L’inflazione sale al 4,2% mentre la fiducia di consumatori e imprese cala: l’Italia di oggi nella fotografia dell’Istat

30 Settembre 2026 - 21:50
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L’inflazione sale al 4,2% mentre la fiducia di consumatori e imprese cala: l’Italia di oggi nella fotografia dell’Istat

Chissà se di nuovo Giorgia Meloni accuserà l’Istat di giocare contro di lei, come ha fatto la scorsa settimana dal salotto di Bruno Vespa la sera in cui l’istituto di statistica ha confermato il rapporto deficit/Pil al 3,1% e dunque il permanere dell’Italia in procedura d’infrazione secondo le norme dell’Unione europea. Quel che è certo è che oggi di nuovo da via Cesare Balbo arrivano brutte notizie per un governo che si bea del fatto di essere il più longevo della storia della Repubblica Italiana e che invece dovrebbe fare i conti con la realtà e con quel che le sue politiche stanno provocando sui portafogli di famiglie e imprese italiane. Ma no: anziché rivedere la strategia economica e soprattutto le politiche energetiche, a Palazzo Chigi hanno preso la palla al balzo per chiedere più flessibilità all'Unione europea. Ma andiamo con ordine.

L’Istat oggi ha certificato quel che chiunque si faccia due conti in tasca ha capito da tempo: i prezzi sono aumentati di brutto, mentre i salari sono fermi al palo, quindi il potere d’acquisto non fa che calare, e guardando avanti il futuro non è così roseo come la propaganda governativa vuol far credere. Nel dettaglio, l’ultimo aggiornamento sui prezzi al consumo segnala per il mese di settembre una variazione dell’inflazione a +0,7% su base mensile e una crescita del 4,2% su base annua, segnando un significativo balzo rispetto al 3,3% rilevato nel mese di agosto. Questo vuol dire che l’inflazione media acquisita per l’anno 2026 è arrivata al 3,1%. Siamo dunque ben oltre il 2% previsto come obiettivo in ambito di Unione europea. E il motivo di tale aumento è presto detto: a spingere verso l’alto il costo della vita è in primo luogo l’impennata del prezzo dei beni energetici, la cui crescita complessiva passa dal +17,1% di agosto al +22,3% di settembre. E anche questo è un elemento che dovrebbe far riflettere un governo che invece di spingere sulle rinnovabili ha marciato per mesi e mesi su questo fronte con il freno tirato, e che invece di accelerare l’uscita dai combustibili fossili ha continuato a cercare accordi con paesi esportatori di gas e petrolio dopo che il Qatar, causa guerra in Iran, ha chiuso i rubinetti. Ma cosa ha fatto la premier Giorgia Meloni dopo che nel primo pomeriggio l'Istt ha comunicato i dati dell'inflazione e sottolineato he l'impennata dei prezzi è dovuta al caro energia? Ha fatto sapere di aver scritto una lettera alla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen per chiedere più flessibilità: «Abbiamo già posto in sede Ecofin la necessità di tenere conto della maggiore inflazione registrata in questo periodo nel calcolo dei parametri europei da rispettare e del deficit consentito», ha spiegato la presidente del Consiglio. «Altri Stati membri stanno andando nella stessa direzione. E intendo attivarmi nuovamente nei confronti della Commissione Ue. Sto scrivendo alla presidente von der Leyen perché la questione venga trattata alla riunione Ecofin della prossima settimana e poi al prossimo Consiglio Ue tra due settimane: crediamo che a fronte della crescita inflazionistica dovuta al caro energia a livello globale sia necessario riconoscere agli Stati membri una flessibilità aggiuntiva per sostenere famiglie e imprese».

Vedremo quale sarà la risposta di Bruxelles, ma intanto bisogna fare i conti con quel che c'è, e l'Istat certifica un'altra cosa che da tempo era già chiara a chiunque vada a fare la spesa: l’aumento dei prezzi degli energetici ha provocato tensioni anche sul fronte dei beni alimentari, la cui dinamica complessiva mostra un’accelerazione dal +1% al +1,8%. L’aumento è guidato soprattutto dal settore degli alimentari non lavorati, che salgono da +3,8% a +5,5% su base annua, trascinando con sé il cosiddetto “carrello della spesa” (beni alimentari, per la cura della casa e della persona), il cui tasso di crescita raddoppia passando da +0,9% a +1,7%. Contestualmente, i prodotti ad alta frequenza d’acquisto raggiungono un incremento del 5,3%.

In ambito di servizi, segnala inoltre l’Istat, l’andamento dei prezzi registra accelerazioni più contenute ma diffuse: i servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona salgono dal +2,6% al +2,9%, mentre quelli relativi ai trasporti passano da +0,8% a +1,6. La cosiddetta «inflazione di fondo», quella cioè depurata dai beni energetici e dagli alimentari freschi, sale da +1,5% a +1,7%, confermando che l’ondata di rincari attuale rimane fortemente trainata dalle materie prime.

Va da sé che se questa è la situazione, certi entusiasmi governativi appaiono alquanto stonati. E anche su questo l’Istat oggi certifica quello che finora era di certo un senso comune: nell’ultimo aggiornamento sulla fiducia di imprese e consumatori, l’Istituto di statistica segnala che nel mese di settembre il clima di fiducia scende dal 97 al 95,9 per le prime e dal 94,5 al 91,2 per secondi. Dall’Istat sottolineano anche che «il clima di fiducia delle imprese diminuisce dopo tre mesi consecutivi di crescita» e che, guardando al dettaglio dei settori, solo nella manifattura la fiducia aumenta, con l’indice che sale da 90,2 a 91,9), mentre nei servizi e nelle costruzioni l’indice è in flessione: nei servizi di mercato cala da 99,4 a 96,9 e nel commercio al dettaglio scende da 106,5 a 104,5, nelle costruzioni diminuisce da 102,8 a 97,5.     

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