Magyar sblocca l’adesione di Kyjiv all’Ue in cambio di una norma sulla minoranza ungherese in Ucraina

In molti, a Bruxelles, speravano che con la fine politica di Viktor Orbán sarebbe finita anche la politica dei veti. Era una speranza comprensibile, ma forse un po’ ingenua. Con l’ex premiere ungherese il veto era diventato un certificato di ostilità geopolitica: più una misura europea colpiva gli interessi russi o stringeva l’Ucraina all’Occidente, più aumentavano le probabilità che Budapest ci mettesse il piede sopra. Nel dicembre 2023 bloccò i 50 miliardi di euro con cui l’Unione voleva sostenere l’Ucraina fino al 2027. Servirono settimane e un nuovo vertice per sciogliere il veto. Qualche mese dopo Budapest rallentò ancora l’uso del Fondo europeo per la pace e dei proventi degli asset russi congelati destinati alle armi per Kyjiv, tanto che Bruxelles dovette escogitare un meccanismo giuridico per procedere senza il consenso ungherese.
L’Ungheria manteneva con Mosca rapporti che nessun altro governo dell’Unione aveva interesse a esibire con la stessa disinvoltura. Continuava a dipendere largamente dall’energia russa, il premier incontrava Vladimir Putin mentre i partner europei cercavano di isolarlo e la linea ufficiale di Budapest descriveva spesso le forniture militari all’Ucraina come un modo per prolungare la guerra. Il veto serviva a difendere interessi ungheresi, certo. Finiva però con sorprendente frequenza nei dossier in cui Mosca aveva più da perdere.
Il nuovo premier ungherese, Peter Magyar ha riportato l’Ungheria dentro una relazione meno instabile con Bruxelles. Sarebbe però un errore aspettarsi da lui una politica estera per sottrazione. L’unanimità resta una formidabile rendita di posizione e Magyar intende incassarla. Solo che è cambiato il prezzo per ottenere il sì.
Budapest sta facendo capire che può liberare un altro tratto del percorso verso l’adesione europea dell’Ucraina, ma a condizione che Kyjiv metta per iscritto ciò che l’Ungheria chiede da anni per tutelare la minoranza magiara della Transcarpazia che vive in Ucraina. A inizio ottobre il governo Magyar ha accolto favorevolmente il nuovo progetto di legge ucraino sull’istruzione delle minoranze; due diplomatici europei hanno detto a Reuters che, una volta approvato, Budapest potrebbe smettere di bloccare i negoziati sui capitoli relativi al mercato interno e alla competitività.
A essere rimasta incastrata nel veto ungherese è anche la Moldova, pur senza avere praticamente nulla a che fare con la disputa tra Budapest e Kyjiv. I due paesi hanno cominciato insieme il percorso verso l’Unione e Bruxelles ha finora evitato di separarli. A settembre, quando l’Ungheria continuava a fermare l’apertura dei nuovi capitoli per l’Ucraina, Budapest era invece disponibile a far avanzare Chișinău; furono altri governi europei a preferire che le due candidature restassero agganciate. Ora il Financial Times scrive che l’ordine di Magyar ai diplomatici ungheresi riguarda entrambe. Se l’intesa con Kyjiv reggerà, quindi, si muoverà anche la Moldova: un paese che ha rispettato le condizioni europee si è trovato per settimane ad aspettare che venisse risolta una lite sulle scuole ungheresi della Transcarpazia.
Per capire perché poche norme scolastiche possano tenere ferma la candidatura europea di un paese in guerra bisogna spostarsi nell’angolo più occidentale dell’Ucraina, oltre i Carpazi. Lì vive una comunità di circa centomila ungheresi, concentrata soprattutto lungo il confine. La sua presenza pesa nella politica di Budapest per una ragione che risale a più di un secolo fa. Con il trattato del Trianon, firmato nel 1920 dopo la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico, il Regno d’Ungheria perse circa due terzi del proprio territorio e oltre la metà della popolazione. Milioni di persone che si consideravano magiare si ritrovarono da un giorno all’altro cittadini di altri Stati, dalla Romania alla Cecoslovacchia, passando per la Jugoslavia.
Dopo Trianon, la Transcarpazia finì alla Cecoslovacchia, passò nuovamente sotto controllo ungherese alla vigilia della Seconda guerra mondiale, poi fu incorporata nell’Unione Sovietica e, dal 1991, è parte dell’Ucraina indipendente. Per questo, nell’immaginario politico ungherese, gli ungheresi di Berehove e dei villaggi lungo il confine non sono percepiti come una diaspora lontana, ma come una comunità rimasta fuori dallo Stato per effetto di una mutilazione storica che continua a occupare uno spazio enorme nella memoria nazionale. Orbán aveva trasformato Trianon in uno dei pilastri del proprio nazionalismo, distribuendo cittadinanze agli ungheresi oltreconfine e facendo della loro tutela una questione di politica interna. Magyar può prendere le distanze da Orbán su Mosca e sull’Unione europea, ma su questo terreno ha molto meno margine: apparire arrendevole sui diritti dei magiari della Transcarpazia avrebbe un costo politico immediato anche per lui.
Dall’altra parte del confine, però, la lingua significa tutt’altro. Per l’Ucraina post 2014 il rafforzamento dell’ucraino è entrato nel campo della sicurezza nazionale. La Russia aveva annesso la Crimea presentandosi come protettrice dei russofoni e aveva trasformato la lingua in uno degli strumenti della propria ingerenza politica. Kyjiv reagì cercando di ridurre l’eredità della russificazione nello Stato, nei media e soprattutto nelle scuole. Il problema è che una legge pensata avendo in mente il russo finì per colpire anche lingue che appartengono a minoranze legate a paesi dell’Unione europea.
La legge sull’istruzione del 2017 fu il punto di rottura con Budapest. Aumentava l’uso obbligatorio dell’ucraino con l’avanzare del percorso scolastico e restringeva l’insegnamento integralmente svolto nelle lingue minoritarie. Per una famiglia ungherese della Transcarpazia significava che una scuola fino a quel momento magiara avrebbe dovuto progressivamente insegnare più materie in ucraino. Per Kyjiv era integrazione nazionale. Per Budapest era assimilazione. La Commissione di Venezia diede in sostanza ragione a entrambe le preoccupazioni: l’Ucraina aveva il diritto di rafforzare la propria lingua, ma le garanzie offerte alle minoranze andavano corrette e ampliate.
Da allora la lite è sopravvissuta a invasioni, vertici europei e cambi di governo. Kyjiv ha modificato più volte le norme. Budapest ha continuato a considerarle insufficienti. Dietro il lessico un po’ burocratico dei negoziati ci sono questioni molto concrete: quante ore di lezione possono essere tenute in ungherese, quando deve diventare prevalente l’ucraino, quale status conservano le scuole della minoranza, in quale lingua possono essere rilasciati documenti e certificati. Dettagli, finché un paese non possiede il veto sull’ingresso europeo dell’altro.
Magyar ha trasformato proprio quei dettagli in valuta politica. A giugno i due governi hanno trovato un accordo sui diritti della comunità ungherese. Budapest ha chiesto il ripristino di garanzie più ampie per l’istruzione in lingua madre e l’uso dei simboli della minoranza. Kyjiv ha accettato di tradurre l’intesa in norme. In cambio l’Ungheria ha lasciato partire il primo cluster dei negoziati europei, quello che riguarda i fondamentali dello Stato candidato, e successivamente quello sulle relazioni esterne. Poi Magyar ha rimesso il piede sulla porta. Gli accordi politici non gli bastano: vuole la legge. Una concessione che a Budapest possa essere rivendicata davanti agli elettori.
Il primo ottobre il governo ucraino ha portato in parlamento un progetto di legge che traduce quell’intesa in norme concrete. È da quel voto che dipende adesso il prossimo sì di Budapest al percorso europeo di Kyjiv. La norma rafforza le tutele educative per le minoranze la cui lingua appartiene a uno Stato dell’Unione. La formula è stata scelta con cura. Permette all’Ucraina di fare concessioni agli ungheresi della Transcarpazia senza riaprire nello stesso modo il dossier del russo, che durante una guerra combattuta contro Mosca avrebbe tutt’altro peso politico. Il governo Magyar ha accolto il testo con soddisfazione e le principali organizzazioni magiare della regione hanno chiesto che venga approvato rapidamente. Budapest, a quel punto, dovrebbe consentire all’Ucraina di avanzare ancora nei negoziati europei.
La relazione fra i due paesi resta ruvida. Magyar non ha aderito alla lettura più generosa dell’allargamento, quella secondo cui l’invasione russa dovrebbe accelerare l’ingresso ucraino quasi per necessità strategica. Continua a considerare l’adesione un processo in cui Budapest deve poter intervenire ogni volta che ritiene coinvolti interessi nazionali. Kyjiv, dal canto suo, sa che opporsi fino in fondo sulle scuole della Transcarpazia significherebbe consegnare a un vicino di meno di dieci milioni di abitanti il potere di rallentare una delle grandi scelte geopolitiche del paese. Ma il paradosso è che questo rapporto, proprio perché poco sentimentale, potrebbe funzionare meglio di molte proclamazioni di amicizia. Magyar può dire agli ungheresi di aver ottenuto qualcosa che Orbán chiedeva da anni. Zelensky può mostrare che una concessione circoscritta ha prodotto un avanzamento concreto verso Bruxelles. Nessuno deve fidarsi troppo dell’altro. La prova del nove arriverà con il voto della Rada. Se Kyjiv approverà le nuove garanzie sull’istruzione della minoranza ungherese, Budapest dovrebbe liberare i prossimi capitoli del negoziato di adesione. Magyar avrà così mostrato quale uso intende fare dell’eredità più redditizia lasciatagli da Orbán: tenersi il veto, e farsi pagare politicamente ogni volta che decide di non usarlo.
L’Ungheria non è l’unico ostacolo sulla strada di Kyjiv. Come spiega il Financial Times, la Commissione europea sta valutando di limitare per l’Ucraina l’accesso pieno sia al mercato agricolo europeo sia ai sussidi della Politica agricola comune, anche in caso di adesione all’Ue. Nel documento interno citato dal quotidiano britannico, Bruxelles osserva che le dimensioni, la struttura e gli alti livelli di produttività del settore agricolo ucraino rendono necessari accordi specifici per prodotti come grano e cereali. La Commissione pensa quindi a restrizioni mirate sia sul sostegno finanziario sia sull’accesso al mercato, all’interno di un nuovo modello di adesione pensato per gestire più gradualmente l’ingresso dei futuri membri. La posta economica è notevole: i sussidi agricoli europei valgono complessivamente circa 55 miliardi di euro l’anno. In cambio, Bruxelles propone di aiutare l’Ucraina a recuperare i suoi tradizionali mercati di esportazione fuori dall’Unione, gravemente compromessi dalla guerra e dalle difficoltà incontrate nel commercio attraverso il Mar Nero.
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