Non solo caccia selvaggia, il Governo Meloni taglia del 23% i fondi alle aree protette nazionali

Mentre alla Camera prosegue l’esame della riforma della legge sulla tutela della fauna (157/1992) per dare via libera alla “caccia selvaggia” – contestata dalla Commissione Ue oltre che dalle associazioni ambientaliste – le aree naturali protette statali si trovano ad affrontare un altro fronte critico: la riduzione dei fondi destinati alle spese obbligatorie di funzionamento. A denunciarlo sono Blue Marine Foundation, Greenpeace Italia, Italia Nostra, Lipu, Marevivo, Mountain Wilderness, ProNatura, Wwf Italia e Worldrise, secondo le quali i tagli disposti dal ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica ammontano complessivamente a circa il 23% rispetto alle assegnazioni del 2025.
In questi giorni, spiegano le associazioni, Aree marine protette, Parchi nazionali e Riserve statali stanno ricevendo le comunicazioni relative alla revisione delle risorse disponibili per l’esercizio finanziario in corso. La riduzione deriverebbe dai tagli che hanno interessato l’intero Mase con la legge di Bilancio 2026, pubblicata in Gazzetta ufficiale lo scorso dicembre.
Non si tratterebbe di una sforbiciata uniforme: l’entità della contrazione varia da ente a ente, ma per alcuni parchi nazionali supererebbe i 700mila euro. In ogni caso, a essere colpiti sono i trasferimenti destinati alla gestione ordinaria, cioè le risorse necessarie per assicurare le principali funzioni di tutela e valorizzazione dei territori protetti.
Le conseguenze, secondo le organizzazioni ambientaliste, potrebbero riguardare il monitoraggio delle specie e degli habitat, gli interventi di conservazione, l’apertura al pubblico, l’educazione ambientale, la manutenzione ordinaria e straordinaria, oltre alla prevenzione degli incendi boschivi. Un’attività particolarmente delicata nella stagione estiva, quando caldo estremo e siccità aumentano il rischio di roghi e rendono ancora più importanti il presidio e la cura del territorio.
La riduzione delle risorse a metà esercizio viene considerata un ulteriore elemento di criticità. Gli enti gestori, osservano le associazioni, hanno già programmato o assunto impegni sulla base degli stanziamenti consolidati, e una modifica così rilevante a fine giugno rischia di compromettere contratti, attività in corso, rapporti con il personale e affidamenti a soggetti esterni chiamati spesso a svolgere funzioni essenziali nella gestione dei parchi, delle riserve e delle aree marine protette.
La denuncia si colloca in un contesto nel quale l’Italia dovrebbe invece rafforzare gli investimenti dedicati alla conservazione della natura. Il Paese è chiamato a contribuire agli obiettivi europei di tutela efficace del 30% del territorio terrestre e marino entro il 2030, mentre deve fare i conti con gli impatti della crisi climatica, il consumo di suolo e una crescente fragilità degli ecosistemi.
Per Blue Marine Foundation, Greenpeace Italia, Italia Nostra, Lipu, Marevivo, Mountain Wilderness, ProNatura, Wwf Italia e Worldrise, il taglio rappresenta «l’ennesima prova di una politica che non vuole ritenere la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi un grande investimento, anche per le future generazioni, come stabilisce la nostra Costituzione».
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