La dimensione collettiva dello spazio urbano sopravvive nei cortili

Maggio 19, 2026 - 05:38
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La dimensione collettiva dello spazio urbano sopravvive nei cortili

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Foto Archivio storico della Società umanitaria
Foto Archivio storico della Società umanitaria

C’è vita nei nostri cortili. O meglio, la vita è tornata. No, non per merito della nota azienda che dell’immagine da buon tempo andato dei “cortili” ha fatto un brand per consegne a domicilio di frutta e verdura. Insieme alla vita di cortile, infatti, torna anche una funzione antica e al tempo stesso inaspettatamente attuale: quella della portineria, presidio di umanità e di cooperazione condominiale. Laddove per anni si erano imposti silenzi, cancelli chiusi e diffidenza, oggi ricompare un tessuto di relazioni che restituisce senso alla parola “vicinato”. 

A favorire il fenomeno sono bandi culturali, associazioni, progetti di design urbano, ma anche iniziative spontanee nate dal basso, così cortili, piazze, marciapiedi tornano a essere crocevia di comunità, spazi condivisi dove le vite si affacciano e si riconoscono. Come a Napoli, dove in piazza Luigi Di Nocera, nel cuore di Secondigliano, un servizio di portierato di comunità offre un servizio gratuito di ricezione pacchi, custodia chiavi, deposito temporaneo di oggetti e gestisce una bacheca di annunci utili al quartiere: le persone si incontrano, gli spazi tornano vivibili, la fiducia diventa un bene collettivo. E gli esempi si moltiplicano: dal portierato sociale di Valpolcevera/Diamante, a Genova, che offre anche un servizio di orientamento abitativo, distribuzione alimentare e consegna di farmaci, fino al servizio di quartiere gestito a Firenze dall’associazione Incontriamoci sull’Arno, con tanto di sportello d’ascolto per le persone in difficoltà. 

Ma i cortili possono essere anche teatro di una tensione più ampia: quella tra spazio urbano e gioco libero, tra controllo e spontaneità. Le amministrazioni provano a scioglierla attraverso la riconversione di slarghi e piazze in playground urbani: isole colorate con tavoli da ping pong, campetti da basket, spazi aperti dove i bambini tornano a occupare la città con i loro giochi. Un tema culturale importante come racconta il lavoro lucido e poetico dell’artista belga Francis Alÿs, che con il suo progetto Children’s Game (avviato nel 1999 e ancora in corso) ha filmato il gioco dei bambini dal Belgio al Congo, dal Nepal all’Afghanistan. 

I suoi video – esposti anche alla Biennale di Venezia del 2022 – sono tasselli di un mosaico universale: bambini che si inseguono, che rotolano barattoli, inventano regole e cantilene, costruiscono mondi effimeri ma potentissimi: «Quando ho iniziato questo progetto volevo documentare il gioco come pratica universale, una delle forme più pure della creatività umana. Il gioco è libertà con regole, ordine dentro il caos. Poi ho capito che stavo osservando qualcosa di più profondo: l’infanzia come luogo di resistenza alla realtà. In ogni città, anche la più dura, i bambini sanno trasformare lo spazio urbano in un territorio dell’immaginazione». Il gioco come gesto politico, riscatto poetico dello spazio pubblico. E dentro questo paesaggio si collocano anche le conte, le filastrocche che legano i bambini tra loro e sopravvivono, tenacemente, alla modernità, un patrimonio orale che lo scrittore e giornalista Piero Dorfles ha indagato nel suo libro Amblimblé (Manni Editore, 2025). Per l’autore, le cantilene del gioco di strada –  “amblimblé, amblimblà, chi va fuori se ne andrà” – sono archivi di una memoria collettiva, resistenza linguistica alla standardizzazione culturale.

Avviso agli abitanti negli Anni 10 del ‘900. Foto Archivio Storico della Società Umanitaria

Ma perché le conte possano sopravvivere servono cortili, piazze, marciapiedi: spazi dove tornare a giocare dove la città rallenta, funzione svolta anche dall’azione catartica del teatro quando scende in strada e abita i luoghi del quotidiano, oltre il chiuso delle sale. È il teatro che, con discrezione e forza, riporta la cultura tra le persone, nelle comunità. Un esempio è Teatro nei Cortili, progetto milanese nato nel 2008 da un’idea del Teatro della Cooperativa con l’obiettivo di portare gli spettacoli di prosa nei cortili e nelle piazze, trasformandoli in spazi d’incontro per avvicinare nuovi pubblici alla cultura, costruire una rete di quartiere, restituire senso di appartenenza. È un teatro che non si limita a “mostrarsi”, ma ricuce.

La stessa filosofia anima progetti come, a Roma, la rassegna estiva India Città Aperta, organizzata dal Teatro India che d’estate trasforma il teatro in una vera e propria piazza aperta al quartiere e con una programmazione interdisciplinare pensata per tutte le età. E ancora: il Teatro Verde a Motore, che porta spettacoli per bambini in tutte le piazze del Municipio XII e, soprattutto, l’attività dell’Associazione Culturale Progetto Goldstein, una delle esperienze più significative della nuova drammaturgia italiana. Fondato nel 2008, e sostenuto dal Ministero della Cultura dal 2013, Progetto Goldstein ha fatto della città il proprio palcoscenico e del teatro un processo di rigenerazione sociale. Ne parliamo con il fondatore, Fabio Morgan: «Quando ho fondato Progetto Goldsteinvolevo un teatro che non restasse rinchiuso nei circuiti tradizionali. Un laboratorio di esplorazione, capace di accogliere giovani compagnie e nuovi linguaggi, ma soprattutto di dare voce alle storie del nostro presente. La sfida era uscire dalla sala teatrale e pensare la città come spazio performativo, dove lo spettacolo non è un evento isolato ma un processo che costruisce comunità».

Tra i progetti più noti, Gau – Galleria d’Arte Urbana, in cui le campane per la raccolta differenziata diventano tele d’artista, superfici da dipingere, e Un giorno tutto questo sarà tuo…, residenza artistica nei cortili delle case popolari del quartiere di Torrevecchia, in cui le storie personali degli abitanti vengono trasformate in materiale drammaturgico. Prosegue Morgan: «Il filo rosso tra questi due progetti è la relazione. Con lo spazio urbano, con le persone, con la memoria dei luoghi. Gau trasforma l’arredo urbano in arte; Un giorno tutto questo sarà tuo… trasforma il cortile in un laboratorio di scrittura collettiva. Non è solo spettacolo, è partecipazione. Quando vedo gli abitanti riconoscersi in una storia che li riguarda, capisco che il teatro ha ritrovato il suo senso originario: essere strumento di consapevolezza». 

Dunque una pratica culturale che intreccia ricerca sociale e creazione artistica, partecipazione e trasformazione territoriale è la strada per tornare ad abitare le pieghe della città e sottrarle all’indifferenza. Così la scelta di utilizzare cortili, periferie, muri, piazze come spazi scenici non è semplicemente un espediente estetico, ma una dichiarazione di intenti che sposta l’arte dal margine al centro, la reinserisce nella vita quotidiana.

Foto Archivio storico della Società umanitaria

Nel confronto tra spazio pubblico, gioco e creatività urbana, un capitolo a sé lo scrive il progetto No Ball Games, nato da uno scatto fotografico diventato manifesto di un modo di abitare la città. A firmarlo, il fotografo Enrico Rassu, nato in Sardegna e milanese d’adozione, che a Londra nel 2021 immortala un gruppo di bambini che gioca sotto un cartello con la scritta “No Ball Games”.

Con quel gesto, il cartello – espressione di un’ossessione contemporanea per il controllo dello spazio urbano – diventa, paradossalmente, il simbolo di una disobbedienza collettiva, di un’urgenza ludica che rompe la gabbia delle regole imposte dall’adulto. Da quella prima fotografia nasce così un progetto che è diventato un laboratorio vivente tra installazioni, eventi partecipativi, DJ set, azioni collettive, che uniscono skater, writer, musicisti e artisti visivi in una nuova forma di socialità. Un happening corale che, con la forza del gesto, occupa e reclama “spazi reali” per l’espressione libera, spazi non mediati da filtri istituzionali o commerciali. «Non volevamo l’ennesimo evento instagrammabile», spiega Rassu. «L’obiettivo di No ball games è creare luoghi dove il gioco – inteso nella sua accezione più ampia – torni a essere una pratica seria. Un diritto, anzi: un gesto radicale di libertà in un mondo sempre più regolamentato e monetizzato».

Il progetto assume dunque un valore politico e sociale: recuperare la dimensione collettiva dello spazio urbano, rovesciare la tendenza alla privatizzazione e alla sorveglianza diffusa. «No Ball Games è un invito a riscoprire il valore dell’inutile, del gratuito, del condiviso: elementi che sembrano evaporati ma che, nell’esperienza dei bambini, si manifestano come un istinto primordiale e resistente. Sono cresciuto in un ambiente semplice e protetto, e per questo ho cercato nell’arte una via d’uscita dalla realtà», racconta Rassu. E prosegue: «Milano e Londra mi hanno svelato la complessità della città, e mi hanno insegnato che la fotografia può essere molto più di un’immagine: può essere un atto collettivo di costruzione di senso».

L’estensione del progetto a Milano – con eventi come il primo happening in via Paolo Sarpi, noto come la chinatown del capoluogo lombardo, dove chiunque poteva appendere la propria opera in un dei 70 chiodi piantati sul muro – rappresenta un’esperienza di rottura rispetto ai circuiti elitari e in definitiva commerciali dell’arte contemporanea.

Foto Archivio storico della Società umanitaria

È la piazza orizzontale che si contrappone alla galleria verticalizzata, lo spazio aperto contro la nicchia esclusiva. «Il successo di No Ball Games sta nella sua natura trasversale. Non vogliamo una scena chiusa o autoreferenziale: più mescoliamo linguaggi, generazioni, esperienze, più il progetto resta vivo e autentico. L’arte è semore uno strumento di riqualificazione sociale e culturale dei quartieri. Un esempio significativo è il quartiere di Corvetto, periferia milanese da sempre considerata problematica e marginale, che grazie a murales, laboratori e iniziative di comunità ha visto una sorprendente trasformazione, confermando che anche i luoghi più dimenticati possono diventare cuori pulsanti di vitalità culturale.

In questo senso, il cortile e lo spazio urbano non sono solo scenari, ma attori: si trasformano insieme alle persone, ospitando nuove narrazioni e pratiche di condivisione». In un’epoca in cui il tessuto urbano sembra costantemente risucchiato dalle logiche del profitto e del controllo, questa rinascita dei cortili, delle piazze e degli spazi condivisi assume allora un valore radicale e imprescindibile.

Qui, tra il gioco e l’arte, si manifesta una forma di resistenza che restituisce alla città la sua dimensione umana e creativa. Perché, come scriveva Italo Calvino, “La città non è una cosa, è un intreccio di relazioni umane”. Ed è proprio in questo intreccio che si gioca la partita più importante: la costruzione di comunità in cui il presente si fa spazio di libertà e immaginazione e il futuro si disegna nelle voci, nei giochi, nelle arti di chi abita e trasforma il luogo. In questo cortile aperto, la città si ricostruisce con desideri condivisi, diventando un palcoscenico dove ogni generazione può inventare il proprio mondo.

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