L’eterna giovinezza, e il dramma di non poter invecchiare in santa pace

Mentre guardavo “Youth”, la serie che Sharon Horgan ha scritto e interpretato fingendo di parlare della propria menopausa quando sta invece chiaramente parlando della nostra, pensavo a un sacco di donne meno brillanti di lei.
A quella direttrice di giornale che, più o meno all’età che abbiamo io e Sharon adesso, mi disse che lei stava di malumore tutto il giorno se qualche sconosciuto la chiamava «signora». A quella mia amica che fino a sei mesi prima sbuffava perché le donne parlano solo di menopausa e sei mesi dopo parlava solo di menopausa. Al fatto che è il momento migliore della storia, per essere una donna, ma è anche il peggiore.
“Youth” (è su Hbo, se siete gente che va a guardarsi le cose di cui legge) è così bello che non ve lo voglio neanche raccontare, dico solo che Sharon Horgan – una figa talmente mondiale che non è ridicola coi polacchini sotto la gonna e lo smalto azzurro – ha fatto un notevole sforzo per somigliarci, a noi mortali.
Ha equipaggiato il suo personaggio di un lavoro morente (l’agente di scrittori), di un marito che l’ha mollata (le prime cui l’ho suggerita sono tutte separate, o stanno per esserlo e lo sappiamo tutti tranne loro) e pensa solo a sé e per niente a fare il padre, di un figlio orrendo. Ecco, il figlio orrendo è il tocco di genio.
Avrete notato che gli adolescenti, come tutti in questo secolo, non hanno più quell’orrendità che un tempo caratterizzava gli adolescenti. Sarà che usano più cosmetici d’un’attrice di mezz’età, sarà che nessuno ha più una faccia e quindi neanche loro, ma sembrano tutti dei fotomodelli. Esiste ancora il Topexan? E, se sì, a chi lo fai pubblicizzare? Mica puoi metterci la figlia di Sienna Miller, che ha quattordici anni ed è bella come una bella trentenne.
Il figlio della protagonista in “Youth” è brutto come un adolescente, antipatico come un adolescente, scemo come un adolescente. E la madre è incapace di dargli i due calci in culo che meriterebbe, esattamente come le mie amiche coi loro figli vagamente meno orrendi.
Se le scene in cui lei molla uno con cui si sta accoppiando e si aggira per la città alla ricerca di questo imbecille di figlio del quale ovviamente ha la geolocalizzazione, le scene del ragazzino che le piomba in casa mentre si sta accoppiando con uno (un altro) perché è dovuto fuggire dall’università ma non le spiega perché, le scene di lui che si porta il tostapane in camera così non deve affaticarsi ad andare in cucina e lei se lo va a riprendere senza mai dargli due scapaccioni, se quelle scene lì le avessi viste vent’anni fa, avrei lanciato il televisore dalla finestra.
Mi sarebbero sembrate totalmente inverosimili, ma quale diciottenne torna da mamma mentre è fuorisede all’università, quale madre si fa vessare così, quale figlio spadroneggia in questo modo. Poi siamo invecchiate, noialtre della peggior generazione di genitori di tutti i tempi, i figli sono cresciuti, e ora le scene di “Youth” mi sembra possano accadere in qualsivoglia casa di qualsivoglia mia amica con prole. Le vedo e le piango, poverette.
“Youth” è pieno di sesso, troppissimo per i miei gusti, ma fa molto ridere. Fa ridere nel modo in cui faceva ridere “Il diario di Bridget Jones”, ormai trent’anni fa. In quel modo specialistico inglese (Nick Hornby ci ha costruito una bibliografia) che fa dire al lettore o allo spettatore: ma allora è normale, ma allora non sono io. (Ma anche: ma quindi sono così vertiginosamente ridicolo, quindi si nota).
“Youth” è pieno di sesso per la ragione che ho scritto un milione di volte: l’allungamento della vita media è, entro ragionevoli termini, un’ottima cosa, ma corrisponde a un allungamento smisurato del dovere della seduttività. Escludo che la protagonista di “Youth” che si trova di colpo a sanguinare dopo un anno senza mestruazioni (e scrive a un forum, perché ormai siamo un’umanità scema in questo modo qui) abbia voglia di farsi mettere le mani nelle mutande da uno sconosciuto (oltretutto con accento tedesco: è alla fiera di Francoforte), ma ormai a 55 anni un’incontrollata libido è un dovere sociale quanto lo era a 15, per non restare indietro (mettetevi in fila per le proteste «mia figlia ha 15 anni ed è una santa capitoooo»).
«Mi restano solo dieci anni da persona con una sessualità», dice la protagonista di “Youth”, e io temo sia una stima assai ottimista, temo che arriverà all’età di Helen Mirren e poi a quella di Jane Fonda e ancora dovrà mandarla calda agli interlocutori maschi, ancora dovrà mettersi reggiseni scomodi e tacchi incamminabili, ancora non potrà riposarsi.
Tra i problemi professionali della protagonista c’è una scrittrice ottantenne che ha scritto un romanzo semipornografico, in agenzia vogliono che elimini le scene più zozze, non è quel che il suo pubblico vuole da lei, e a quel punto rischiano di perderla. Di “Youth” sono uscite solo tre puntate, ma punto il mio soldino sul fatto che prima della fine invece si scoprirà che il porno geriatrico è esattamente ciò che il pubblico vuole, nell’epoca della libido fino alla tomba.
Jo Ellison ha 52 anni, è la responsabile di quell’inserto del Financial Times che si chiama How to spend it (Roba da ricchi sarebbe un buon titolo italiano, come mai non ci pensa nessuno). Nel suo articolo su “Youth” racconta che era alla sfilata di Fendi quando il marito l’ha chiamata per dire che il cane all’improvviso stava morendo e andava abbattuto (o come si dice adesso che per gli animali non si usa più un lessico da animali).
Racconta che è uscita come una pazza dalla sfilata appena cominciata, che piangeva al telefono mentre gli animalisti lì fuori protestavano, che ha pensato che sembrava una scena di una puntata di “Youth”, su noi povere donne piene di responsabilità in conflitto tra loro, con borsette costose e le articolazioni che ci dolgono (Ellison è inglese, beata lei: avesse il potere d’acquisto italiano, si terrebbe strette le borse che ha comprato a trenta).
Leggendola ho pensato a Maria Grazia Chiuri, alla quale dietro le quinte qualcuno avrà detto «quella del Financial Times si è alzata e se n’è andata», e spero sia abbastanza saggia da non essersi chiesta dove avesse sbagliato, da sapere che le cose che fanno gli altri parlano sempre degli altri e mai di noi, da non essersi rovinata la sfilata pensando a quella che, senza che lei lo sapesse, stava videochiamando il cane (ho già detto che non siamo mai stati scemi come in quest’epoca?).
E poi ho pensato alla Ellison che in mezzo agli animalisti furibondi non pensava al cane, non pensava alla videochiamata col marito al capezzale canino, non pensava a cos’avrebbe ordinato dal room service una volta tornata in albergo: pensava «ho un pezzo, ho svoltato un pezzo», che è per noialtre che facciamo il mestiere di scrivere «io» la vera maledizione, altro che la paralisi del metabolismo, altro che i figli che non se ne vanno, altro che la vitamina D che precipita.
Chissà per quanti anni Sharon Horgan ha preso nota di tutte le goffaggini della sua giovane anzianità, prima di dire «ho abbastanza materiale per dieci puntate, posso smettere di andarmi a infilare in casini da ridurre a trama».
Chissà se un giorno Jo e io smetteremo di dire «ma questo è un pezzo», mentre guardiamo uno sceneggiato televisivo, mentre ce ne andiamo da una sfilata, mentre muore qualcuno, mentre ci chiamano «signorina». Signorina ci chiami tua nipote, scostumato. E ora scusa, devo andare a scrivere una rubrica sulla renitenza a chiamarci signore, noialtre che abbiamo l’età alla quale le nostre nonne, beate loro, non dovevano più dimostrarsi rimorchiabili.
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