Mangiare bene è un privilegio?

Maggio 19, 2026 - 05:38
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Mangiare bene è un privilegio?

Che il cibo sia anche una questione politica è un dato di fatto che non scopriamo oggi: in questo periodo turbolento a livello globale ne stiamo concretamente misurando la verità. Il carrello della spesa pesa sempre più sul nostro portafoglio, a causa per esempio dell’aumento dei prezzi dei fertilizzanti in seguito alla chiusura dello stretto di Hormuz. Dal globale al particolare e viceversa, è proprio il caso di chiedersi: dobbiamo essere ricchi per mangiare bene? Per provare a rispondere a questa domanda, o perlomeno a gettare spunti di riflessione che mettano assieme ragione e ottimismo, Anna Prandoni accende la discussione con una piccola provocazione: promuoviamo eccellenza e alimentazione attenta ma spesso non siamo disposti a pagare il giusto prezzo, o più semplicemente non abbiamo la possibilità di farlo, non sempre è una questione di scelta.

Chiara Pavan, cheffe del ristorante Venissa, chiamata a rispondere sul tema dal fronte del “mangiare bene” non si tira indietro. È un argomento complesso che ha a che fare con la quotidianità di tutti, settore del fine dining incluso: «Mi chiedo quotidianamente perché usare alcuni ingredienti e dove fare la spesa. Fare cultura e divulgare, sono convinta sia la base per poi arrivare a cambiamenti con la politica». E se per qualcuno la sostenibilità rischia di essere solo una moda, allora ben venga la moda, per nulla screditante se serve a sensibilizzare su questi temi. Riguardo al prezzo del cibo, veniamo da un’epoca in cui carne e verdura costavano meno al supermercato che dal contadino, ci ricorda Chiara. Ma questa economicità finale ha comunque un costo, riversato spesso sui lavoratori. E torniamo così al punto di partenza: prezzo, costo e chi vuole o può sostenerli.

Si spinge oltre la nostra cheffe dal fine pensiero: «Nelle scuole, nei luoghi dell’educazione, occorre trasformare la conoscenza della provenienza del cibo in qualcosa da insegnare e mostrare, come andare a una mostra. La cultura del cibo come qualcosa che ci appartiene come società». Tornando al suo “orto professionale”, il costo dello standard di un ristorante gastronomico è sicuramente alto, a partire dal costo del lavoro ma non solo: lavorare una verdura dalla A alla Z o un animale intero ha un costo considerevole che ricade sul prezzo, comunque basso e non innalzabile, pena dover rinunciare a una fetta di clienti secondo Chiara. Lontano da tifoserie di parte, spinge la riflessione fino all’autocritica verso il proprio settore: «Ci si può chiedere se ha senso uno standard così alto». E il castello del fine dining per un attimo sembra vacillare.

Oltre la ragione subentra l’ottimismo e il fare concreto e propositivo; «Ci si può rivolgere alla politica, ad esempio, con sgravi fiscali per chi usa ingredienti e produttori locali» è la proposta di Chiara, un’ottimista di natura che nei limiti del proprio lavoro trova sfide e stimoli vitali per superarli, una creatività che nasce dalla difficoltà.

Natalino Stasi è uno youtuber sui generis, da qualche anno realizza video di persone che vivono da sole in posti molto remoti, veri e propri eremiti. Persone molto felici, risolte e in grado di vivere mangiando “da ricchi” pur essendo nullatenenti o poco più. Un mondo vicino a noi e al tempo stesso difficilmente immaginabile e che alla domanda su ricchezza e mangiar bene pare dissolvere questo connubio.

Una sorta di inchiesta sociale quella di Natalino, oltre che semplice esperimento social, che nasce dal mondo contadino calabrese e da passeggiate estemporanee durante il Covid. Un mondo rurale che non era cambiato. Tra gli incontri anche persone che hanno fatto scelte radicali a un certo punto della loro vita, lontane dalle esistenze agiate che conducevano prima. Persone che vivono isolate e che hanno in comune coi contadini valori come essere vegetariani o coltivare il proprio orto. Prosegue Natalino: «Ho capito che non è questione di quanto costa il cibo ma capire cosa stiamo mangiando. Contadini erano anche i miei nonni: se cadeva un pezzo di pane per terra si baciava e si mangiava, non era concepita l’idea di buttarlo, era sacro. Oggi quanto spreco c’è? Lo spreco dovremmo considerarlo immorale». Chi è vicino alla terra ne conosce la fatica per lavorarla e ne riconosce il valore. Stare a contatto con la natura e avere tempo per decidere cosa si vuole fare, già questa è una ricchezza e una forma di ottimismo ci racconta Natalino.

Martina Riolino oltre che rappresentate la Federazione Italiana Pubblici Esercizi (Fipe) è una coraggiosa imprenditrice che ha aperto anni fa a La Spezia un ristorante vegano, quando ancora questa scelta poteva essere radicale, premiata dal successo, col tempo ha aperto anche un format di pasta fresca artigianale vegana. Oltre a consorziare, Fipe sforna periodicamente statistiche su cosa scelgono le persone, numeri che nutrono la curiosità di stampa di settore e consumatori.

«Con 300.000 esercizi cerchiamo di dialogare costantemente con la politica per il riconoscimento del pubblico esercizio a livello turistico: il cibo al pari di un’opera arte». La politica può di conseguenza scegliere dove mettere gli incentivi senza tralasciare questo settore. Lo stesso riconoscimento della cucina italiana da parte dell’Unesco, nel concreto caldeggiato dalla Fipe, è già un cambiamento da cui possono derivare politiche economiche.

Rimane poi da capire se quello di rendere più aperto a tutti il settore del fine dining sia un’ottimistica prospettiva o una vana chimera, è il dilemma che ci sprona a risolvere Anna Prandoni. Nel frattempo, coerentemente col tema del Gastronomika Festival 2026, chiamata a immaginare un ottimistico progetto per il futuro, Chiara Pavan si accontenterebbe di riuscire in questo mondo complicato a lavorare un po’ meno. Anche Martina Riolino sottolinea il valore di ritrovare tempo per fare, anche solo cose semplici. Natalino stesso risponde che viaggiare un po’ di più, e quindi avere il tempo per farlo, è il suo progetto ottimistico. Tra prezzi, costi e valori, si riscopre la ricchezza della risorsa tempo, possibilmente lento e occupato meglio, un’ottima terapia per “animali urbani” che si affannano in metropolitana tra mille incombenze.

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