Le minacce a Pegah Moshir Pour e la guerra interna alla diaspora iraniana

Maggio 05, 2026 - 06:09
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Le minacce a Pegah Moshir Pour e la guerra interna alla diaspora iraniana

L’Iran è un Paese impossibile da comprimere in una narrazione unica. Novantadue milioni di persone, una società giovane, attraversata da fratture generazionali, sociali, culturali. Un mosaico di posizioni politiche e culturali. Raccontare questa complessità è un lavoro di studio, ponderazione, attenzione, o almeno è così che lo interpreta da anni Pegah Moshir Pour, attivista iraniana in Italia da quasi trent’anni. Nel suo racconto dell’Iran ci sono sempre visioni diverse, anche opposte, perché ridurre tutto a uno scontro tra blocchi significa perdere di vista il polso della realtà. E questo è anche il motivo per cui, nel tempo, è diventata un bersaglio. «A seconda di chi mi ascolta, divento automaticamente un’agente del regime, oppure una monarchica, oppure una mujaheddin», dice a Linkiesta.

Le minacce a Pegah Moshir Pour arrivano dall’interno della stessa comunità iraniana. In un video pubblicato su Instagram pochi giorni fa parla di «violenza subdola, invisibile, che si consuma tra le mura di casa». È una pressione che nasce dentro le fazioni più radicalizzate della diaspora, tra gruppi che rivendicano la rappresentanza dell’opposizione e che non hanno dimestichezza con il dissenso. Le voci più radicalizzate sono, da una parte, quella dei Mujaheddin del Popolo Iraniano, storico gruppo in esilio che punta al rovesciamento del regime, dall’altra i monarchici, che chiedono il ritorno di Reza Pahlavi. In mezzo c’è una costellazione di posizioni diverse. «Il problema è quando queste posizioni diventano estreme e non accettano punti di vista diversi», spiega. «Allora il confronto si chiude e inizia l’attacco».

Un meccanismo che conosce bene. «Se non mi dichiaravo a favore dello Shah, diventavo automaticamente una del regime», dice Pegah Moshir Pour. «Altre volte sono stata un’agente del Mossad». Sono ovviamente narrazioni incompatibili, che però producono lo stesso effetto: restringere lo spazio del discorso.

Le prime avvisaglie arrivano nel 2023, nel pieno delle proteste nate dopo l’uccisione di Mahsa Jina Amini nel settembre 2022. «È stata la prima volta che ho ricevuto una minaccia di morte, faccia a faccia». In quel periodo aveva iniziato a spiegare al pubblico italiano le differenze tra i gruppi dell’opposizione, mettendo in discussione alcune semplificazioni diffuse anche nella politica e sulla stampa occidentale. Posizioni che hanno alimentato le prime reazioni ostili.

Nel tempo, la pressione si è fatta più forte. «Mi è capitato di incontrare persone che mi parlavano in persiano sui treni. In tanti anni che vivo in Italia non mi era mai successo». Episodi isolati, ma sufficienti a rendere più sottile il confine tra spazio pubblico e vita privata.

Il punto di rottura è arrivato lo scorso dicembre, durante una nuova fase di repressione in Iran. Un suo intervento pubblico viene manipolato e rilanciato online. «Hanno modificato un mio video per cambiarne completamente il senso. Da lì è partita una shitstorm durata giorni», dice Pegah Moshir Pour. Una campagna di odio che si diffonde sui social si allarga rapidamente e le informazioni circolano in gruppi e chat, tra persone che si muovono tra Europa e Stati Uniti. La pressione diventa personale: «Sono arrivati all’indirizzo di casa dei miei genitori», aggiunge.

A quel punto il meccanismo si autoalimenta. «Qualsiasi cosa io dica, la percezione che si crea prevale sempre sul senso delle parole che scelgo». Così le parole perdono contesto, diventano slogan, vengono piegate alle esigenze di chi ascolta. Il clima si complica ulteriormente quando le accuse diventano parte del racconto sui giornali. «Sono stata accusata da un giornalista italiano di aver auspicato i bombardamenti in Iran negli ultimi mesi», dice l’attivista. Un’affermazione semplicemente falsa.

È qui che emerge la linea che prova a tenere Pegah Moshir Pour: «Non possiamo tifare», dice. «Qui ci sono in gioco vite umane». La sua posizione resta la stessa anche sul piano internazionale: «Si può essere contro Donald Trump, contro Benjamin Netanyahu e contro il regime degli ayatollah allo stesso tempo».

Intanto in Iran la situazione continua a peggiorare. Dopo le proteste tra dicembre e gennaio, e con l’inizio della guerra il 28 febbraio, l’attenzione internazionale si è spostata. La repressione è rimasta, anche se è finita sotto il tappeto: «Ci siamo dimenticati dei prigionieri politici, ci siamo dimenticati delle persone arrestate», spiega l’attivista. Ma i numeri degli omicidi da parte del regime aiutano a spiegare perché l’attenzione deve essere sempre alta. Negli ultimi due mesi, secondo le Nazioni Unite, almeno ventuno persone sono state giustiziate dal regime iraniano, spesso con accuse legate alle proteste o allo spionaggio. Ma diverse organizzazioni per i diritti umani parlano di numeri molto più alti, fino a centoquarantacinque esecuzioni dall’inizio dell’anno, in un contesto in cui la pena di morte è diventata uno strumento sistematico di repressione. «Ci sono minorenni arrestati e torturati, solo per aver condiviso un video», dice Pegah Moshir Pour denunciando un sistema di controllo capillare.

Alla crisi politica si aggiunge quella economica. Ci sono dipendenti pubblici che non vengono pagati da più di un mese. Le risorse del Paese restano concentrate nelle mani dei Pasdaran, mentre il resto della popolazione scivola verso condizioni sempre più difficili.

La guerra ha accentuato le divisioni anche tra gli stessi iraniani. «Dire che novantadue milioni di persone vogliono la guerra è sbagliato. Ma è sbagliato anche dire che nessuno la vuole: ci sono persone per cui la guerra può sembrare una via d’uscita. Altre vogliono la fine del regime senza passare dalla guerra», spiega l’attivista. «Ma i comportamenti violenti allontanano l’opinione pubblica e rendono più difficile capire cosa sta davvero succedendo in Iran». E questo allontana l’Iran e gli iraniani dall’obiettivo ultimo: «Il vero bisogno degli iraniani è la democrazia, la libertà e delegittimare un regime che continua a usare i corpi delle persone per sopravvivere».

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