La Ue corporate lobby league 2026. Le grandi imprese spendono più che mai in attività di lobbying

Secondo il rapporto “The EU corporate lobby league 2026”, pubblicato da Corporate Europe Observatory (CEO) e LobbyControl, «La spesa delle grandi imprese per le attività di lobbying presso l'Ue continua ad aumentare, e i lobbisti stanno ottenendo risultati sempre più significativi. E i risultati si vedono, nell'era della Commissione europea von der Leyen 2 – e con una maggioranza di destra al Parlamento europeo – i politici stanno attuando politiche favorevoli all'industria a un ritmo senza precedenti».
La classifica della EU corporate lobby league 2026 è stata realizzata utilizzando i dati raccolti da LobbyFacts e rivela che «Le compagnie e le associazioni di categoria con un budget annuale dichiarato per il lobbying di almeno 1 milione di euro (173 in totale) spendono collettivamente un minimo di 381,75 milioni di euro all'anno per fare pressione sulle istituzioni europee, quasi il 50% in più rispetto al 2020. La somma totale di tutte le spese aziendali per il lobbying presso l'Ue, comprese quelle inferiori a 1 milione di euro, sarebbe ovviamente ancora più alta».
CEO e LobbyControl sottolineano che «La nostra analisi conferma che le companies e le associazioni di categoria dei settori Big Tech, bancario e finanziario, energetico, chimico e agroalimentare, nonché quelle intersettoriali, sono le maggiori protagoniste dell'attività di lobbying a Bruxelles». Le imprese che spendono di più nella tech industry sono quelle che ogni anno, in assoluto, spendono di più in attività di lobbying, con 73 milioni di euro, utilizzati per opporsi a normative rigorose a tutela dei nostri diritti digitali.
I colossi dell'industria energetica (con un budget annuale di lobbying di 52 milioni di euro) stanno sfruttando crisi geopolitiche come la guerra con l'Iran per fare pressione a favore di una rinascita dei combustibili fossili, nonché per riproporre come sostenibili false soluzioni alla crisi climatica.
Le più grandi multinazionali del settore chimico e le loro associazioni di categoria stanno spendendo i fondi destinati alle attività di lobbying (per un totale di 46,5 milioni di euro) per indebolire le normative a tutela dei cittadini contro sostanze chimiche e pesticidi nocivi.
Mentre Giorgia Meloni prima all’assemblea di Confcommercio e poi direttamente in Parlamento ha nuovamente attaccato i “burocrati” europei colpevoli di mettere lacci e lacciuoli alle virtuosissime imprese, il rapporto di CEO e LobbyControl racconta tutta un’altra storia: «Stiamo vivendo un periodo di grande prosperità per le corporate lobby e questi budget in costante aumento dimostrano che le grandi imprese e le associazioni di categoria considerano questo un investimento redditizio. La più grande ondata di deregolamentazione mai vista nell'Ue ha già prodotto 10 cosiddette proposte omnibus (si tratta di pacchetti legislativi unici e di ampia portata che modificano o abrogano contemporaneamente diverse leggi e regolamenti Ue esistenti). Inoltre, la proposta dell'Ue per un cosiddetto 28esimo regime (opportunamente chiamato EU Inc.) renderà più facile per le imprese – comprese le più grandi – eludere le normative nazionali a tutela dei diritti dei lavoratori, mentre la roadmap "One Europe, One Market" della Commissione elenca un gran numero di future iniziative problematiche di deregulation legate alla competitività, come ulteriori pacchetti omnibus su energia e tassazione e un nuovo pacchetto di deregulation bancaria da adottare entro la fine del 2027. Sono in programma anche ulteriori deregulation delle procedure di autorizzazione (ad esempio per i permessi di costruzione di progetti inquinanti come miniere, data centres, impianti chimici). Nel frattempo, la Commissione ha recentemente promesso un nuovo "Piano d'azione per una profonda pulizia normativa", una valanga di ulteriori deregolamentazioni in 12 diversi settori politici, tra cui tassazione, agricoltura, trasporti, energia, clima, questioni digitali, alloggi e permessi, e altre misure che rischiano di limitare il diritto democratico dei governi nazionali di regolamentare al fine di risolvere problemi sociali e ambientali».
Il rapporto “This is what corporate capture looks like!”, pubblicato ad aprile da Corporate Europe Observatory, ha documentato che «La Commissione ha invitato direttamente l'industria a orientare questa agenda, aprendo nuovi canali di "consultazione" (tra cui "verifiche di realtà" e "dialoghi sull'attuazione") che stanno consolidando l'influenza dell'industria al centro del processo decisionale della Commissione».
Insomma, dati e fatti raccontano qualcosa di completamente diverso da quello che sembra l’inizio di una nuova lunga campagna elettorale anti-europeista di Giorgia Meloni. E dimostra anche che la deregulation che invocano la nostra presidente del Consiglio, Confcommercio e Confindustria, non solo è già in atto ma è portata avanti da una Commissione Ue sempre più a destra e nella quale il governo italiano è rappresentato da Fitto, un uomo di Fratelli d’Italia ed ex ministro di Giorgia Meloni.
In aggiunta, CEO e LobbyControl, fanno notare che «Questo è un ritratto di come le multinazionali e i loro lobbisti stiano acquisendo sempre più potere a Bruxelles. Ma è un ritratto parziale. Questo perché il registro Ue per la trasparenza delle attività di lobbying non è giuridicamente vincolante e l'assenza di sanzioni efficaci fa sì che la qualità dei dati dipenda esclusivamente da quelli forniti volontariamente dai soggetti registrati. E’ preoccupante constatare che sembra esserci un problema significativo di sottostima da parte delle imprese dei propri budget per le attività di lobbying. Per questo motivo, riteniamo che la cifra totale di 381,75 milioni di euro destinata al lobbying da queste grandi aziende sia probabilmente sottostimata. Il nostro rapporto e il dataset contengono diversi esempi di possibile sottostima da parte delle companies, che a nostro avviso meritano un'indagine da parte del segretariato del registro dei lobbisti dell'Ue. Esiste inoltre un problema sostanziale di sovrastima dei dati relativi al budget per le attività di lobbying. Delle 189 voci originali che dichiaravano un budget per il lobbying superiore a 1 milione di euro, ne abbiamo eliminate 16 in cui tale livello di spesa sembrava inverosimile, ottenendo così le 173 voci finali analizzate in questo rapporto».
A differenza di quello che racconta la destra italiana, non sono i “burocrati di Bruxelles” a condizionare le corporation ma, invece, dal rapporto emerge che «Alcune fasi del processo decisionale sono progressivamente influenzate dagli interessi delle grandi imprese a scapito di quelli dei cittadini, è urgente agire per proteggere le azioni intraprese contro le crisi climatiche e dell'inquinamento ambientale e per salvaguardare i diritti digitali».
CEO e LobbyControl concludono: «Questa analisi rafforza la necessità di barriere anti-lobbying per proteggere il processo decisionale pubblico dagli interessi commerciali. Le istituzioni dell'Ue si sono già impegnate a proteggere il proprio processo decisionale dall'influenza della lobby del tabacco e, sebbene l'attuazione di tale impegno sia tutt'altro che perfetta, questo dimostra che i funzionari comprendono l'esistenza di un precedente chiaro e giustificabile per l'adozione di barriere anti-lobbying che danneggino l'interesse pubblico. La logica di estendere un simile approccio di "barriera anti-lobbying" per proteggere le azioni intraprese in risposta alle crisi climatiche e dell'inquinamento ambientale, e per preservare i nostri diritti digitali di fronte alla minaccia delle Big Tech, è ineccepibile. Come primo passo, la Commissione dovrebbe smettere di concedere un accesso privilegiato alle lobby industriali e garantire che altre voci, ad esempio quelle del pubblico, della società civile e degli scienziati e ricercatori indipendenti, vengano ascoltate in modo forte e chiaro. Inoltre, il registro EU lobby transparency deve essere reso giuridicamente vincolante per coloro che vi sono iscritti, al fine di affrontare il grave problema dei dati inesatti che lo inquinano e che questo rapporto mette in evidenza».
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