Draghi chiede all’Europa di darsi una mossa sull’IA

Cento miliardi di euro per ridurre il ritardo dell’Unione europea nell’intelligenza artificiale. È la proposta, anzi l’accorata richiesta di Mario Draghi, punto saliente del discorso tenuto dall’ex presidente del Consiglio italiano e governatore della Bce al Politecnico di Zurigo per la Karl Brunner Distinguished Lecture della Banca nazionale svizzera.
Completare il mercato unico e l’unione dei mercati dei capitali, secondo Draghi, aumenterebbe il rendimento del capitale in Europa. Questo, «insieme a una politica monetaria che mantenga i tassi non più alti del necessario, consentirebbe al settore privato di sostenere una quota maggiore degli investimenti», sollecitando «una parte più ampia dell’elevato risparmio europeo» a rimanere in Europa, anziché rivolgersi altrove, in cerca di diversificazione rispetto a Wall Street.
Questa crescita, a sua volta, creerebbe spazio «per gli investimenti pubblici senza indebolire la sostenibilità del debito». Ecco, secondo l’economista italiano, l’IA sarebbe uno dei campi in cui l’Europa dovrebbe far sentire la sua voce: «La quota di intervento pubblico necessaria a ridurre il rischio di questi investimenti, stimata in circa cento miliardi di euro, si presta particolarmente a essere finanziata attraverso il bilancio dell’Ue».
L’Europa, secondo questa impostazione, non ha solo un problema di crescita, ma ne ha anche uno di scala, e proprio il settore dell’intelligenza artificiale rende evidente il divario rispetto agli Stati Uniti. Il continente non ha nulla da invidiare in materia di ricerca e capitale umano, ma non riesce con la rapidità che sarebbe necessaria a mobilitare risorse economiche, a dotarsi di infrastrutture e capacità di calcolo.
Quei cento miliardi che propone di spendere vanno letti insieme a un altro dato: oggi l’Ue dispone di meno del cinque per cento della capacità mondiale di calcolo destinata all’intelligenza artificiale. Portare la quota europea al quindici entro il 2030 richiederebbe, secondo un recente studio citato da Draghi, milletrecento miliardi di investimenti, e l’impegno pubblico di molto inferiore non servirebbe a finanziare l’intero sviluppo, ma funzionerebbe come una sorta di garanzia, come capitale di de-risking per attirare investimenti privati molto più consistenti.
La proposta si collega a una diagnosi più ampia sulla competitività europea. I colossi americani dovrebbero investire solo nel 2026 quasi ottocento miliardi di dollari (soprattutto in data center), e i Paesi europei affrontano, con tutte le conseguenze del caso, un aumento dei tassi d’interesse determinato anche da questa enorme domanda di capitale, beneficiando solo in parte degli effetti che l’IA può generare. La richiesta di Draghi è, quindi, non tanto di spendere di più, ma di farlo in maniera coordinata. «L’Europa importa l’intero aumento dei tassi, ma soltanto una frazione della crescita» e quest’ultima «dovrebbe diventare un obiettivo esplicito condiviso da tutti i governi».
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