La scelta di Giorgio Gori è nel Pd, purché sia davvero europeista

26 Giugno 2026 - 05:30
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La scelta di Giorgio Gori è nel Pd, purché sia davvero europeista

Giorgio Gori dentro, Giorgio Gori fuori del Pd, Gori corteggiato da Elly Schlein per rappresentare i riformisti, oppure no. Se serve un riscontro recente, eccolo qua.

Bergamo, 24 giugno, interno giorno. Sala immersa nell’ombra ma sferzata implacabilmente dalla calura. Centocinquanta persone stipate alzano la temperatura dai 36 gradi ai 40 di una sauna innaturale. Città civile e mitteleuropea, Bergamo dalle 17 alle 19 di un giugno canicolare ascolta, compatta ed eroica, Paolo Gentiloni parlare d’Europa con a fianco Paolo Gastaldi e una sindaca Pd, Elena Carnevali, che non si limita a un saluto ma ripercorre con stimabile precisione le ragioni dell’unità europea.

Lassù in alto, collegato da Bruxelles, lo schermo rimanda un Giorgio Gori come al solito preparato e preciso, il secchione che compulsa dossier e note formali e informali prima di parlare.

Il duetto sull’Europa con Gentiloni non potrebbe essere più impeccabile. Convergono su tutto e l’ex presidente del Consiglio annota soddisfatto ma ironico che se dipendesse da quelli che cuociono in questa aula bergamasca, domani mattina l’Europa sarebbe già federale, compatta, finanziata e con un esercito più forte di quello cinese e russo, vicino a quello Usa, soprattutto se ci fosse in campo anche l’Ucraina.

Non una sbavatura, tutte le citazioni giuste e tutti collegamenti più adatti. Anche Paolo Gentiloni è a suo modo un secchione che non si fa mai trovare impreparato. I relatori mica sono Matteo Salvini e Giuseppe Conte e il pubblico è talmente selezionato che segue il dibattito frase per frase con competenza.

Non raccontiamo dunque nel dettaglio la visione d’Europa che scaturisce da queste due ore di dibattito. È tutto immaginabile facilmente. Potremmo segnalare la propensione degli oratori per l’utilizzo della presenza Nato in Europa facendola diventare l’hub militare di cui l’Europa ha bisogno, senza disperdersi nelle ventisette sommatorie di cannoni e carri del riarmo nazionale.

Con scrupolo da cronisti, potremmo aggiungere che Paolo Gentiloni esclude nel modo più assoluto che Le Pen/Bardella vinceranno le elezioni francesi, perché quel popolo è attento e consapevole e non si farà fregare.

Ma saltiamo alle conclusioni. Nel secondo intervento di Giorgio Gori, lungo e articolato, emerge la chiosa finale. L’ex sindaco di Bergamo chiude dicendo che questa Europa di cui si è parlato è quella in cui crede il Pd, poi si interrompe, corregge la frase e dice che per la verità non sempre e non tutto il Pd la pensa così. Una frase educata e rispettosa ma sufficiente per incoraggiare la giornalista che modera l’incontro a chiedere «ma allora, Gori, lei sta nel Pd o come si dice è in procinto di lasciarlo?».

La risposta è serenamente lapidaria. «Sono dentro il Pd, con voi, con Gentiloni». Applauso di sollievo del pubblico. Ecco dunque lo stato dei rapporti tra Giorgio Gori e Pd: sono dentro, sto con Gentiloni, che – avvicinato alla fine da chi scrive, commenta con sapienza teologica: “Extra ecclesiam, nulla salus”».

Sipario, neppure un brivido vero nel sudario bergamasco, anche se ce ne sarebbe stato bisogno.

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