Meno rumore e più contenuto. I buyer apprezzano la nuova direzione del menswear

30 Giugno 2026 - 13:12
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Meno rumore e più contenuto. I buyer apprezzano la nuova direzione del menswear
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Dopo due settimane di collezioni maschili tra Firenze, Milano e Parigi, i buyer tirano le somme. Cosa li ha convinti delle collezioni primavera/estate 2027 e, in generale, qual è stato il mood del settore in questi giorni tra stand e sfilate?

Molto apprezzati i guest designer internazionali dell’edizione 110 di Pitti Uomo e, in generale, la capacità della manifestazione fiorentina di mixare creatività e peculiarità commerciale nella selezione dei brand. “Ho seguito la sfilata-evento di Simone Rocha, momento che aspettavano in tanti, e Sunflower con una bella ondata danese, precisa, niente fronzoli, capispalla cool, denim trattato a dovere e un’attitudine streetwear-sartoriale che confida anche in termini di vendite”, dichiara a Pambianconews Marco Raccuia, head of buying women’s accessories, cosmetics, home & food di Rinascente.

“Pitti fornisce una visione precisa sia da visitatore che da compratore della fiera. Molto interessanti Simone Rocha e Noir ‘N’ Bleu che seguiamo da sempre, a Firenze osano e presentano una visione più completa”, concorda Carla Cereda delle storiche boutique milanesi Biffi. “A Firenze ho notato che si cerca di nuovo la qualità del prodotto. Si rafforza la ricerca creativa. Si parla di ‘resilienza’ come protagonista con collezioni più rilassate, con personalità più autentiche e si sottolinea – finalmente – di nuovo la sartoria. Ho anche notato un sottofondo di influenza giapponese/coreana”, afferma Daniela Kraler, delle boutique sudtirolesi Franz Kraler. “Pitti resta un appuntamento importante perché ha una forza unica: unisce prodotto, relazioni, ricerca e concretezza commerciale. ⁠In Fortezza ho trovato interessanti soprattutto quei progetti con una forte identità ma anche con prodotto vendibile. Mi hanno colpito il mondo giapponese, alcune nuove realtà scandinave ed europee, le uniformi rilassate, il tailoring leggero, i tessuti naturali, il workwear raffinato. Oggi il cliente non cerca più solo il capo vistoso: cerca qualcosa che sembri semplice, ma che abbia costruzione, qualità e contenuto”, riflette Michele Franzese, fondatore di Michele Franzese Moda a Napoli.

Da sinistra: Simone Rocha, Thom Browne. Ph. Launchmetrics/Spotlight

A Milano, Raccuia ha notato “un calendario più scarico di presentazioni e sfilate”, tra queste ha apprezzato Thom Browne “presentata in una location che è rimasta impressa, il loro giardino ‘Seersucker’ in un palazzo storico di Milano come il Serbelloni. La sfilata di Dolce&Gabbana che ci ha riportato a Taormina ci ha regalato in ogni uscita un uomo dal taglio tailoring e sbalordisce l’uscita finale di tutti i modelli in total white, un bel momento. Lo stile di Prada nei look total leather ha presentato un uomo che, diversamente da tutte le altre collezioni, sottrae il concetto di oversize e ridefinisce la silhouette maschile”.

La collezione dello stilista americano e quella di Miuccia Prada e Raf Simons sono stata tra le più citate dai buyer. “Hanno proposto una collezione che ha riportato l’attenzione sull’essenza del prodotto in un momento in cui il mercato sembra saturo di stimoli e sovrastrutture. Ho apprezzato la capacità di creare desiderabilità attraverso proporzioni precise, materiali evoluti e una nuova leggerezza visiva, senza ricorrere all’effetto spettacolare. Mi ha colpito anche la forte coerenza tra collezione e presentazione, entrambe orientate a un’idea di chiarezza e riduzione all’essenziale”, teorizza Beppe Nugnes dalla sua boutique di Trani. “A Milano ho respirato serenità, emozione, eleganza, vita reale, lusso meno urlato. La sfilata più rappresentativa è stata Prada: capi essenziali, silhouette pulite, nessun eccesso ma molto intelligente e di sicura vendita”, afferma Kraler. “Più che una stagione rivoluzionaria, mi è sembrata una stagione di consolidamento e di ritorno all’essenziale. Dopo anni dominati da collaborazioni, storytelling sempre più complessi e ricerca dell’effetto immediato, molti designer stanno tornando a concentrarsi sul prodotto, sulla vestibilità e sulla costruzione del guardaroba. Ho percepito meno rumore e più contenuto”, riassume Beppe Nugnes.

Da sinistra: Dolce&Gabbana, Simon Cracker. Ph. Launchmetrics/Spotlight

Per quanto concerne i marchi indipendenti ed emergenti, Cereda promuove la creatività di Simon Cracker che ha sfilato in Fondazione Sozzani ed esorta i giovani a “essere più aperti, non sempre concentrati su se stessi”. Ci sono marchi che stanno costruendo un’identità molto riconoscibile – riflette Raccuia -. Ho notato la ricerca sui materiali e l’evoluzione di Auralee, Ssstein e Soshiotsuki che provano a percorrere la strada di un nuovo tailoring contemporaneo”. “Ci sono diversi marchi emergenti che mi hanno incuriosito. Mi interessano soprattutto quelli che non sono ancora sovraesposti, che hanno una distribuzione pulita e che possono aggiungere cultura alla boutique senza diventare merce da saldo. Però sono molto selettivo: un emergente mi interessa solo se ha identità, prodotto e possibilità di vendere a prezzo pieno”.

Da sinistra: Dior, Givenchy. Ph. Launchmetrics/Spotlight

Passando a Parigi, come sempre la sensazione è che la città sia, rispetto a Milano, meno legata all’aspetto commerciale e osi di più. “Abbiamo visto collezioni che avranno un buon tasso di desiderabilità, dal ready-to-wear fino agli accessori. Finalmente vediamo borse funzionali, identitarie ma sussurrate, ricche di dettagli sartoriali, in particolare da Dior. Saint Laurent detta la linea con una silhouette sensuale, Rick Owens stupisce rimanendo fedele a se stesso. Interessante il primo capitolo menswear di Sarah Burton da Givenchy. Fedele a se stesso ma più maturo, la capacità innata di Ami Paris di intercettare il real-wear contemporaneo”, asserisce Raccuia. “Parigi per me resta fondamentale perché è il luogo dove si capisce davvero la direzione internazionale. È più dura, più globale, più competitiva. Lì vedi subito quali collezioni hanno visione, quali hanno prodotto e quali invece vivono solo di immagine. Milano è più prodotto, più industria, più relazione; Parigi è più visione, più ricerca, più selezione internazionale. Milano ti dà solidità, Parigi ti dà direzione. Il lavoro del buyer oggi è unire le due cose: immagine e cassa, desiderio e rotazione”, riassume Franzese.

Da sinistra: Ami Paris, Rick Owens. Ph. Launchmetrics/Spotlight

I buyer – giustamente – stanno facendo molta attenzione all’effettiva capacità di vendita delle collezioni, soprattutto in questo momento storico che vede il lusso in flessione. “La sensazione è che il mercato stia continuando a cercare un equilibrio tra prodotto fortemente identitario e proposta più concreta, commerciale. I clienti sono più attenti, acquistano meno d’impulso e premiano soprattutto i brand che riescono a giustificare prezzo, qualità e riconoscibilità. In questo contesto, per noi restano interessanti le collezioni che lavorano su un guardaroba maschile contemporaneo, ma non eccessivamente esasperato. Forte coerenza stilistica, ma anche con reale vendibilità”, spiega chiaramente Federico Giglio di Giglio. “Oggi il mercato sembra chiedere qualcosa di diverso: autenticità, qualità, vestibilità e desiderabilità reale – afferma Nughes -. Per questo trovo più convincenti i marchi che stanno tornando a lavorare sul guardaroba piuttosto che sull’effetto sorpresa. In generale, penso che la direzione più interessante emersa da questa stagione sia proprio il progressivo ritorno a una moda più concreta, meno costruita e più vicina alla vita reale”. “Non mi convince più il prodotto che nasce già per finire in saldo. Non mi convincono i brand troppo distribuiti, troppo presenti sui marketplace, troppo esposti a sconti importanti già durante la stagione. Il cliente oggi è informato: se vede lo stesso prodotto ovunque e sa che dopo poco lo troverà ribassato, perde la motivazione ad acquistarlo a prezzo pieno”, conclude Franzese.

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