L'ecosistema del potere: radici invasive e rizomi di resistenza in America Latina

Esiste un legame indissolubile tra la stabilità di una nazione e la salute del suo territorio. Guardare alla politica come a un ecosistema permette di cogliere alcune dinamiche che sfuggono alle analisi tradizionali. In America Latina, l’attuale fase storica può essere letta attraverso una metafora ecologica, in cui il potere non è un’astrazione ma un organismo radicato in un suolo sociale eroso da decenni di precarietà. In questo habitat, il mutato clima globale ha favorito la proliferazione di nuove correnti ideologiche che si diffondono con la forza adattiva delle specie più invasive.
In questo scenario, le cosiddette “nuove destre" regionali non hanno inventato dal nulla il malcontento, ma, come osserva il sociologo Pablo Stefanoni, sono state capaci di raccoglierlo e riorganizzarlo. Laddove i governi tradizionali hanno lasciato vuoti di risposte e rappresentanza, il disagio sociale è rimasto sospeso fino a essere catturato e amplificato attraverso le dinamiche comunicative ed emotive dei social media. Questa espansione delle destre richiama il comportamento del retamo espinoso, specie invasiva capace di colonizzare il territorio, alterare gli equilibri ecologici e rendere sempre più difficile la rigenerazione delle specie autoctone. Sul piano politico, queste nuove destre replicano schemi già osservati in contesti globali, tra cui l’esperienza dell’amministrazione di Donald Trump: pressioni sulle corti di giustizia, delegittimazione dei sistemi elettorali e progressiva erosione dei diritti civili. L’obiettivo non è soltanto conquistare il potere, ma trasformarne la struttura interna, fino a far attecchire radici così fitte e rigide da rendere il suolo sterile a ogni forma di pluralismo. In questo processo, la democrazia viene svuotata dall’interno, riducendo lo spazio vitale della diversità politica e della partecipazione.
Questa trasformazione si innesta su un modello economico fondato anche sull’estrattivismo intensivo, che continua a leggere l’America Latina come un bacino di risorse da sfruttare per i mercati globali. La sua espressione più evidente è la fratturazione idraulica, o fracking, pratica che prevede frantumazione della roccia profonda per estrarre gas naturale e petrolio, producendo però lacerazioni ambientali strutturali. L’impatto non riguarda solo il sottosuolo: compromette anche gli equilibri idrogeologici, aumenta la vulnerabilità degli ecosistemi, mettendo a rischio specie fondamentali come il frailejón, i “guardiani dell’acqua”, che regolano le riserve d’acqua nei páramo – gli ecosistemi d’alta quota tipici delle Ande tropicali.
Non si tratta di una resistenza visibile o centralizzata, ma di una rete diffusa, simile a un rizoma – un fusto sotterraneo che si espande orizzontalmente senza un centro unico – che attraversa il suolo sociale e connette elementi diversi dell’ecosistema. Come suggerisce la politologa Gisela Zaremberg, questa energia si sviluppa nella “terra umida” della società attraverso collettivi femminili, comunità indigene, movimenti ambientali e reti di quartiere che custodiscono saperi ancestrali. In essi si conserva ciò che l’erosione politica e ambientale tende a dissolvere: pluralità, cooperazione e capacità di immaginare alternative. È in questo tessuto sotterraneo che si mantiene attiva la memoria del suolo e si preserva la possibilità di future rinascite democratiche.
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