La morte di un padre e la fine delle certezze dell’Occidente

16 Luglio 2026 - 06:20
0
La morte di un padre e la fine delle certezze dell’Occidente

Rimango in ascolto delle onde, delle barche e dei gabbiani, e anche delle voci isolate della città. Mentre sono ancora aletto, dalla piccola finestra della stanza scorgo l’acqua del Rio di San Polo, che qualche metro più in là sfocia nel Canal Grande, a pochi passi dal Centro Tedesco di Studi Veneziani nel Palazzo Barbarigo, dove mi trovo per qualche giorno. Non solo il profumo delle lenzuola, anche l’arredo e la stessa piccola stanza degli ospiti sembrano provenire da un’altra epoca. Afferro il telefono per spegnere la sveglia che sta per suonare. E chiudo gli occhi ancora una volta.

Non so con certezza quando abbia avuto inizio il dolore contro cui combatto, ma che continuo a percepire. So solo che mi accompagna da tempo. Potrei farne risalire l’inizio a quel giorno in cui, mentre stavo per salire su un palco a Heidelberg, ricevetti una telefonata da mia madre che non era solita chiamarmi la sera. Ricordo che guardai il cellulare e le molte persone in sala, poi lo spensi, salii sul palco, presi posto accanto alla presentatrice e decisi di soffocare il panico che mi saliva dentro sorridendo al pubblico. Sapevo cosa volesse dire quella telefonata. Una parte di me la attendeva da mesi.

Mio padre era malato da tempo. Eppure, in modo del tutto irrazionale mi ero aggrappato all’idea che quel momento non sarebbe mai arrivato. Non volevo che qualcuno si accorgesse di quello che mi stava accadendo, perciò portai a termine l’incontro, rispondendo alle domande della moderatrice e del pubblico e firmando in chiusura le copie del mio libro. Poi andai a mangiare qualcosa con gli organizzatori della serata. Cercai di sfuggire alla notizia fino a che non rientrai in albergo in tarda serata. Feci subito la valigia, in modo da poter raggiungere mia madre, nella regione dei laghi del Meclemburgo, con il primo treno disponibile all’indomani. Solo allora la richiamai e seppi che mio padre era morto.

Il lutto per la sua morte mi accompagna ogni giorno. Allo stesso tempo, ho la sensazione di aver perso anche molto di più che mio padre. Mi pare che la sua morte si inserisca in una serie di piccole e grandi tragedie, e che la mia perdita personale si aggiunga alle tante perdite collettive che abbiamo vissuto in questi anni. Ne appare quasi potenziata. Qualche volta ho la sensazione di non sapere bene chi o che cosa piango, non sono certo di riuscire a discernere ciò che in apparenza è piccolo da ciò che sembra grande, la quotidianità privata dalla storia del mondo.

Qualche giorno prima del mio viaggio ne avevo parlato con un’amica. Insieme ci eravamo chiesti quando avevamo davvero capito che qualcosa stava giungendo a termine. Che qualcosa che pensavamo sarebbe durato a lungo, era venuto meno. Entrambi avvertivamo con grande intensità questo senso di perdita. Con gli eventi della pandemia e poi della guerra russa in Ucraina con la conseguente minaccia atomica, per molte e molti di noi è diventato chiaro che un’era di stabilità, certo ogni giorno più fragile ma pur sempre ancora esistente, era finita. Nei libri, negli articoli, nei notiziari televisivi si è parlato così tanto di una svolta epocale e talvolta addirittura di apocalisse che, nel frattempo, ho sviluppato un’avversione nei confronti di queste parole e dei loro gusci che nascondono più che descrivere.

(…) Sapevamo della minaccia del cambiamento climatico, delle condizioni meteorologiche estreme che si presentavano un po’ dappertutto, del surriscaldamento della terra causato dagli esseri umani, che già solo nel corso delle nostre esistenze era progredito quanto in passato era successo nell’arco temporale geologico di centinaia di migliaia di anni. E sapevamo anche dei dittatori moderni, del modo in cui si appropriavano del potere nei Paesi democratici per riportare le lancette dell’orologio ai tempi del totalitarismo, della xenofobia, della misoginia e dell’omofobia dichiarata.

Sapevamo anche dell’improvvisa riabilitazione dell’odio di estrema destra nella democrazia più antica del mondo, anche in quel Paese, il nostro, che a causa della sua storia aveva giurato che sarebbe stato particolarmente vigile nei confronti di queste forme di odio. Avremmo dovuto intuirlo già durante la crisi finanziaria del 2008. E forse già nel 2001, in seguito agli attacchi terroristici a New York e alle guerre d’aggressione che gli Stati Uniti avevano di conseguenza scatenato in Afghanistan e in Iraq. In effetti lei lo aveva capito, aveva aggiunto la mia amica, solo che non voleva accettarlo. Dovetti darle ragione.

Quella conversazione mi torna in mente adesso. Sento di non avere ancora voglia di alzarmi. Eravamo così impegnati a ricostruire la cronologia delle nostre perdite collettive da non riuscire a chiederci che cosa avevamo perso davvero.

 

Tratto da Il tempo della perdita, di Daniel Schreiber, ed. ADD, 128 pagine, 15,20€

 

L'articolo La morte di un padre e la fine delle certezze dell’Occidente proviene da Linkiesta.it.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Wow Wow 0
Triste Triste 0
Furioso Furioso 0
Redazione

Redazione Eventi e News

Commenti (0)

User