Andrea Abodi e il futuro dello sport italiano, dagli stadi di Euro 2032 alle scuole

08 Luglio 2026 - 11:46
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A bordo di Nave Amerigo Vespucci, durante la sosta a New York per i duecentocinquanta anni dell’indipendenza americana, abbiamo incontrato Andrea Abodi, Ministro per lo Sport e i Giovani. Con lui abbiamo parlato della candidatura dell’Italia a Euro 2032, dei nuovi stadi, dell’eredità di Milano-Cortina e dello sport di base, tra grandi eventi e periferie.

Ministro, il dossier per Euro 2032 entra in una fase decisiva. Al di là del rispetto delle scadenze UEFA, che occasione rappresenta questa candidatura per cambiare davvero il volto degli impianti sportivi italiani e rafforzare l’immagine del Paese all’estero?

È un appuntamento che deve avere un impatto culturale, deve farci cambiare un po’ il paradigma che riguarda le infrastrutture materiali, sperando che in futuro non si abbia bisogno di un appuntamento per fare quello che è necessario fare. Il nostro è un Paese che spesso ha bisogno di uno stimolo, di una scadenza. Credo sia molto importante che nel 2026 stiamo discutendo di quello che deve succedere nel 2032. Per la prima volta il Governo italiano sta mettendo insieme un pacchetto di soluzioni di carattere amministrativo e finanziario, proprio per togliere ogni alibi, per rimuovere ogni resistenza e ogni vincolo. Non è un caso che abbiamo dieci progetti stadio che stanno andando avanti soltanto tra le città più importanti, a partire da Roma e Milano, e questo è il segnale che stiamo andando nella direzione giusta, per quanto in ritardo. Sono stadi con caratteristiche internazionali, grazie anche agli investimenti di investitori internazionali, in alcuni casi a matrice americana. Il Milan e l’Inter a Milano e la Roma hanno esattamente queste caratteristiche, e l’auspicio è che la cultura, il know-how e il marketing internazionale facciano evolvere il sistema calcistico. Dal punto di vista sportivo siamo già più avanti in senso generale, è il calcio a essere rimasto un pochino indietro, lo testimoniano la mancanza dell’Italia al Mondiale e la difficoltà con cui le nostre squadre vanno avanti anche a livello europeo.

Tra gli stadi che potrebbero entrare nel dossier c’è anche il futuro impianto della Roma a Pietralata. Quali saranno gli elementi decisivi nella scelta finale e che idea di stadio ha in mente per l’Italia dei prossimi decenni?

Lo stadio della Roma sta avendo una velocizzazione dell’iter amministrativo, quindi oggi possiamo dire con ragionevole certezza che verrà realizzato e che l’iter si concluderà in pochi mesi, grazie al lavoro del Commissario di Governo che ha questa titolarità, non soltanto per Roma, di ridurre e comprimere i tempi. Sarà uno stadio fantastico, anche di nuova conformazione, uno stadio asimmetrico nel quale la curva dei tifosi di casa sarà ancora più monumentale del resto dell’impianto, a dimostrazione della volontà di far sentire la presenza e la passione del pubblico, che è il motore del calcio. Saranno stadi con la caratteristica della funzionalità, dell’accessibilità e della sostenibilità economica, ma anche ambientale. In gran parte avranno un saldo positivo di energia, perché credo che la copertura dello stadio debba essere necessariamente un impianto fotovoltaico. Nulla di particolarmente straordinario, ma da noi non è praticamente mai successo, quindi una novità che mi auguro possa essere un elemento di indirizzo per lo sport in generale, per ottimizzare il rapporto con la produzione e il consumo di energia, e che possa essere un buon esempio per la società civile.

Qualche giorno fa ha incontrato anche il neopresidente della FIGC Giovanni Malagò. Avete parlato anche del completamento del lavoro di Milano-Cortina e dei Giochi Olimpici Giovanili del 2028. Qual è il lascito che questi grandi eventi dovrebbero lasciare ai territori e ai cittadini una volta spenti i riflettori?

Ci sono tre eredità importanti. La prima è quella delle infrastrutture materiali, quelle permanenti, perché continuino a essere un punto di riferimento dopo i giochi e non diventino, come a volte è successo in passato, luoghi che faticano a continuare a vivere. Il secondo elemento è la promozione della pratica e della cultura sportiva, e anche dei valori olimpici, che hanno un significato ben oltre le Olimpiadi e le Paralimpiadi. Sono fattori che aiutano a rendere migliore la società, e credo abbiamo ancora margini di miglioramento enormi. Questi cinque cerchi non sono il simbolo dello sport, ma il simbolo della convivenza, della socialità, del rispetto. È un lascito che però dobbiamo alimentare, e ci aiuta il fatto che nel 2028 avremo le Olimpiadi giovanili invernali, che ci consentiranno di lavorare moltissimo, soprattutto dentro la scuola, per far radicare i valori olimpici. Il terzo lascito è quello della promozione turistica. L’enorme visibilità globale ha permesso a tutto il mondo di conoscere anche luoghi meno noti ma bellissimi del nostro Paese, e sono convinto che questo determinerà nel tempo un modo diverso di concepire il turismo, più destagionalizzato e distribuito sul territorio. Poi c’è un’eredità che dobbiamo gestire, quella finanziaria, perché Milano-Cortina è stato un successo planetario, riconosciuto da tutti, ma ha reso necessari investimenti non integralmente coperti dai ricavi. Insieme al presidente Malagò e alla Fondazione Milano-Cortina dovremo gestire anche questo aspetto, che non è secondario. E quando si parla di risorse pubbliche, lo facciamo con grande rispetto.

Dalle Olimpiadi agli Europei, i grandi eventi sono sempre più occasioni di confronto tra Paesi, ma anche di diplomazia. L’Italia può ritagliarsi un ruolo da protagonista nel promuovere lo sport come linguaggio di pace, cooperazione e dialogo tra i popoli?

È quello che stiamo già facendo, e cerchiamo di farlo in maniera ancora più intensa, utilizzando anche tutto quello che il Comitato Olimpico Internazionale ha fatto negli ultimi vent’anni e anche più, con una presenza all’interno delle Nazioni Unite che è la testimonianza del ruolo di un’organizzazione non governativa. Il governo è totalmente allineato a fare la sua parte, nel rispetto dei ruoli e delle autonomie, per dare ogni sostegno a questa componente diplomatica, che opera a una bassa modulazione di frequenza ma può avere un’efficacia straordinaria. Anche la seconda parte del Novecento e del dopoguerra è segnata dalla capacità di singole discipline sportive di essere fattore di mediazione culturale, e siamo convinti che una fase come questa, ancora più conflittuale e per certi versi devastante, abbia bisogno di un dialogo sportivo che produca la sua efficacia insieme alla diplomazia politica.

Accanto ai grandi appuntamenti internazionali, resta la sfida dello sport di base. Come si può fare in modo che gli investimenti per eventi come Euro 2032 e Milano-Cortina producano benefici anche per le società sportive dilettantistiche, le scuole e i giovani che praticano sport ogni giorno?

Cambiando un po’ il paradigma, come stiamo cercando di fare da tre anni e mezzo a questa parte, seguendo anche le indicazioni valoriali della modifica della Costituzione, che prevede il riconoscimento del valore dello sport come strumento educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico. Credo che il comma settimo dell’articolo trentatré della Costituzione sia un riferimento molto forte, che mette in relazione le competizioni e le grandi prestazioni con la dimensione sociale dello sport, che è quella che a noi interessa di più. Il modello italiano si sta consacrando, con questo governo, proprio sull’equilibrio tra le due anime, che in passato non c’è mai stato: quella che promuove il grande avvenimento e quella che sviluppa l’offerta di base, che riguarda i luoghi più disagiati, le periferie sociali e urbane, le persone con disabilità e le famiglie meno agiate, con contributi che consentono di far fare sport a chi ha minori possibilità. Questo passa inevitabilmente anche attraverso le scuole, che, contrariamente alla cultura anglosassone, non sono un luogo dove lo sport si è consacrato. Stiamo investendo moltissime risorse per migliorare l’impiantistica sportiva scolastica e abbiamo riorganizzato i Giochi della Gioventù, la competizione tra studenti italiani che si era interrotta dieci anni fa. Siamo convinti che se si fa bene lo sport a scuola, si continua a farlo anche fuori. Un modello che stiamo piano piano allargando anche al sistema universitario, che non è certamente come quello americano, dove la cultura NCAA è fortissima, ma è quello che stiamo facendo per rendere forte la base sportiva e contrastare la sedentarietà e la solitudine sociale.

L'articolo Andrea Abodi e il futuro dello sport italiano, dagli stadi di Euro 2032 alle scuole proviene da IlNewyorkese.

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