L’ammissione degli ex comunisti Velardi e Testa: «Eravamo dalla parte sbagliata». Alla Fondazione An il libro “Siamo stati iscritti al Pci”

Claudio Velardi e Chicco Testa hanno presentato il loro libro Siamo stati iscritti al Pci (Liberilibri) nella sala convegni della Fondazione An, storicamente intitolata al segretario del Msi Augusto De Marsanich. Una circostanza piuttosto simbolica. A discuterne con gli autori c’erano Piero Sansonetti, Italo Bocchino, Antonio Giordano, Gennaro Sangiuliano e Annalisa Terranova. Percorsi di destra e di sinistra allo specchio. È andata che qualche disaccordo c’è stato tra Sansonetti e Testa e Velardi da un lato e Bocchino e Terranova dall’altro, rispettivamente sul bilancio dell’esperienza del Pci e sulla chiave di lettura del congresso di Fiuggi: potere del dibattito in cui a fare la differenza non è l’appartenenza ma la capacità di dialogare e confrontarsi su idee e visioni.
Il Pci raccontato da chi l’ha vissuto
Siamo stati iscritti al Pci, costruito su uno scambio di lettere tra i due autori, è un libro che racconta dall’interno un pezzo importante di storia italiana, è ricco di aneddoti, svela qualche retroscena inedito e restituisce il senso della politica vissuta e creduta fino in fondo. È «un flusso di coscienza», ha detto Velardi. Ma non è un’operazione nostalgia, sentimento rifiutato dal giornalista quasi con una presa di posizione ideologica. È piuttosto un contributo per cercare di capire meglio l’Italia di oggi e quale ruolo ha avuto il Pci nel consegnarcela gravata da debolezze strutturali con cui ancora facciamo i conti.
Il bilancio di Testa e Velardi
Nella riflessione degli autori il bilancio non è dei più felici, tanto che scrivono che «non c’è alcun dubbio che noi fossimo dalla parte sbagliata» e giudicano un passaggio salvifico per la storia nazionale la sconfitta di Togliatti e la vittoria di De Gasperi nel 1948. «Saremmo diventati una Jugoslavia di serie B», ha detto Testa nel corso del dibattito, contestando la tesi opposta di Sansonetti, convinto anche del fatto che «non c’è alcun dubbio che eravamo dalla parte giusta». «Nel Pci c’era una ambiguità, una ipocrisia che ha impedito che diventasse un partito compiutamente democratico», ha ammesso Testa, spiegando che la discussione sul tema non può ancora appartenere agli storici, come auspicato da Terranova rispetto al periodo nel suo complesso, perché «la sinistra continua ad avere quei difetti e anche la destra ne mantiene alcuni».
La volontà di «indurre una riflessione»
Con una poderosa dose di onestà intellettuale, i due autori hanno parlato di un Pci dalle forti pulsioni staliniste, hanno dato conto di scelte brutali compiute dai vertici del partito, della fascinazione per i regimi comunisti dell’epoca da cui non era esente neanche Berlinguer, di cui di fatto smontano il mito. «I problemi irrisolti della democrazia e dello sviluppo dell’Italia fanno capo a quel periodo, di cui il Pci è stato un protagonista e dunque il Pci ha contribuito alla mancata modernizzazione dell’Italia», ha detto Velardi, spiegando che la riflessione su questo tema «ha spinto me e Chicco a scrivere questo libro» con l’obiettivo di «indurre una riflessione: proviamo a ragionare insieme su come risolvere questi problemi».
Giordano: «La pacificazione è un dovere»
Ma la leva che ha portato Fondazione An e Secolo d’Italia a organizzare il dibattito del 7 luglio non è stato l’interesse per il disvelamento degli aspetti deteriori dell’esperienza comunista raccontati nel libro. L’incontro è nato con altro scopo da un’idea di Giordano, accolta immediatamente da Velardi, nella circostanza fortuita di un incontro in tv. «Velardi e Testa – ha spiegato il deputato di FdI e vicepresidente della Fondazione An – ci aiutano a fare un passo avanti in una delle grandi missioni della Fondazione: la pacificazione». «Un dovere degli uomini di buona volontà», l’ha definita Giordano, rendendo merito al metodo del confronto con l’altro da sé impostato da Giorgia Meloni fin dalle primissime edizioni di Atreju. «Si può essere avversari, ma non si deve essere nemici», ha sottolineato il deputato. Il metodo dell’apertura e dialogo rispettoso, dunque, prima del merito del libro.
Quando essere avversari non significava essere nemici
Del resto, proprio la sala De Marsanich racconta che c’è stato un tempo in cui il rispetto per l’avversario anche più distante non era una chimera: «Qui – ha ricordato Terranova – fu allestita la camera ardente di Almirante e Romualdi (morirono a un giorno di distanza uno dall’altro, ndr), dove ricevettero l’omaggio di Nilde Iotti e Pajetta». «C’era rispetto, c’era un modello di partito e di comunità politica che si ritrovava anche nelle parti opposte», ha ricordato Bocchino, non nascondendo – rispetto a questo sì – una certa «nostalgia». Da questo punto di vista nei partiti strutturati si parlava una lingua comune, e non solo a livello istituzionale.
Storie allo specchio
È stato Sangiuliano a ricordare che all’epoca in cui era segretario giovanile della sezione Berta del Msi di Napoli era prassi che ci fosse il rispetto anche di alcuni spazi di agibilità politica: «Il Pci erano molto più organizzato di noi, ma nell’ultima sera di campagna elettorale non venivano mai ad attaccare i manifesti a via Foria (dove c’era la Berta, ndr)». «Forse io e Genni dovremmo scrivere “Siamo stati iscritti al Msi”», ha scherzato Bocchino, che di Sangiuliano era vice.
L’esergo «Non rinnego e non rimpiango». Ricorda qualcosa?
Sarebbero però diverse le premesse («Noi siamo stati figli di un Dio minore, costretti a vivere in uno steccato dove la società ci aveva chiuso», ha ricordato il direttore editoriale del Secolo d’Italia, mentre i relatori di sinistra hanno ricordato il potere reale esercitato dal Pci). Probabilmente lo sarebbero anche le conclusioni, nonostante l’esergo scelto per Siamo stati iscritti al Pci rimandi ancora una volta a destini incrociati: «Non rinnego e non rimpiango. Miriam Mafai». Gli autori conoscono bene il «non rinnegare, non restaurare» del Msi, quello che Chicco Testa ha ammesso di non sapere è che a coniare lo slogan non fu De Marsanich ma il figlio della sorella: Alberto Moravia.
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