La petroliera Caroline Bezengi e le prove generali di collaborazione per proteggere l’acqua del mare, patrimonio di tutti

01 Ottobre 2026 - 15:45
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La petroliera Caroline Bezengi e le prove generali di collaborazione per proteggere l’acqua del mare, patrimonio di tutti

Ad oggi, 1° ottobre 2026, l'operazione sulla petroliera Caroline Bezengi, colpita l'8 giugno 2026 scorso mentre navigava nel Mar Arabico, al largo dello Yemen e dell'Oman, finalmente è entrata nella fase più concreta del recupero del petrolio russo contenuto nelle sue cisterne e diretto verso i mercati asiatici (oltre 100.000 tonnellate metriche), ma non si è ancora conclusa. Tralasciamo di analizzare cause e modalità che hanno portato all’esplosione prima e all’affondamento subito dopo della motocisterna e cerchiamo di capire come si sta procedendo per contenere e neutralizzare l’imponente inquinamento marino che ne è scaturito. Fonti omanite affermano che la petroliera si trova ancora incagliata sulle rocce di Al Qibliyyah, di fronte le isole Hallaniyat, nota ed importante riserva marina protetta costituita da un'area di 667 chilometri quadrati - istituita dal governo dell'Oman - nel Dhofar omanita.

Le autorità omanite hanno come principale obiettivo non ancora la rimozione della nave, ma di tentare di stabilizzarla e togliere il greggio ancora presente a bordo, riducendo in tal modo il rischio di protarsi di ulteriori perdite. Non possiamo non considerare che le complesse operazioni di svuotamento delle cisterne (lightering) vengono sensibilmente rallentate a causa delle durissime condizioni meteorologiche portate dal monsone estivo “Khareef” - che ha fatto registrare venti fino a 40 nodi e onde alte anche 4 metri - che hanno reso impossibile per settimane far accostare le navi specializzate al relitto e poter recuperare il greggio rimasto; tuttavia, segnaliamo che, con la fine del monsone, i piani per alleggerire la petroliera e recuperare il carico residuo sono potuti entrare nella fase attuativa.

Le ultime Immagini trasmesse dal sistema satellitare “Sentinel-2” del 21 settembre scorso, mostrano che il flusso di petrolio sembra essersi ridotto e una diminuzione della superficie di sheening rispetto alle settimane precedenti; questo potrebbe indurre a ritenere che le cisterne - già danneggiate – continuano a perdendo con un flusso inferiore anche se, ovviamente, non significa però che la perdita sia cessata del tutto.

Il dato positivo resta comunque il dato certo che il recupero del greggio è concretamente già iniziato; infatti, le immagini più recenti diffuse dai media omaniti fanno vedere personale di salvataggio al lavoro sulla nave mentre collocano apparecchiature per il pompaggio e il trasferimento a bordo di altre unità specializzate. L'operazione di allibo sembra, dunque, essere iniziata negli ultimi giorni di settembre, dopo il sensibile miglioramento delle condizioni del mare. Attualmente stanno operando diversi mezzi e alcune squadre di specialisti di tecniche antinquinamento. Meritano di essere ricordate le stime iniziali sull’estensione della chiazza (slick), che oscillano enormemente dai 400 km² fino ad oltre 1.000/2.000 kmq, secondo diverse attendibili analisi satellitari.

Il coordinamento complessivo delle attività antinquinamento resta in capo alle autorità omanite, mentre l'esecuzione tecnica del contenimento e del recupero del greggio è stata affidata alla società britannica Ambrey, specializzata nella gestione del rischio marittimo e membro dell'ISU (International Salvage Union), che coordina ufficialmente la complessa operazione internazionale di contenimento ambientale.

La domanda che, a questo punto, sorge spontanea attesa la vastità dell’inquinamento e alla peculiare delicatezza naturalistica delle aree colpite, si collega con la comprensione delle tecnologie e delle maestranze in campo e se sono bastevolmente adeguate alla gravità della situazione in essere. Se ciò presentasse ragionevoli dubbi, in linea di principio, le capacità tecnico-operative antinquinamento dell'EMSA (European Maritime Safety Agency)  potrebbero essere impiegate nel Golfo Persico e lungo le coste dell'Oman; tuttavia, non automaticamente e non semplicemente perché si è verificato un enorme sversamento di greggio ma attraverso il meccanismo giuridico-operativo attraverso cui l'assistenza internazionale viene richiesta.

Cosa potrebbe mettere, dunque, a disposizione EMSA?

Sappiamo con certezza che l'EMSA dispone di una concreta capacità operativa antinquinamento e non soltanto di mera consulenza. Ne richiamiamo solo alcune potenzialità per aprire il ventaglio delle possibilità d’intervento in chiave marine pollution combating: unità OSR (Oil Spill Response) equipaggiate per il recupero meccanico del petrolio in mare aperto; grandi sistemi di contenimento e recupero; skimmer e attrezzature per la raccolta del petrolio;  capacità di EAS (Equipment Assistance Service) con stock di attrezzature oltre a poter contare su un cospicuo numero di esperti per valutazione dello sversamento, pianificazione e coordinamento della risposta.

Siamo dell’avviso che, per un caso eccezionale come quello della motocisterna Caroline Bezengi, l’emergenza da affrontare con ogni possibile urgenza resta quella legata al recupero del petrolio in mare aperto, che EMSA, tra l’altro, indica esplicitamente come propria specifica principale area di expertise.

Sarebbe assai significativo che l’UE mettesse a fattor comune le proprie conoscenze tecniche e le esperienze di settore per dare sostegno all’Oman e all’area del Golfo nel suo  complesso; un segnale forte, che diventerebbe partecipazione e concreta testimonianza di come il problema ambientale accomuna tutti e necessita della leale partecipazione delle comunità umane.

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