Chacra, il Pinot nero trovato nel deserto

01 Ottobre 2026 - 10:20
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Chacra, il Pinot nero trovato nel deserto

Credits Bodega Chacra

Quando Piero Incisa della Rocchetta scese dall’aereo in Patagonia pensò di avere commesso «la più grande cazzata della mia vita». Sotto di lui aveva visto soprattutto deserto. A terra trovò invece una luce violentissima, vento costante, giornate calde, notti fredde e vecchie vigne sopravvissute in condizioni che sembravano costruite apposta per mettere alla prova le sue convinzioni sul vino.

È da qui che conviene partire per raccontare Chacra, molto più che dal cognome del suo fondatore. Anche se quel cognome pesa. Incisa della Rocchetta è nipote di Mario, il creatore del Sassicaia, ed è cresciuto a Bolgheri prima del collegio in Svizzera, degli studi negli Stati Uniti e del lavoro nelle aziende familiari. Il vino, quindi, apparteneva già al suo vocabolario, ed è parte del suo Dna toscano. Chacra sarebbe diventato il tentativo (e l’ambizione) di scriverne uno proprio e l’occasione arrivò a New York, dove assaggiò un Pinot nero proveniente dalla Patagonia. Incisa aveva già cercato altrove il posto dove iniziare un progetto personale, dalla California all’Oregon fino alla Nuova Zelanda, ma fu quel vino a convincerlo a prendere un aereo per l’Argentina.

Credits Bodega Chacra
Credits Bodega Chacra

A Mainqué, nella valle del Río Negro, scoprì vecchi vigneti di Pinot nero, alcuni piantati nel 1932, su terreni prevalentemente limosi e sabbiosi, in un ambiente arido dove il vento e la bassa umidità limitano naturalmente la pressione delle malattie. Molte piante erano ancora a piede franco e quelle vigne del 1932, propagate attraverso selezione massale, sono uno degli elementi che convinsero Incisa delle possibilità di questo territorio.

La parola chacra, in Argentina, indica una fattoria o un appezzamento agricolo. Durante la ricerca Incisa racconta di avere sfogliato i registri locali incontrando continuamente numeri di parcella associati a quella parola. Fra questi c’era la Chacra 32, il vecchio vigneto che sarebbe diventato il nucleo del progetto. Il problema era comprarlo: Incisa racconta di essere tornato a New York e di avere venduto una parte della propria collezione di orologi per finanziare l’acquisto delle uve, delle bottiglie e dei tappi delle prime prove. Una storia quasi troppo perfetta per il racconto di una cantina, se non fosse che restituisce bene la natura originaria dell’impresa: pochissimo capitale, nessuna struttura consolidata e una quantità considerevole di rischio.

Il primo vigneto acquistato era stato piantato nel 1932. Dire «vigna del 1932», precisa oggi Incisa, non significa però trovarsi davanti alle stesse identiche piante di quasi un secolo fa. È piuttosto una popolazione vegetale che attraversa le generazioni. Quando una vite muore viene sostituita utilizzando materiale genetico proveniente dallo stesso vigneto. «È la stessa famiglia», dice. L’immagine rende bene un concetto agronomico decisivo: conservare un patrimonio vegetale adattatosi progressivamente a quel luogo invece di importarne semplicemente uno nuovo.

Credits Bodega Chacra
Credits Bodega Chacra

Da quella parcella nasce Treinta y Dos, uno dei Pinot noir simbolo di Chacra, e soprattutto quello che tiene insieme passato e presente dell’azienda. Il Pinot Noir che deriva da questa tradizione e da questa storia concentra l’idea stessa di Chacra: custodire quella continuità genetica e interpretarla con il minor numero possibile di interferenze. Treinta y Dos 2025 ha avuto il più importante riconoscimento al modo: James Suckling, tra i critici enologici più influenti, oggi alla guida della propria piattaforma jamessuckling.com, ha assegnato 100 punti nel report di marzo 2026, descrivendolo come un vino “ethereal, superfine” dal finale croccante, con note di fragola essiccata, lavanda, lillà e un accenno di grafite. Il riconoscimento colloca Treinta y Dos tra i soli tre vini argentini a raggiungere il punteggio massimo nella selezione di quel mese. Il progetto si è poi allargato ad altri vigneti e ad altri vini, fra cui Barda, Cincuenta y Cinco e Sin Azufre. La conduzione è biologica e biodinamica e l’azienda insiste sulla biodiversità e sulla vitalità del suolo come parti del proprio metodo agricolo.

Sin Azufre è forse il vino che racconta meglio fin dove possa spingersi questa ricerca. L’idea nacque dopo un grave incidente avuto da Incisa nel 2013. Durante i mesi di recupero, attraversando quotidianamente i vigneti, cominciò a interrogarsi sulla distanza tra il lavoro fatto per ricostruire un ecosistema agricolo e l’abitudine a intervenire automaticamente una volta che l’uva entra in cantina. La domanda era elementare: che sapore avrebbe il vino se provassimo semplicemente a lasciarlo fare?

La squadra selezionò le uve, recuperò vecchie barrique, le scoperchiò e le utilizzò come recipienti di fermentazione. Su una botte comparve la scritta sin azufre, senza zolfo. Doveva essere un’indicazione pratica, è diventata il nome del vino. L’esperimento contiene una questione che supera la disputa, spesso ideologica, tra vini naturali e convenzionali. Riguarda il limite dell’intervento umano: «Il tuo condizionamento da vignaiolo è intervenire costantemente sul vino», racconta Incisa. Lasciarlo andare significa anche accettare una quota di imprevedibilità.

Sin Azufre @Bodega Chacra
Sin Azufre @Bodega Chacra

A Mainqué l’imprevedibilità è parte del mestiere. La Patagonia è lontana dai distretti vitivinicoli dove un guasto può essere risolto chiamando un tecnico. «Se si rompe la pressa durante lo Chardonnay non puoi aspettare quindici giorni che arrivi un pezzo dall’Italia». Per questo Chacra tiene ricambi, pompe e generatori di emergenza. Anche Jean-Marc Roulot, uno dei nomi più importanti di Meursault, ha dovuto impararlo quando ha iniziato a lavorare qui con Incisa. Oggi i due producono insieme gli Chardonnay della tenuta. La collaborazione è iniziata nel 2016 con l’innesto dello Chardonnay su vecchie piante di Merlot e la prima vendemmia è arrivata l’anno successivo. Roulot porta la propria esperienza borgognona, senza tentare di trasferire Meursault in Argentina: «Non potevo semplicemente copiare e incollare il mio programma dello Chardonnay dalla Borgogna», ha spiegato a Decanter. Il Chacra Chardonnay 2024, per esempio, affina per undici mesi tra barrique francesi e anfore artigianali e arriva al 12 per cento di alcol. È un dettaglio che aiuta a capire dove sia arrivata la ricerca iniziata vent’anni fa con quel Pinot nero assaggiato a New York. Chacra cerca una lingua per Mainqué che prescinde da Francia e Toscana.

Incisa continua a definirsi soprattutto un agricoltore e attribuisce molta parte della storia della cantina alla fortuna, comprese alcune decisioni che avrebbero potuto rivelarsi disastrose. Dietro questa apparente leggerezza c’è però un metodo fondato sull’osservazione, sulla vecchia genetica vegetale, sul lavoro collettivo e sulla disponibilità ad accettare che una vendemmia possa smentire quella precedente. Anche per questo a Chacra la gerarchia dichiarata è quasi piatta: chi pota, chi guida il trattore, chi segue l’irrigazione, chi amministra l’azienda e chi decide una vinificazione partecipano allo stesso processo. «L’unico protagonista della nostra squadra è il rapporto del vino con la natura», dice Incisa. Resta una frase abbastanza radicale per qualcuno nato dentro una delle dinastie più celebri del vino italiano. E probabilmente spiega perché, per costruire il proprio vino, abbia avuto bisogno di andare fino al deserto della Patagonia.

Credits Bodega Chacra
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