Le bugie del Cremlino cominciano sempre con un appello alla pace

30 Luglio 2026 - 06:15
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Le bugie del Cremlino cominciano sempre con un appello alla pace

Soldiers from Ukraine's Khartia brigade fire a canon towards Russian army positions near Kharkiv, Ukraine, Thursday, May 14, 2026. (AP Photo/Andrii Marienko) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

La guerra della Russia contro l’Ucraina non è ancora finita perché è la Russia a continuare a combatterla. È scioccante, anche se purtroppo non sorprendente, che nella quinta estate dall’escalation del 2022 voluta dall’aggressore, e a dodici anni dalla prima invasione russa dell’Ucraina, commentatori, studiosi e politici senza scrupoli continuino a offrire “soluzioni” per risolvere un “conflitto”, capovolgendo la realtà, ignorando i fatti fondamentali e riciclando le menzogne del Cremlino.

Invocare sangue, fatica e lacrime sarebbe decisamente fuori moda e non il modo migliore per farsi degli amici di questi tempi. Perché allora non chiedere “diplomazia”, una scelta sempre sicura? Parlare non è forse meglio che uccidere? Questo espediente retorico induce ad aderire a un’affermazione che nessuno metterebbe in discussione, mentre introduce silenziosamente manipolazioni insidiose.

Mosca semina false premesse attraverso un linguaggio apparentemente innocuo, che entra nel dibattito pubblico per ripetizione distratta o per deliberata amplificazione. L’invasione russa viene ridotta a una «guerra in Ucraina». Il progetto neo-imperiale di Mosca viene presentato come un legittimo «interesse di sicurezza». E il rifiuto dell’Ucraina di lasciarsi massacrare finisce per apparire come un ostacolo alla pace. Bastano pochi fili narrativi accuratamente scelti per far apparire umani l’occupazione russa, le camere di tortura e le fosse comuni, e per far sembrare irresponsabile l’autodifesa.

Due esempi recenti sono particolarmente significativi. L’oligarca russo Andrej Melnichenko, i cui impianti di ammoniaca alimentano il complesso militare-industriale dell’aggressore – una catena di approvvigionamento che culmina nei missili russi che colpiscono le case degli ucraini – viene presentato dall’Economist come un semplice «industriale». Una scelta lessicale tutt’altro che casuale, perché tutti sanno che nella Russia di oggi un oligarca è un miliardario a cui Vladimir Putin permette di conservare la propria fortuna.

L’articolo firmato da Melnichenko è pieno di «idee nuove», e l’Economist lo presenta come un coraggioso intervento nel dibattito. Ma basta confrontarsi con i quattro scenari che delinea – umiliazione, vassallaggio nei confronti della Cina, frammentazione e assedio permanente – per finire, implicitamente, con il legittimare l’inganno su cui si fondano le sue premesse. Contestare l’assurda concezione della sovranità proposta da Melnichenko significa finire per dare credito alle grandi menzogne su cui poggia l’intera argomentazione.

La guerra scelta da Mosca, un tentativo di ricolonizzare l’Ucraina, viene così surrettiziamente ridipinta come uno scontro tra «l’Occidente» e la Russia. Non c’è alcun riferimento né alla sofferenza dell’Ucraina, l’unico Paese che versa il proprio sangue per difendere la libertà, né all’autonomia d’azione degli ucraini, incarnata nel coraggio della nazione che, più di ogni altra, resiste alla propria distruzione. Anzi, entrambe vengono cancellate dal discorso.

Il trucco retorico della «guerra per procura» è quasi invisibile, eppure costituisce l’impalcatura dell’operazione d’informazione di Melnichenko, nella quale l’Economist finisce per fare la parte dell’utile idiota.

La logora invenzione di una «Russia sotto assedio» viene impiegata per giustificare ciò che è ingiustificabile. Nel 1942 Joseph Goebbels si rivolse a una folla a Berlino sotto un enorme striscione con la scritta: «Non dimenticate mai che è stata l’Inghilterra a costringerci alla guerra». In un’inquietante eco di quella stessa logica, Putin, e ora anche Melnichenko, attribuiscono alla Nato la responsabilità di una guerra che la Russia ha scelto di combattere.

Il secondo esempio arriva dalle pagine del Financial Times, dove Samuel Charap, uno studioso americano che si occupa di Russia ma che sembra non capirne nulla, ha invocato la diplomazia «per mettere fine a questa guerra sanguinosa e distruttiva».

Chi potrebbe mai opporsi a un obiettivo tanto nobile? Eppure questo giusto appello all’«azione» (leggi: all’inazione) finisce paradossalmente per attribuire la guerra alla guerra stessa. Gli orrori devono finire! Un linguaggio così rassicurante è molto più gradevole che dire apertamente come stanno le cose: se si vuole davvero frenare la propensione di Mosca a fare la guerra, l’aggressore deve essere fermato e punito.

Charap sembra ignorare il modo in cui il Cremlino utilizza la diplomazia come uno strumento di guerra, non molto diverso dalla strumentalizzazione dell’energia attraverso Gazprom, dell’informazione attraverso Russia Today, del lawfare e del denaro occulto, come documenta Catherine Belton in Putin’s People. Valeriy Zalužny, che la guerra della Russia l’ha conosciuta in prima persona, ha spiegato che i negoziati sono tra gli strumenti con cui Mosca rinvia l’accertamento delle proprie responsabilità, maschera l’aggressione e cerca di legittimare i risultati ottenuti con la violenza.

Sono gli stessi esempi portati da Charap a rivelare la debolezza della sua tesi. Indica la Corea e la Colombia come esempi di successo della diplomazia. Ma la Corea del Sud non ha alcun trattato di pace con il suo vicino belligerante, oggi anche dotato di armi nucleari: esiste soltanto un armistizio. L’accordo colombiano, inoltre, ha lasciato in eredità un Paese in cui i territori un tempo controllati dalle Farc sono oggi contesi da numerosi gruppi armati, mentre la produzione di cocaina ha raggiunto livelli record. Se questi sono i modelli a cui Charap guarda, allora ha finito per confutare da solo la propria tesi.

Gli esempi davvero pertinenti, la Germania e il Giappone del 1945, non compaiono da nessuna parte. In entrambi i casi, la capacità dell’aggressore di fare la guerra fu prima distrutta. Solo dopo arrivarono le riparazioni, i tribunali per i crimini di guerra, l’espiazione e la diplomazia.

«Vi è stata data la scelta tra la guerra e il disonore. Avete scelto il disonore, e avrete la guerra», disse Churchill rivolgendosi a Neville Chamberlain, convinto di aver garantito la pace con gli accordi di Monaco del 1938 stretti con Hitler.

Il revanscismo russo ha già raggiunto l’Europa occidentale: l’avvelenamento radioattivo di Aleksandr Litvinenko a Londra, l’attacco con il Novičok a Salisbury che alla fine costò la vita alla cittadina britannica Dawn Sturgess, i droni russi che violano lo spazio aereo polacco e romeno, e la guerra dell’informazione che avvelena il dibattito politico e trasforma le istituzioni occidentali in armi contro i loro stessi cittadini.

Definirla una guerra ibrida è quasi una formula magica: l’Europa si sente al sicuro, mentre gli opinionisti della televisione di Stato russa minacciano di incenerire Londra, Berlino e Parigi.

«Без надії сподіваюсь» («Spero senza speranza») sono le immortali parole della poetessa ucraina Lesja Ukrajinka. Con esse intendeva la speranza come un atto di sfida, sorretto dalla volontà anche quando le circostanze non offrivano alcun motivo di conforto. In una parte del Vecchio Continente assistiamo invece al suo rovesciamento: una speranza svuotata della volontà e separata dall’azione.

Opinion leader e persone in posizioni di autorità coltivano l’infondata aspettativa che la pace dipenda soltanto da un vertice risolutivo, da un mediatore più capace o da una pausa negoziata destinata automaticamente a produrre qualcosa di meglio.

Come ha ricordato Chatham House in un recente studio, i cessate il fuoco con Mosca – in Moldova, in Georgia e due volte con gli accordi di Minsk – sono stati, da parte della Russia, una cinica farsa e, da parte dell’Europa, un esercizio di mistificazione o, per essere più precisi, di autoinganno. Invece di rinunciare alle proprie ambizioni predatorie, Mosca ha rilanciato con ancora più malizia e violenza. Ogni tentativo di aggirare il principio della pace attraverso la forza ha lasciato l’Europa in una condizione peggiore di prima.

«Porre fine alla guerra» suona come un obiettivo moralmente inattaccabile. Nella pratica, però, diventa una forma di bellicismo quando simili appelli lasciano l’aggressore premiato, armato e libero di colpire ancora. Gli ucraini conoscono la differenza. Le armi non tacciono mai davvero finché l’aggressione non fallisce.

Andrew Chakhoyan è direttore accademico presso l’Università di Amsterdam, ha lavorato in precedenza per il governo degli Stati Uniti.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul Kyiv Independent.

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