L'incontro tra Xi e Trump ha fatto bene anche a Hormuz: decine di petroliere sono transitate dallo Stretto

Per la prima volta da mesi, notizie confortanti ci giungono dall’area critica di Hormuz: 30 navi da carico, prevalentemente petroliere, sono riuscite ad attraversare lo Stretto in seguito all’autorizzazione rilasciata dall’Iran non più tardi di ieri sera. Questa importante notizia trova conferma anche nelle dichiarazioni rilasciate dal Capo della Marina del CGRI (Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica) iraniano, i cosiddetti pasdaran; la fonte è autorevolissima, trattandosi, appunto, dell’emittente di Stato iraniana “Irib”.
Anche l’agenzia di stampa iraniana “Fars”, in data odierna, ha reso noto che Teheran, a partire dalla notte scorsa, ha deciso di “consentire il transito di alcune navi cinesi attraverso lo Stretto di Hormuz, nel rispetto del protocollo di gestione iraniano”; secondo una fonte di stampa iraniana, la decisione sarebbe giunta in seguito a esplicite richieste di Pechino. Il governo iraniano ha, quindi, acconsentito a facilitare il passaggio di diverse navi cinesi, nella cornice del consolidato partenariato strategico tra la Cina e l’Iran.
La conferma tecnica della notizia è stata confermata dopo che i siti ufficiali di tracciamento del traffico marittimo AIS (Automatic Information System) hanno rilevato (e documentato) il passaggio attraverso lo Stretto, avvenuto ieri, di numerose navi da carico e petroliere riconducibili alla flotta mercantile della Cina, tra le quali risulterebbe anche la superpetroliera cinese “Yuan Hua Hu” che, da sola, è in grado di trasportare oltre due milioni di barili di greggio e che insieme a moltissime altre petroliere era rimasta bloccata nel Golfo di Hormuz per oltre due mesi.
Una fonte del ministero del Petrolio iracheno ha inoltre diffuso la notizia che in atto ci sarebbero colloqui riservati tra Baghdad e Teheran, allo scopo di continuare a garantire la continuità delle esportazioni di greggio irachene nel Golfo Persico; la fonte assicura, tra l’altro, che l’Iraq avrebbe raggiunto con l’Iran un’intesa preliminare, non ancora formalizzata ufficialmente, per consentire il transito di alcune petroliere cariche di greggio iracheno e dirette verso il Sud-est asiatico; tutto ciò avverrebbe in un contesto che vede crescere il controllo iraniano sulla principale rotta di energia fossile dell’intera regione del Golfo Persico.
Sappiamo che l’Iraq in questo periodo sta attraversando una fase politica complicata, con negoziati ancora in via di definizione sulla composizione del nuovo governo e sugli equilibri tra le principali forze sciite, sunnite e curde che vivono in quell’enorme Paese, mentre la crisi regionale di Hormuz ha aumentato a dismisura la pressione sul settore energetico e sulle esportazioni del Paese; fonti iraniane riportano che il meccanismo concordato con Teheran rientrerebbe in un sistema informale di autorizzazioni e corridoi negoziati, definiti direttamente con le autorità iraniane.
In questa rapida disamina non possiamo tralasciare il Pakistan, che sarebbe orientato a seguire lo stesso percorso per garantire le proprie forniture energetiche, organizzando le consegne di Gnl (gas naturale liquefatto) provenienti dal Qatar attraverso rotte preventivamente approvate e autorizzate dagli Ayatollah.
La prima impressione che se ne ricava è quella di aver trasformato Hormuz in un sistema di negoziazioni bilaterali separate, messe a punto coi Paesi che necessitano di mantenere aperte le rotte energetiche del Golfo Persico; segnaliamo, inoltre, che questo accade nonostante non ci sia mai stato un riconoscimento internazionale delle rivendicazioni avanzate dall’Iran sullo Stretto.
Ricordiamo, per dovere di cronaca, che prima dell’attuale crisi regionale, attraverso Hormuz, transitavano miglia di navi; con l’apertura del conflitto e le conseguenti restrizioni introdotte nell’area, il traffico si sarebbe ridotto a circa il 5 % dei livelli normali. Questo nonostante i Paesi arabi dell’area del Golfo Persico (Bahrein, Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Giordania) abbiano inviato una lettera alle Nazioni Unite, chiedendo il rigetto delle rivendicazioni iraniane su una nuova - per così dire - “amministrazione” dello Stretto di Hormuz.
Sappiamo però bene che, secondo i principi stabiliti dall’UNCLOS (United Nation Convention of Low of the Sea), nessun Paese può legittimamente imporre un’amministrazione “unilaterale” su di una via d’acqua marittima e, naturalmente, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres insieme al Consiglio di sicurezza, con possono che concordare.
La questione Hormuz resta ancora irrisolta, anche se da settimane l’amministrazione americana sostiene il contrario. Vediamo giornalmente, purtroppo, che non è così, e non possiamo che constatare come la potenza militare marittima degli Usa, pur dotata di portaerei nucleari e altre potentissime navi da guerra, non riesca a controllare le acque dello Stretto e le potenzialità d’attacco dei piccoli barchini della Marina iraniana - rimasta senza vere unità da battaglia perché affondate dalla U.S. Navy -, che continua lo stesso a mantenere per intero il controllo dell’area dello Stretto: assistiamo ad una riedizione, in chiave moderna, di Davide e Golia.
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