La sostenibilità della durata

Quando pensiamo alla sostenibilità, pensiamo soprattutto in termini di efficienza: consumare meno energia, emettere meno CO₂, usare meno acqua, produrre meno rifiuti. Dopo decenni caratterizzati dall’idea che le risorse naturali fossero sostanzialmente inesauribili e che la crescita potesse proseguire senza vincoli ecologici, abbiamo iniziato a interrogarci sulle conseguenze dei nostri modelli di produzione e consumo. È stato un passaggio necessario, perché l’efficienza ha consentito di misurare l’impatto ambientale degli oggetti, degli edifici, degli impianti e dei processi produttivi. Oggi, tuttavia, basta farsi un giro in un centro di raccolta comunale per comprendere che uno dei temi dell’ecologia del futuro potrebbe essere un tema molto caro al passato: la durata.
Un oggetto sostenibile non è soltanto un oggetto realizzato in materiale riciclato e che consuma poco. È anche – e forse prima ancora – un oggetto che dura nel tempo. È un oggetto progettato per restare utile ed efficiente a lungo, per essere riparato a costi sostenibili. Mi è capitato, anni fa, di prolungare la vita della nostra lavatrice semplicemente sostituendone le spazzole di grafite al costo di poche decine di euro. Un episodio banale, che tuttavia mostra come la durata di un prodotto dipenda spesso dalla possibilità concreta di intervenire sui guasti, anziché considerare immediatamente l’oggetto come da sostituire.
Il fatto è che l’innovazione tecnologica ci ha abituati a pensare il progresso in termini di sostituzione. Il nuovo prende il posto del vecchio. La tecnologia di oggi rende obsoleta quella di ieri. Questo schema ha accompagnato per decenni la crescita dei consumi, alimentando una forma di desiderio permanente, una versione moderna del paradosso di Achille e la tartaruga, nella quale ogni nuovo prodotto promette di colmare una distanza, ma ne crea immediatamente un'altra, alimentando una rincorsa senza fine verso l'ultima versione disponibile. Ma un’economia realmente circolare non può limitarsi a rendere più efficiente il recupero, deve interrogarsi prima sul motivo per cui scartiamo con tanta disinvoltura.
Secondo il Global E-waste Monitor 2024, nel 2022 il mondo ha generato circa 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici. Il rapporto stima inoltre che, senza un cambio di rotta, la produzione annua di rifiuti elettronici possa raggiungere 82 milioni di tonnellate entro il 2030. Sono numeri che raccontano non soltanto un problema di gestione del fine vita, ma anche la velocità con cui trasformiamo beni ancora complessi, ricchi di materiali, energia incorporata e lavoro industriale, in oggetti dismessi.
Letta in questa chiave, la riparazione non è un gesto nostalgico, ma una strategia ambientale. Allungare la vita utile di un prodotto e ritardare la produzione di un bene sostitutivo significa ridurre la domanda di materie prime. Il riciclo rappresenta uno strumento indispensabile dell’economia circolare, ma la stessa normativa europea ricorda che la soluzione ambientalmente preferibile resta, ove possibile, evitare che il rifiuto si produca, mantenendo beni e materiali in uso il più a lungo possibile.
Una recente revisione sistematica degli studi disponibili evidenzia come l'estensione della vita utile dei prodotti rappresenti una delle strategie più efficaci dell’economia circolare per ridurre il consumo di risorse e la produzione di rifiuti. Nella stessa direzione si colloca anche l’Agenzia Europea per l’Ambiente che ha sottolineato come l’allungamento della vita utile di apparecchiature elettroniche quali smartphone, computer ed elettrodomestici possa evitare gli impatti ambientali associati alla loro sostituzione prematura. Il beneficio ambientale più rilevante deriva infatti dalla riduzione del numero di beni nuovi che devono essere prodotti per sostituire quelli dismessi. Naturalmente il ragionamento dipende dal tipo di prodotto, dal suo consumo energetico in fase d’uso, dalla disponibilità dei pezzi di ricambio, dai comportamenti dei consumatori e dai modelli industriali. Ma la direzione è chiara.
La direttiva UE 2024/1799 sul diritto alla riparazione mira a rendere la riparazione più accessibile, conveniente e riconoscibile per i consumatori. Alla stessa logica risponde il Regolamento UE 2024/1781 sull’ecodesign dei prodotti sostenibili, che sposta l’attenzione dalla sola efficienza energetica a una più ampia idea di prestazione ambientale del prodotto.
Riparare oggi è spesso difficile o economicamente poco conveniente. I ricambi non sempre sono disponibili, molti prodotti sono progettati per rendere complessi gli interventi e il costo della riparazione può avvicinarsi a quello della sostituzione. Ma è proprio qui che emerge uno degli aspetti più interessanti dell’economia circolare: la possibilità di valorizzare competenze tecniche e professionali che negli ultimi decenni si sono perdute. Tecnici, artigiani, manutentori e laboratori indipendenti rappresentano infatti una componente essenziale di un sistema economico meno dissipativo. A volte mi capita di scherzare sul fatto che, in un ipotetico scenario post apocalittico, senza persone capaci di riparare la tecnologia o di comprenderne il funzionamento, saremmo tutti spacciati.
La questione si pone nei confronti delle stesse tecnologie della transizione ecologica. Pannelli fotovoltaici, batterie, dispositivi elettronici e veicoli elettrici devono la loro sostenibilità non soltanto alla funzione che svolgono, ma anche alla loro durata, riparabilità e capacità di recuperare materiali e componenti a fine vita.
Non è detto, però, che riparare sia la scelta giusta sempre e comunque. Un frigorifero del ’95, anche se in ottime condizioni, può consumare in un anno il doppio di un modello attuale. La durata ha senso quando il prodotto che dura consuma meno di quello che lo sostituirebbe. Per questo, la responsabilità della durata deve essere cercata nella progettazione e nella realizzazione. Altrimenti, si finisce per screditare il principio stesso della durabilità, scambiando per un suo limite intrinseco ciò che è invece il risultato di precise logiche progettuali.
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