L’Intelligenza artificiale e la fatica di incontrarsi davvero
Le tecnologie digitali non stanno cambiando soltanto il modo in cui comunichiamo, ma anche il modo in cui ci avviciniamo agli altri, ci presentiamo, tentiamo di costruire un legame. Perfino il primo messaggio, quello che un tempo nasceva dall’imbarazzo, dall’intuizione o dall’audacia, oggi può essere mediato da un algoritmo. È un cambiamento che racconta molto del nostro tempo e, soprattutto, del modo in cui le nuove generazioni abitano le relazioni.
È interessante l’articolo pubblicato da TGCOM24 dal titolo “L’algoritmo rompe il ghiaccio e punta sulla sincerità: così la Gen Z ‘rimorchia’ con l’IA”, perché mette a fuoco una tendenza che non è soltanto di costume, ma profondamente culturale. Un esempio concreto è rappresentato dalla funzione innovativa dell’app di incontri Hinge, che facilita l’inizio delle conversazioni e che è stata approfondita nel podcast ‘Big Boss’ della BBC.
A colpire è soprattutto il quadro che emerge attorno ai più giovani: come osserva la ceo di Hinge, Jackie Jantos, “i single tra i 20 e i 30 anni desiderano l’amore, ma faticano a trovare la sicurezza di sé necessaria per mettersi in gioco, poiché socializzano meno di persona”. Non si tratta, almeno in apparenza, di una delega totale: l’intelligenza artificiale, come spiega Jantos, offre suggerimenti per “esprimere chi sei, ma non scrive le parole al posto del single”.
A confermare il fenomeno contribuisce anche una ricerca di Wyylde, piattaforma europea rivolta all’esplorazione della sessualità libera e consensuale, dalla quale emerge che il ricorso all’intelligenza artificiale nel primo approccio online viene percepito da molti giovani come un supporto per esprimersi con maggiore naturalezza e con meno imbarazzo.
Sebbene l’algoritmo non sostituisca del tutto la persona, certamente la accompagna in uno spazio delicato, quello dell’inizio, del primo contatto, della vulnerabilità che ogni relazione porta con sé. L’articolo sottolinea che la Generazione Z, sulla base dei dati relativi agli iscritti di Hinge, trascorre “circa mille ore in meno all’anno interagendo di persona con altri coetanei rispetto ai ragazzi di vent’anni fa”. È un dato importante. Questo significa che la tecnologia non entra soltanto nel linguaggio dell’approccio, ma in un vuoto relazionale più ampio, generato da abitudini mutate, da tempi diversi, da una socialità sempre più filtrata dagli schermi.
In questo contesto, torna utile la riflessione di Zygmunt Bauman sulle relazioni liquide: legami più instabili, più reversibili, più esposti alla paura del coinvolgimento e al desiderio di controllo. Le app di dating, e oggi anche l’IA che le accompagna, rendono l’incontro più semplice, ma anche più mediato, più gestibile, meno esposto all’imprevedibilità dell’altro. Il rischio è che il rapporto nasca già dentro una cornice di protezione artificiale, in cui la spontaneità viene calibrata e l’emozione corretta prima ancora di essere vissuta.
L’indagine di Wyylde segnala che oltre il 70% degli utenti iscritti alle app di dating ritiene superate le vecchie frasi di apertura e che circa 2 intervistati su 3 preferiscono approcci “diretti e spontanei”, fondati su “chiarezza delle intenzioni, linguaggio semplice, ironia e rispetto”.
Si tratta di un segnale significativo: i giovani cercano sincerità, non finzione. La domanda vera, però, è un’altra: cosa succede quando per essere spontanei si fa affidamento a una macchina che suggerisce come esserlo?
Il problema non riguarda soltanto le relazioni sentimentali, ma coinvolge l’intera educazione all’incontro. Se diventa più facile confidarsi con un chatbot che affrontare un coetaneo reale, allora emerge una fragilità relazionale che non può essere ignorata. Accanto alle opportunità offerte dalla rete, infatti, si moltiplicano anche le sue derive: relazioni superficiali, dipendenze affettive digitali, idealizzazioni, manipolazioni, fino alle forme più oscure della devianza online.
Per questo, occorre allora restituire valore all’esperienza concreta del rapporto umano, senza demonizzare l’intelligenza artificiale. Serve investire nell’educazione emotiva, nella socialità reale e nella capacità di affrontare il rischio del primo passo, senza rifugiarsi sempre in una mediazione algoritmica. I giovani non hanno bisogno solo di risorse più efficienti, ma di spazi in cui imparare il linguaggio dell’ascolto, del rifiuto, del rispetto e della reciprocità.
Non manca, però, un aspetto che apre alla speranza. Anche dentro le piattaforme e gli automatismi, continua a farsi strada la necessità di legami profondi. Se sapremo accompagnare i ragazzi nell’uso della tecnologia senza farci sostituire da essa, allora anche un algoritmo potrà rimanere ciò che è realmente destinato a essere: uno strumento. Perché l’amore, quello vero, non nasce da un suggerimento perfetto, ma dal coraggio autentico di mostrarsi davvero all’altro.
L'articolo L’Intelligenza artificiale e la fatica di incontrarsi davvero proviene da IlNewyorkese.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)