta il nome di un ricercatore premiato, non si lascia racchiudere in un titolo ottimista. Eppure è la notizia più importante che possiamo raccontare in questo momento, perché riguarda le fondamenta del sistema su cui tutto il resto si regge.
Il Servizio Sanitario Nazionale sta perdendo i suoi professionisti. Li perde per esaurimento, per paura, per rabbia, per stipendi che non reggono il confronto con quelli di un Paese che dista meno di un’ora di treno. E li perde in silenzio, mentre noi continuiamo a celebrare le eccellenze – reali, per carità – di una medicina italiana che taglia traguardi straordinari in sala operatoria e in laboratorio.
Le notizie di queste settimane su queste pagine parlano chiaro, a chi vuole ascoltarle. La Lombardia corre ai ripari con borse di studio e alloggi per trattenere gli infermieri che emigrano in Svizzera, dove guadagnano il doppio senza subire aggressioni. Un report GIMBE certifica che mancano circa 500 pediatri di famiglia, con un ricambio generazionale che è un’incognita. Si moltiplicano i convegni su aggressioni al personale sanitario, turni massacranti, organici ridotti all’osso, Pronto Soccorso trasformati in trincee. Non sono segnali. Sono sirene.
Il paradosso è quasi insopportabile. Mentre la ricerca italiana conquista primati mondiali – il bisturi che opera via satellite da Roma a Pechino, le terapie geniche che liberano dalla talassemia, le neurotecnologie che aprono nuove frontiere – il sistema che dovrebbe erogare quelle cure ai cittadini funziona grazie a professionisti che lavorano sull’orlo del collasso. È come costruire un’architettura meravigliosa su fondamenta che si sgretolano.
Non è un problema nuovo. È un problema che si è scelto di non risolvere, il che è diverso.
Da anni i sindacati denunciano, le società scientifiche chiedono, le associazioni di categoria avvertono. Da anni si risponde con convegni, tavoli tecnici, dichiarazioni di intenti. Nel frattempo, chi può se ne va: in Svizzera, in Germania, nel privato, o semplicemente fuori dalla professione. Chi resta lo fa spesso per vocazione, cioè per quella forma di dedizione che è bellissima finché non diventa l’alibi con cui si giustifica ogni sopruso.
Perché bisogna dirlo con chiarezza: chiedere a un infermiere di reggere turni insostenibili in reparti sottorganico, in strutture dove rischia l’incolumità fisica, con uno stipendio che non gli permette di pagare un affitto nelle città in cui lavora, non è chiedere vocazione. È sfruttamento. E lo sfruttamento, alla lunga, distrugge anche le vocazioni più solide.
La domanda che mi pongo, e che non dovrebbe lasciare indifferente nessuno, dal paziente al legislatore, è questa: di quante eccellenze possiamo continuare a vantarci se non siamo in grado di garantire un infermiere per ogni corsia, un pediatra per ogni bambino, un medico di famiglia che risponda quando si chiama?
La medicina di precisione non serve a nulla se non c’è nessuno che la eroghi. Le terapie avanzate restano sulla carta se il sistema che le dovrebbe distribuire è tenuto in piedi dalla generosità e dalla resistenza fisica di chi ci lavora, non da politiche degne di questo nome.
C’è una cosa che il giornalismo scientifico deve fare, e che non sempre fa: ricordarsi che tra la scoperta e il paziente ci sono persone. Persone che si formano per anni, che scelgono una professione esigente e spesso pericolosa, che meritano condizioni di lavoro che non le costringano a scegliere tra la loro salute e quella degli altri.
Noi continuiamo a raccontarlo. Perché certi silenzi fanno più rumore di qualsiasi primato.
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