Mazzola, nel nome del padre

19 Settembre 2026 - 21:35
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Mazzola, nel nome del padre
Sandro MazzolaSandro Mazzola

Sandro Mazzola – bandiera dell’Inter e della Nazionale, scomparso a 83 anni nella tarda serata di venerdì 18 settembre – con Paolo Maldini è probabilmente l’unico calciatore italiano “figlio d’arte” che si è misurato con un padre campione risultando alla sua altezza e, per certo versi, riuscendo anche a superarlo.

Da quando decise di intraprendere la stessa strada di papà Valentino – il capitano del Grande Torino, perito nella sciagura di Superga del 1949 -, Mazzola ha dovuto fare i conti con i paragoni e i pregiudizi degli osservatori, ma anche con il suo stesso desiderio di essere degno di tanto esempio. Un cognome pesante e un’ombra ingombrante che l’hanno forzato a maturare precocemente, affinando il talento naturale con una determinazione fuori dal comune. Così “Sandrino” è diventato progressivamente “Mazzolino” (per Nicolò Carosio) e poi “Mazzola II”, finché un cambiamento di look non gli ha regalato l’appellativo definitivo: “Baffo”.

Nel calcio Mazzola è stato praticamente tutto. Portato all’Inter ragazzino da Benito Lorenzi e plasmato nel vivaio da Giuseppe Meazza, in campo avrebbe voluto emulare il suo idolo Alfredo Di Stefano, la stella del Real Madrid che era contemporaneamente regista e goleador. Ma le caratteristiche tecniche e le indicazioni degli allenatori non glielo consentirono. Helenio Herrera, conquistato dallo scatto, dal dribbling fulmineo e dal tiro secco e preciso, lo vedeva attaccante e ne fece l’uomo-gol della sua Grande Inter (negli anni Sessanta in effetti Mazzola fu anche capocannoniere in serie A). Col tempo il “Baffo” arretrò il suo raggio d’azione, senza però riuscire a imporsi come regista, “chiuso” prima da Suarez e poi da Corso: fu quindi di volta in volta mezzapunta, interno, centravanti arretrato. Ma sempre e solo nell’Inter, con cui in 16 anni giocò 570 partite (molte delle quali da capitano), segnando 162 reti e vincendo 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe Intercontinentali.

In Nazionale incrociò fatalmente la strada di Gianni Rivera, l’altro simbolo della Milano pallonara di quegli anni. Non erano affatto alternativi, potevano essere complementari. E in effetti per un certo periodo giocarono insieme, Gianni più indietro a impostare e inventare, Sandro più avanti a rifinire e concludere. Ma quando il Ct Valcareggi decise di schierare due punte autentiche (Anastasi o Boninsegna al fianco dell’intoccabile Gigi Riva), uno dei due risultò di troppo. Così, ai Mondiali del Messico del 1970, nacque la famosa “staffetta”, che finì per dimezzare pregi e difetti, meriti e demeriti di entrambi. Successivamente, per coesistere con Rivera, Mazzola fu dirottato all’ala destra, aggiungendo ai numeri di maglia indossati con l’Inter (8, 9 e 10) anche l’odiato 7. Tra una diatriba tattica e l’altra, comunque, si portò a casa un titolo europeo (1968) e il secondo posto ai suddetti Mondiali messicani.

Anche fuori dal campo Mazzola ha rivestito più ruoli. Mentre ancora giocava, proprio con Rivera fu tra i promotori del “sindacato” dei calciatori, che operò per dare ai giocatori un ruolo professionale e tutele contrattuali di cui erano privi. Appese le scarpette al chiodo, divenne amministratore delegato dell’Inter e dietro la scrivania impostò la compagine che in tre anni giunse allo scudetto (l’ultimo conquistato da una squadra composta interamente da giocatori italiani). Che fosse il regista “occulto” di certe scelte societarie già da giocatore lo sostenevano i suoi detrattori, riconoscendone indirettamente la personalità e l’autorevolezza. Tornò dirigente nei primi anni della presidenza di Massimo Moratti, poi si rivelò un apprezzato commentatore nelle prime telecronache a due voci: valutava il calcio di oggi alla luce di quello giocato da lui, ma senza indulgere a retoriche nostalgie. Ha continuato a vivere nel suo mito senza enfatizzarlo e senza diventarne prigioniero.

Insomma, se all’inizio della sua avventura calcistica era conosciuto come il figlio di Valentino, oggi non è un sacrilegio dire che suo papà è stato il padre di Sandro. Il “Baffo” se lo è meritato.

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