La disfida di Giuli e Buttafuoco finisce col commissariamento del Gattopardo

Maggio 05, 2026 - 05:06
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La disfida di Giuli e Buttafuoco finisce col commissariamento del Gattopardo

Ieri Francesco Merlo scriveva dell’incontinenza editoriale dei politici, che pubblicano una quantità di libri che è nettamente superiore alla quantità di loro idee su come far funzionare la baracca da loro e da noi abitata, e io mi sono chiesta: ma quindi quel che il ministro Giuli intende dirci è che lui legge letteratura, invece di scrivere autobiografie?

«Io, Eccellenza, avevo votato “no”. “No,” cento volte “no”. Ricordavo quello che mi avevate detto: la necessità, l’inutilità, l’unità, l’opportunità. Avrete ragione voi, ma io di politica non me ne sento. Lascio queste cose agli altri. Ma Ciccio Tumeo è un galantuomo, povero e miserabile, coi calzoni sfondati (e percuoteva sulle sue chiappe gli accurati rattoppi dei pantaloni da caccia) e il beneficio ricevuto non lo aveva dimenticato; e quei porci in Municipio s’inghiottono la mia opinione, la masticano e poi la cacano via trasformata come vogliono loro. Io ho detto nero e loro mi fanno dire bianco!».

L’ho ricopiata dal libro, ma la tirata di Ciccio Tumeo ve la ricordate anche se avete visto il film: è quella scena del “Gattopardo” in cui il principe va a caccia con l’organista della chiesa. Don Fabrizio chiede come abbia votato al referendum per l’annessione della Sicilia al regno d’Italia, e quello prima svicola – a Donnafugata ci sono stati solo voti per il «sì», come vuole che abbia votato? – e poi confessa che lui, per la verità, aveva votato «no», ma c’è stato un caso di cancel culture in un’epoca che non aveva le parole per chiamare quell’annullamento della sua volontà e della sua voce.

«Per una volta che potevo dire quello che pensavo quel succhiasangue di Sedara mi annulla, fa come se non fossi mai esistito, come se fossi niente immischiato con nessuno, io che sono Francesco Tumeo La Manna fu Leonardo, organista della Madre Chiesa di Donnafugata, padrone suo mille volte e che gli ho anche dedicato una mazurka composta da me quando è nata quella… (e si morse un dito per frenarsi) quella smorfiosa di sua figlia!».

Ciccio Tumeo non sa che il principe, su quel plebiscito («Iscritti: 515; votanti: 512; “sì”: 512; “no”: zero»), aveva già i suoi dubbi. Non è certo un cretino, e sebbene abbia consigliato di votare il «sì» a tutti ha messo in conto quelli che «interpretavano i ragionamenti di lui come uscite ironiche volte a ottenere un risultato pratico opposto a quello suggerito a parole» e quelli «convinti che lui fosse un transfuga o un mentecatto e più che mai decisi a non dargli retta».

«Per una diecina almeno di persone egli aveva avuto l’impressione penosa ma netta che avrebbero votato “no”, una minoranza esigua certamente ma non trascurabile nel piccolo elettorato donnafugasco». E invece plebiscito. E invece l’impressione era giusta, ma.

Poi va a caccia con Ciccio Tumeo, e quello gli dice «Il mio “no” diventa un “sì”. Ero un “fedele suddito”, sono diventato un “borbonico schifoso”. Ora tutti Savoiardi sono! ma io i Savoiardi me li mangio col caffè, io!». Va a caccia con Ciccio, e quello gli parla come fossero due pari, l’unico a farlo.

No, non mi sono svegliata tardi a fare un pezzo sul referendum di questa primavera usando quello dell’autunno 1860. È che Alessandro Giuli ha dato, domenica, un’intervista a Repubblica. Un’intervista in cui parla di Pietrangelo Buttafuoco, «un fratello sbagliato, ma un fratello sbagliato rimane un fratello» (sospetto che l’abitudine contemporanea di dire, di chi ci è caro, che è non un’amica o un amico, ma una sorella o un fratello, sia figlia di una società di figli unici). Un’intervista in cui m’è parso trascurare un dettaglio – o forse, come i bravi drammaturghi, lo trascura acciocché noi tutti lo notiamo vieppiù.

L’intervistatrice chiede a Giuli se intenda commissariare la Biennale, lui risponde di no e poi aggiunge: «Buttafuoco non è un martire della jihad, è il mio caro Ciccio Tumeo». A quel punto l’intervistatrice fa quel che si fa in questi casi, spiegare chi sia qualcuno il cui nome si dà per scontato il lettore non riconosca: «Un personaggio del “Gattopardo”. Cosa c’entra ora?». E Giuli si concentra sulla renitenza di Ciccio Tumeo a votare per il «sì»: «Pietrangelo è l’inconsolabile espressione di un ancien régime isolazionista e borbonico, che non riconosce l’unità d’Italia».

Certo, però c’è un punto non secondario: Ciccio Tumeo è l’unica persona perbene di quella storia. Calogero Sedara – il sindaco che ha falsificato il voto di Tumeo, l’arricchito padre di Angelica – è un opportunista che vuole ammantare i suoi soldi, troppo nuovi per non aver bisogno d’essere ripuliti, dell’aristocrazia di Tancredi Falconeri.

Fabrizio, il principe le cui indicazioni di voto Ciccio non ha seguito, è meno tamarro, ma è comunque un calcolatore cui non importa granché di spezzare il cuore alla figlia, perché riconosce nel nipote un filamento della propria ambizione e pensa che all’ascesa di Tancredi sia più utile Angelica.

Ciccio Tumeo no, Ciccio Tumeo è una poesia d’uomo, il suo monologo dovrebbero portarlo ai provini delle accademie di recitazione più di quello di Amleto. Quel che è più importante: Ciccio Tumeo supera tutti gli altri in coscienza di classe, ovvero in coscienza politica.

«Per voi signori è un’altra cosa. Si può essere ingrati per un feudo in più; per un pezzo di pane la riconoscenza è un obbligo. Un altro paio di maniche ancora è per i trafficanti come Sedara per i quali approfittare è legge di natura. Per noi piccola gente le cose sono come sono».

È o non è, la «piccola gente», il feudo elettorale della Meloni? È o non è, Francesco Tumeo La Manna fu Leonardo, esattamente la figura in cui l’elettorato cui parlano Giuli e il resto del governo vuole specchiarsi?

«Voi lo sapete, Eccellenza, la buon’anima di mio padre era guardacaccia nel Casino reale di S. Onofrio, già al tempo di Ferdinando IV quando c’erano qui gl’Inglesi. Si faceva vita dura ma l’abito verde reale e la placca d’argento conferivano autorità. Fu la regina Isabella, la spagnuola, che era duchessa di Calabria allora, a farmi studiare, a permettermi di essere quello che sono, Organista della Madre Chiesa, onorato della benevolenza di Vostra Eccellenza; e negli anni di maggior bisogno quando mia madre mandava una supplica a corte, le cinque “onze” di soccorso arrivavano sicure come la morte, perché là a Napoli ci volevano bene, sapevano che eravamo buona gente e sudditi fedeli. Quando il Re veniva erano manacciate sulla spalla di mio padre e: “Don Lionà, ne vurria tante come a vuie, fedeli sostegni del Trono e della Persona mia”. L’aiutante di campo, poi, distribuiva le monete d’oro. Elemosine le chiamano ora, queste generosità di veri Re; lo dicono per non dover darle loro, ma erano giuste ricompense alla devozione».

Ciccio Tumeo è l’unico, in tutto “Il Gattopardo”, a non dimenticare da dove viene, chi è, a voler onorare i debiti di gratitudine, a non smaniare e a non essere pronto a vertiginosi compromessi per favorire ambizioni irrequiete.

Quindi, quel che Giuli dice a Repubblica, sulla vicenda della Biennale e su Buttafuoco che non lo chiama da chissà quanto («E chi se lo ricorda più? È un dispiacere»: una classe dirigente in balìa del visualizzato e non risposto), quel che dice pensando non sia un complimento è che Pietrangelo è Ciccio.

Quello che si ricorda delle cinque onze d’oro e sa benissimo che il principe ne sorriderà, «Lo so, Eccellenza, le persone come voi me lo hanno detto, queste cose da parte dei Reali non significano niente, fanno parte del loro mestiere! Sarà vero, è vero, anzi. Ma le cinque onze d’oro c’erano, è un fatto, e con esse ci si aiutava a campare l’inverno».

Speriamo che ieri o l’altroieri Buttafuoco abbia chiamato Giuli, per ringraziarlo di quel gran complimento formulato, avrebbe detto Tomasi di Lampedusa, «inciampando in uno di quei lapsus dei quali Freud doveva spiegare il meccanismo molti decenni dopo».

Speriamo siano di nuovo se non fratelli almeno cognati, abbastanza da smezzarsi le cinque onze e da aspettare un altro inverno per desiderare una nuova estate.

Soprattutto, speriamo non fosse un teaser trailer: speriamo che quella mezza battuta non servisse ad anticipare, per noi piccola gente, la possibilità di prenotare in libreria “Noi fummo i gattopardi, i leoni”, memoir a due voci dei fratelli Giuli e Buttafuoco.

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