Mondo scientifico in subbuglio: i tagli di Trump ai sistemi di monitoraggio degli oceani lasceranno il mondo «al buio»

I tagli a programmi e istituti di ricerca inerenti alla crisi climatica non si contano, da quanto Donald Trump è tornato alla Casa Bianca. Ci sono quelli inflitti ai Centri nazionali di informazione ambientale, lo smantellamento del Centro nazionale per gli studi atmosferici, il colpo di spugna a 8 miliardi di finanziamenti in progetti per il clima (tutti in Stati dove aveva perso le elezioni) e via elencando. Il problema, come veniva evidenziato qualche giorno fa sulla rivista scientifica “Nature climate change”, come viene ora denunciato in un editoriale della prestigiosa rivista Science e come dicono preoccupati anche in Europa dalle parti di Copernicus, di questo passo il mondo scientifico rimarrà «al buio», e tutto per colpa di tagli che Trump e i suoi sodali stanno applicando aggirando tra l’altro la volontà del Congresso Usa. «Sebbene la ricerca goda di un sostegno bipartisan al Congresso degli Stati Uniti e la fiducia nella scienza superi il 75% in tutto il Paese, l’amministrazione Trump sembra più determinata che mai a infliggere un colpo mortale all’impresa scientifica nazionale», si legge su Science. «Dopo che la comunità scientifica ha convinto il Congresso a ripristinare la maggior parte dei tagli draconiani del presidente ai finanziamenti per la ricerca lo scorso anno, l’Ufficio di gestione e bilancio della Casa Bianca, sotto la guida di Russell Vought, ha trovato nuovi modi per aggirare la volontà del Congresso e affamare la scienza americana». L’editoriale della rivista ricorda che all’inizio di quest’anno l’Ufficio ha temporeggiato nel rilasciare le istruzioni alle agenzie federali su come distribuire i fondi stanziati dal Congresso, causando ritardi nell’erogazione. «Ora ha proposto di rivedere le regole che disciplinano la spesa dei fondi federali. Le modifiche porterebbero inevitabilmente a riduzioni dei finanziamenti non previste dalla legge e danneggerebbero la leadership degli Stati Uniti nel campo della scienza, sia nel mondo accademico che in quello industriale».
Il problema è che questi tagli inflitti a programmi e istituti americani hanno ricadute che impattano ben al di là dei confini statunitensi. Come evidenzia il Guardian riprendendo quanto segnalato da “Nature climate change” e mettendolo in connessione con le ultime decisioni della Casa Bianca, è la comunità scientifica internazionale a esprimere massima preoccupazione per la decisione di ridimensionare drasticamente l’Ocean observatories initiative (Ooi), ovvero la vasta rete di monitoraggio oceanico finanziata dalla National science foundation statunitense. Nell’articolo pubblicato su “Nature climate change” si evidenzia che la perdita di dati nel Global ocean observing system, un sistema coordinato dall’Onu per la raccolta di dati oceanici relativi al tempo e al clima da parte di diversi paesi, potrebbe compromettere le stime sul calore oceanico su cui si basano le previsioni meteorologiche, le previsioni su El Niño e la gestione della pesca. La perdita delle osservazioni statunitensi sarebbe peggiore della perdita casuale dell’80% di tutti i dati oceanici a livello mondiale, ha rilevato lo studio. Secondo i ricercatori, la sola esclusione dei dati statunitensi comporterebbe un aumento del 163% dell’errore relativo ai tassi annuali di riscaldamento degli oceani.
Samantha Burgess, responsabile strategica per il clima presso il Copernicus climate change service (C3S) – il sistema di osservazione della Terra dell’Unione europea che integra i dati spaziali europei con le misurazioni in situ per monitorare i cambiamenti e fornire previsioni – ha affermato parlando col Guardian che le osservazioni oceaniche sono «insostituibili» perché «non possiamo vedere le profondità oceaniche dallo spazio». Queste osservazioni «salvano vite umane» avvertendoci delle tempeste violente, ha aggiunto. Burgess ha dichiarato: «Abbiamo bisogno della cooperazione internazionale per ottenere le migliori osservazioni disponibili al fine di mitigare i rischi in un mondo in continua evoluzione. Senza le osservazioni oceaniche, navighiamo alla cieca».
I ricercatori definiscono la mossa della Casa Bianca dal punto di vista economico come estremamente miope: i costi per il mantenimento dei sensori sottomarini e delle boe di monitoraggio ammontano a meno di un miliardo di dollari, una cifra infinitesimale se paragonata ai 177 miliardi di dollari di danni causati dai soli disastri meteorologici e uragani negli Stati Uniti nel 2024. Le ripercussioni di questa mancanza di dati colpiranno duramente settori chiave come l’agricoltura, il mercato assicurativo e la gestione delle emergenze.
Mentre la National science foundation ha cercato di minimizzare l’operazione definendola una semplice riduzione del raggio d’azione e non una cancellazione totale, la Noaa (National oceanic and atmospheric administration), dopo i tagli decisi nei mesi scorsi ha già annunciato che non aggiornerà più alcuni specifici prodotti statistici legati ai disastri miliardari a causa di un cambio di priorità. E forse non è un caso, riguardo alla tempistica e non solo, se di fronte a questo scenario di disimpegno americano, l’Unione europea ha annunciato in questi giorni un investimento di 92 milioni di euro nel programma OceanEye per tentare di potenziare e salvaguardare il monitoraggio globale. «L’iniziativa – spiegano da Bruxelles – mira a posizionare l’Ue come principale fornitore mondiale di informazioni sugli oceani, contribuendo al 35% del sistema globale di osservazione degli oceani entro il 2035 e conquistando il 35% del mercato delle tecnologie di osservazione degli oceani».
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