Trent’anni di Citadelle e un prodotto che non accenna a fermarsi

In mezzo ci sono tre decenni nei quali il gin ha probabilmente vissuto una delle trasformazioni più importanti della sua storia recente. Da categoria fortemente legata alla tradizione britannica è diventato terreno di sperimentazione internazionale; il Gin & Tonic si è trasformato in un fenomeno globale e parole come botaniche, provenienza, metodo di distillazione e ricerca aromatica sono entrate nel vocabolario comune del bere miscelato.
La storia di Citadelle attraversa buona parte di questa evoluzione. Ma nasce, curiosamente, da un limite. All’inizio degli anni Novanta Alexandre Gabriel, fondatore e Master Blender di Maison Ferrand, produce Cognac nella Charente. La normativa dell’epoca consentiva di utilizzare gli alambicchi destinati al Cognac soltanto durante la stagione ufficiale di distillazione, lasciandoli inattivi per quasi metà dell’anno. Da qui l’idea di utilizzarli per produrre gin, applicando alla categoria la stessa attenzione dedicata alle grandi acquaviti. Serviranno cinque anni di lavoro perché le regole cambino e il progetto possa diventare realtà. Sta di fatto che con un po’ di pazienza e una buona dose di determinazione nel 1996 nasce Citadelle. A trent’anni di distanza, il brand si rinnova nuovamente davanti a un limite, ovvero quello alcolico.

Quando Citadelle arriva sul mercato, la grande stagione del craft gin deve ancora cominciare. L’idea di Gabriel è quella di costruire un gin con un’identità dichiaratamente francese, prodotto in tradizionali alambicchi pot still di rame e caratterizzato da un profilo aromatico complesso. Il ginepro rimane il centro della ricetta, accompagnato da altre diciotto botaniche. Ma uno degli aspetti che negli anni diventerà distintivo del metodo Citadelle è soprattutto il modo in cui queste vengono lavorate. Con la progressive infusion, tecnica brevettata dalla Maison, le botaniche non vengono semplicemente messe tutte insieme nell’alambicco. Sono suddivise per famiglie – agrumi, spezie, pepi, fiori e radici – e lavorate rispettando tempi e condizioni differenti, in modo da estrarre da ciascuna le caratteristiche desiderate.
Un approccio che può apparire coerente con il linguaggio contemporaneo del gin, ma che trent’anni fa arrivava in un mercato molto diverso. Nel 1998 Ferran Adrià raccontò alla televisione spagnola di utilizzare Citadelle per i propri Gin & Tonic; nello stesso anno il New York Times dedicò spazio a quel gin francese nato nel territorio del Cognac. Erano alcuni dei primi segnali di un cambiamento che negli anni successivi avrebbe coinvolto l’intera categoria.
Nel 2026 Citadelle viene ancora prodotto a Château de Bonbonnet, nei pressi di Cognac. Qui si trovano la distilleria, una collezione di alambicchi storici in rame e oltre 5.700 piante di ginepro coltivate biologicamente. Nell’orangerie della tenuta crescono inoltre più di trenta varietà di agrumi utilizzate come terreno di sperimentazione e ricerca per nuove produzioni.
Tenendo presente le mode e tendenze che stanno attraversando il settore in questo momento storico, l’arrivo di Citadelle 0.0, analcolico, nell’anno del trentesimo anniversario del marchio non ci stupisce. Perché produrre un’alternativa al gin senza alcol non significa semplicemente eliminare una componente dalla ricetta. L’alcol ha una funzione determinante nella costruzione di un distillato: estrae e veicola gli aromi, contribuisce alla struttura e alla persistenza e modifica la percezione stessa degli ingredienti.

Per Citadelle la ricerca è durata quattro anni e ha portato a scegliere una strada diversa rispetto alla dealcolazione di un prodotto precedentemente alcolico. Citadelle 0.0 viene infatti costruito fin dall’origine senza alcol attraverso l’idrodistillazione, una tecnica mutuata dal mondo della profumeria. Il punto di partenza rimane la ricetta composta dalle diciannove botaniche che costituiscono la firma aromatica del marchio: ginepro innanzitutto, quindi scorze di limone e arancia, cardamomo, pepe cubebe, coriandolo, noce moscata, pepe Sichuan, cannella, cassia, liquirizia, radice di angelica e iris, finocchio, cumino, anice stellato, santoreggia, violetta e semi di girasole. L’idrodistillazione permette di estrarne le componenti aromatiche utilizzando acqua pura. All’idrolato così ottenuto viene successivamente aggiunta una selezione di estratti botanici naturali – tra cui ginepro, coriandolo, angelica, cedro, alloro, pino, menta, limone, arancia amara e yuzu – pensati per restituire intensità, freschezza e struttura.
Al naso il risultato mantiene un profilo dichiaratamente botanico, con spezie e leggere note floreali; al palato emerge invece una componente pepata che contribuisce a dare tensione e persistenza. L’obiettivo non è quindi soltanto ricordare aromaticamente un gin, ma permettere al prodotto di svolgere una funzione analoga anche nella costruzione di un drink: dal Gin & Tonic a Martini e Negroni in versione alcohol free.
Il momento scelto per raccontarlo è interessante anche per un’altra ragione. Ottobre è ormai associato al Sober October, iniziativa nata intorno all’idea di rinunciare all’alcol per un mese e diventata nel tempo una delle espressioni più visibili di un rapporto con il bere che sta cambiando. Il mondo no e low alcohol sta diventando parte di una modalità di consumo più fluida, nella quale la stessa persona può scegliere un cocktail alcolico in un’occasione e uno analcolico in quella successiva. In questa prospettiva, la vera sfida per i produttori non è semplicemente offrire qualcosa a chi non beve, ma riuscire a preservare complessità, ritualità e piacere indipendentemente dalla gradazione alcolica.
Anche per i bar questo significa cambiare prospettiva. Un cocktail senza alcol non deve necessariamente essere una categoria separata o una soluzione costruita per sottrazione, ma può essere pensato attraverso la stessa grammatica di un drink tradizionale: base, equilibrio, temperatura, diluizione, aromaticità e servizio. Forse è proprio qui che i trent’anni di Citadelle acquistano un significato diverso dal semplice anniversario.
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