L’inganno sulla competitività europea: a pesare non è il costo del lavoro ma il crollo degli investimenti

Un nuovo rapporto dell’economista Mariana Mazzucato per la Confederazione europea dei sindacati (European trade union confederation, Etuc), intitolato "Labour Squeezed, Investment Stalled" (il senso è: lavoratori spremuti e investimenti in stallo) lancia un duro monito ai leader dell’Unione europea affermando che la crisi della competitività continentale è stata gravemente «misdiagnosticata». La narrazione economica dominante, frutto appunto di questa falsa diagnosi, ha infatti teso a colpevolizzare il costo del lavoro, spingendo i governi verso politiche di deregolamentazione selvaggia e di forte moderazione salariale. Tuttavia, i dati macroeconomici dimostrano che la vera causa del declino risiede nel crollo degli investimenti produttivi e nell’affermazione di un «capitalismo di rendita», dove i profitti vengono estratti anziché essere utilizzati per generare valore reale.
L’analisi è stata condotta sulle trecento principali multinazionali quotate in borsa all’interno dello spazio europeo, le quali da sole generano circa il 40% dell’intero Pil dell’Ue. L’indagine evidenzia una realtà allarmante sul fronte della gestione societaria. Nel corso degli ultimi 25 anni, gli investimenti netti destinati all’innovazione e allo sviluppo industriale sono drammaticamente precipitati, passando dal 18,9% a un misero 7,4% calcolato sui profitti lordi aziendali complessivi. Questo significa che la stragrande maggioranza della ricchezza prodotta viene sistematicamente sottratta all’economia reale e al potenziamento dei settori industriali strategici, compromettendo la competitività futura del continente.
A fronte di questo disinvestimento strutturale, si legge nello studio, la quota dei guadagni netti redistribuita direttamente ai grandi azionisti tramite dividendi e operazioni di riacquisto di azioni proprie (share buybacks) è più che raddoppiata, schizzando dal 27% al 68%. Nello stesso arco temporale, i profitti lordi delle grandi imprese sono cresciuti a ritmi vertiginosi, registrando un incremento del 151%, una percentuale che quasi doppia l’aumento dei salari reali dei lavoratori, rimasti fermi a un modesto 87%. Si assiste così a una massiccia polarizzazione della ricchezza, in cui le imprese privilegiano la massimizzazione del valore azionario a breve termine piuttosto che la stabilità dei propri dipendenti e la crescita produttiva.
Nel documento si legge anche che la gestione finanziaria speculativa delle grandi corporazioni emerge chiaramente nel momento in cui si osservano i processi di ristrutturazione aziendale: in quasi sette casi su dieci, le imprese che hanno avviato licenziamenti di massa o tagli hanno comunque distribuito lauti dividendi ai propri investitori nel medesimo anno. A rendere il quadro ancor più critico si aggiunge poi il fatto che le aziende europee hanno beneficiato, nel medesimo periodo, di aiuti pubblici per una cifra astronomica pari a 3.500 miliardi di euro. Questi sussidi statali sono stati distribuiti dai governi senza porre alcun vincolo stringente o condizionalità sociale, permettendo che denaro pubblico finisse nei circuiti della finanza anziché supportare l'occupazione.
Per porre rimedio a questa deriva e invertire la rotta economica, la segretaria generale dell’Etuc, Esther Lynch, chiede riforme radicali che rimettano al centro il valore del lavoro e della produzione. «Questo rapporto dimostra in modo conclusivo che per decenni i lavoratori sono stati ingiustamente incolpati delle decisioni sbagliate prese nelle sale dei consigli di amministrazione europei. Gli amministratori delegati delle più grandi aziende europee hanno di fatto svenduto il patrimonio della nostra economia e poi hanno preteso tagli ai salari reali e alle condizioni di lavoro per compensare il danno. Ciò ha creato una situazione perdente per tutti, caratterizzata da una maggiore disuguaglianza e da una minore produttività. Un’ulteriore deregolamentazione e ulteriori attacchi ai lavoratori non faranno che peggiorare le cose. L’Europa non può vincere una corsa al ribasso. La strada verso il successo dell’Europa passa attraverso posti di lavoro di alta qualità, investimenti elevati e alta produttività».
I sindacati europei sollecitano l’approvazione immediata di un «Quality Jobs Act» contro la precarietà, l’introduzione di vincoli rigidi sui fondi pubblici affinché vengano obbligatoriamente reinvestiti, e il rafforzamento dei salari tramite una rinnovata contrattazione collettiva. Infine, viene ritenuta indispensabile la creazione di uno strumento di investimento comune permanente che possa sostituire efficacemente il Pnrr, garantendo una crescita equa, sostenibile e di lungo periodo per tutta l’Unione europea.
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