Meloni voleva fare l’americana, ma è irrilevante di qua e di là dell’Atlantico

Non sono gli Stati Uniti ad aver bisogno di ricucire con Giorgia Meloni, è lei che dopo la bastonatura di Donald Trump necessita di una qualche carezza da parte di Washington. È lei che deve cercare di depotenziare sul nascere la minaccia del tycoon di ritirare le truppe americane dall’Europa: una minaccia di quelle che non fanno dormire la notte.
Questa è la cornice politico-psicologica dell’incontro che si terrà venerdì mattina tra la presidente del Consiglio e il Segretario di Stato Marco Rubio. Per cui si parlerà molto di “ricucitura” con tanto di sorrisi, baci e abbracci. Cose che fanno parte della diplomazia, insieme alle chiacchiere sui «valori condivisi» e alle false promesse sulla «solidità dell’alleanza».
Sono riti prevedibili. Riti, perché l’uomo di Mar-a-Lago sa benissimo che Giorgia Meloni è in difficoltà e quindi manda Rubio a Roma per far finta che si sta ricucendo un rapporto che nella realtà non si aggiusterà più. Facendo precedere il viaggio del Segretario di Stato da un velenoso e obliquo messaggio pro-Salvini, l’ultimo dei trumpiani. Una cattiveria tipicamente staliniana – modello che il monarca americano peraltro ignora: cara Giorgia, fai la brava sennò il mio riferimento diventa quello lì. È il tentativo di condizionare gli equilibri italiani sfruttando la crisi della premier.
È evidente infatti che Trump ha capito o meglio, gli avranno fatto capire, che il referendum di marzo è stato per Meloni un turning point. Quello che il tycoon chiama il «disimpegno» italiano dall’avventura in Iran ha fatto il resto. E quindi nei giorni scorsi ha picchiato durissimo. La presidente del Consiglio finora tiene il punto come la fidanzata mollata sull’altare. Ma la ferita brucia.
Lei sta infatti cercando di costruire un’immagine più possibile tranquilla: parla con tutti, cerca di mettersi al centro dei giochi della diplomazia mondiale (lo ha fatto anche al vertice della Comunità politica europea a Erevan). Nella sostanza però non c’è nulla di concreto da mettere nel carniere. Non è mai lei a costruire qualcosa ma, nel bene e nel male, sono sempre gli altri a fare la storia. D’altronde, nella testa di The Donald l’Europa è la Germania, è la Francia, caso mai la Polonia: Roma e Madrid sono considerate le ultime ruote del carro. Per questo la minaccia del ritiro delle truppe americane riguarda in primis Berlino. Sulla Spagna e sull’Italia si vedrà.
Certo, Roma ha paura. Ieri Meloni si è affannata a chiarire che non condivide l’idea trumpiana del ritiro dall’Europa, e, implicitamente rivolta a Washington, sottolineando che «noi i patti li abbiamo sempre rispettati» e, quanto alla guerra all’Iran, «a livello di Patto Atlantico nessuno si è presentato in una sede formale a chiedere un sostegno degli alleati sulle scelte che stava facendo».
Una Meloni ferma e risoluta? E che altro potrebbe dire? Ma non sfugge che è una linea molto più blanda di quella di Emmanuel Macron e dello stesso Friedrich Merz, pur oscillante, per non dire di quella di Pedro Sanchez. Gli americani faranno buon viso a cattivo gioco, poi si vedrà. Il Segretario di Stato viene a Roma soprattutto per cercare di svelenire il rapporto con il Papa americano, dopo che il castigamatti della Casa Bianca si era permesso di trattarlo come un vassallo qualsiasi facendo rapidamente crollare i suoi consensi tra i cattolici. Un pessimo affare anche per la risposta al tempo stesso mite e fortissima del Papa – «io non cerco un dialogo con lui» – propria dello stile di questo Pontificato, totalmente agli antipodi della condotta ferina e incosciente del tiranno americano. È al Vaticano che Marco Rubio dovrà mettercela tutta, non a Palazzo Chigi.
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