L’intelligenza apocalittica e il dibattito pubblico

Nel 1953, Finmeccanica fondò una piccola rivista culturale che a suo modo è entrata nella storia dell’editoria italiana. La rivista si chiamava “Civiltà delle macchine”, fu ideata e diretta dall’ingegnere, poeta e pubblicitario Leonardo Sinisgalli. “Civiltà delle macchine” voleva far dialogare la cultura umanistica e la conoscenza tecnica mettendo a disposizione una confezione editoriale e intellettuale che cercava di integrare l’arte e la letteratura con l’innovazione tecnologica. La rivista è uscita fino al 1979, per poi essere riesumata quarant’anni dopo dalla Fondazione Leonardo, nel 2019. Da qualche tempo, la rivista ha cambiato nome: ora, che Papa Leone XIV li perdoni, si chiama “Civiltà dei dati”.
La cover story di questo numero di Linkiesta Magazine ha come titolo «Inciviltà delle macchine», ed è un esplicito omaggio a quella pionieristica rivista, ma con una torsione più adatta ai tempi impazziti dell’intelligenza artificiale. Non credo ci sia oggi un tema più urgente e ancora così poco esplorato dell’impatto dell’intelligenza artificiale sulla nostra civiltà. L’IA è una meraviglia tecnologica che lascia a bocca aperta, ma non sappiamo ancora se questa rivoluzione finirà col conquistare una straordinaria capacità produttiva o se ci avvicinerà alla fine dell’umanità.
Le incertezze sono tante, le opportunità sono certamente gigantesche, ma i pericoli sono altrettanto grandi, tanto che perfino Papa Prevost ha voluto affrontare la questione con la prima enciclica del suo pontificato. Il dibattito pubblico, specie italiano, intorno all’intelligenza artificiale però non è all’altezza della questione. Anche dopo l’enciclica di Leone XIV se ne parla soltanto in termini messianici, sorvolando sulle conseguenze sociali ed esistenziali che l’IA ci potrebbe riservare già da domani mattina, dalla cancellazione del lavoro alla concentrazione del potere in pochissime e non proprio sicurissime mani, dalle armi autonome ai robot umanoidi in grado di fare scelte, dalla capacità di programmare senza l’ausilio umano, fino all’impatto sul pensiero critico e sui processi democratici.
Politici, economisti e intellettuali affrontano il tema con l’entusiasmo dei neofiti e accusano l’Italia e l’Europa di essere pericolosamente indietro rispetto a Stati Uniti e Cina. Come unica soluzione offrono di accelerare ancora di più la corsa all’intelligenza artificiale, anche se nessuno sa se tutto questo ci porterà a sbattere contro il muro. Non lo sa nessuno, tranne i guru della Silicon Valley, i quali, conoscendo i loro modelli, si dilettano con nonchalance a formulare profezie apocalittiche e a sospettare che di questo passo andremo verso la distruzione della nostra civiltà. Anziché allarmarsi e fermarsi a riflettere, il pensiero unico entusiastico sull’intelligenza artificiale impone di premere sull’acceleratore, infischiandosene delle parole dei demiurghi dell’IA.
Anthropic, che è la società più avanzata tra quelle leader dell’intelligenza artificiale, a giugno ha implorato i laboratori di intelligenza artificiale concorrenti di considerare un rallentamento dello sviluppo dei modelli, per evitare che questi sistemi siano in grado di migliorarsi senza l’ausilio umano e in modi che possano causare seri rischi al mondo in cui viviamo. La risposta è stata la solita: accelerazione e assenza di dibattito pubblico.
Oggi gli unici due freni allo sviluppo senza controllo dell’IA sono i soldi che servono a costruire i data center, che per il momento non ci sono, e le autorizzazioni a costruire le giga factory necessarie a soddisfare le immense capacità di calcolo. L’annuncio delle prime quotazioni in borsa dei giganti dell’IA serve esattamente a questo, a raccogliere il denaro necessario a finanziare la costruzione dei data center: i soldi arriveranno a frotte perché il sentimento prevalente è quello di salire a bordo della nuova rivoluzione digitale il prima possibile.
Sarà più laborioso il processo per ottenere le autorizzazioni a costruire i data center, anche perché negli Stati Uniti comincia a radicarsi un movimento “not in my backyard”, alimentato dall’ala progressista del Partito Democratico americano, l’unica che fin qui ha cominciato a porsi il problema dell’impatto dell’IA sulla società contemporanea, nella totale indifferenza invece dell’ala centrista che insegue ancora dogmi tardo-clintoniani sul significato salvifico dell’innovazione tecnologica.
Il Partito Repubblicano invece è in mano alla Silicon Valley, anche se l’ala più nazionalista, di cui Steve Bannon è uno dei più rumorosi portavoce, ha da tempo preso le distanze da Elon Musk e soci. I riflettori sono puntati sulla Casa Bianca, dove si scontrano i rappresentanti dei grandi finanziatori della Silicon Valley che hanno in JD Vance il loro alfiere e chi, mettendo da parte l’entusiasmo a favore della completa deregolamentazione dell’innovazione tecnologica, alla prova dei fatti comincia ad aver paura di non riuscire più a controllare l’intelligenza artificiale e i suoi oligarchi.
“Inciviltà delle macchine” è il contributo di Linkiesta Magazine – che già nel numero precedente aveva approfondito il tema dell’OligarchIA (con la “I” e la “A” maiuscole di Intelligenza Artificiale) – a un dibattito politico e culturale italiano che, invece, preferisce non ascoltare gli allarmi degli spericolati padri fondatori dell’intelligenza apocalittica.
Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 02/26 – “Inciviltà delle macchine”, ordinabile qui.
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