Miniere fuori controllo e fiumi avvelenati: l’altra faccia della corsa globale alle terre rare

WUHAN – Una problematica globale che sta assumendo sempre di più grandissima portata soprattutto in termini di impatto sull’ambiente è rappresentata dalle attività collegate ai reati ambientali. Questo fenomeno criminale in espansione assume molteplici forme nei paesi coinvolti.
Occorre precisare che tecnicamente a livello transnazionale con l’espressione reato ambientale ci riferiamo collettivamente ad «attività illegali che danneggiano l’ambiente e mirano a favorire determinati individui, gruppi o aziende attraverso lo sfruttamento, il furto o il commercio di risorse naturali».[1] Si comprende dalla natura di questa specie di reato che vi è una forte connessione con i reati economici e finanziari: (i) sfruttamento e la vendita illegali di oro e minerali, (ii) la pesca illegale e le attività criminali connesse nel settore della pesca, (iii) il traffico di rifiuti pericolosi e sostanze chimiche, (iv) lo sfruttamento illegale della flora e della fauna selvatiche mondiali e (v) l’utilizzo della ricchezza generata illegalmente dalle risorse naturali per sostenere gruppi armati non statali e il terrorismo.[2] A differenza dei reati considerati strettamente orientati nella categoria economici finanziari, i reati ambientali sono considerati a basso rischio e ad alto profitto per i criminali.[3] A ben vedere, questo ambito criminale è considerato come il terzo settore criminale più profittevole subito dopo il traffico di droga, la contraffazione e il traffico illecito. Basta solo pensare al fatto che il solo disboscamento, la pesca e il commercio illegale di specie selvatiche hanno un valore stimato intorno a 1 trilione di dollari all’anno.[4] Il conseguente commercio illegale di gemme e metalli preziosi, unito alla corruzione e al riciclaggio di denaro, è spesso perpetrato dalla criminalità organizzata. Dunque, la criminalità organizzata che opera nel settore minerario illegale e spesso coinvolta anche in diversi ambiti criminali mettendo a rischio lo stato di diritto, le catene di approvvigionamento, e in generale la creazione delle condizioni ideali per uno stabile sviluppo sostenibile. Ovviamente, contrastare questo tipo di attività criminali inerenti in modo particolare al settore minerario, richiede una risposta di polizia internazionale coordinata. Nel settore della estrazione e raffinazione delle terre rare si verifica una costante convergenza criminale poiché i soggetti attivi di questi reati operano in linee di business illecite che implicano anche violazioni gravi dei diritti umani, come ad esempio il traffico di migranti, lo sfollamento forzato, il sequestro di persona, lo sfruttamento sessuale, il lavoro forzato, il lavoro minorile, l’estorsione; oltre ai reati finanziari gravi come la corruzione, il riciclaggio di denaro, e l’evasione fiscale. Questa convergenza criminale tra attività minerarie illegali e crimini ambientali è davvero impressionante.
Adesso, preso atto della gravità della fattispecie criminale in discussione, occorre collegare la legge alla realtà sociale e umana attuale. Come ormai noto viviamo in un’epoca caratterizzata dalla transizione energetica globale e da diverse applicazioni geopolitiche di notevole portata. Sappiamo che il prezzo dell’oro è in costante ascesa e che la transizione energetica è alimentata dalla crescente domanda di materiale tecnologico prodotto anche da un estrattivismo minerario incontrollato in Asia e in altre parti del mondo.[5]
Ci sono tantissime miniere illegali e scarsamente regolamentate soprattutto in aree geografiche caratterizzate dalla presenza di corsi d’acqua; si vede il caso delle miniere illegali vicino i bacini del fiume Mekong o nell’India meridionale. Ormai da un decennio ha preso piede una corsa alle risorse che rischia di distruggere devastare ecosistemi e biodiversità con conseguente ripercussioni sulla salute pubblica e sulla sicurezza alimentare. È possibile qui richiamare un’analisi pubblicata poco meno di un anno fa dallo Stimson Center. Secondo gli analisti, il fenomeno dell’estrazione illegale in particolare nel sud-est asiatico continentale è ormai un fattore sistemico.[6] La criminalità spietata presente in alcuni Paesi (come Myanmar, Laos e Cambogia) opera attraverso il fenomeno della corruzione diffusa dovuta a scarsi controlli provocando danni ecologici in grado di generare un’alterazione degli habitat naturali che poi provocano frane, erosione del suolo, e perdita elevata di biodiversità. Infatti, l’inquinamento delle falde a acquifere dovute allo scarico di metalli pesanti e sostanze tossiche come il mercurio provoca enormi perdite di terreni agricoli, acqua potabile e danni alla pesca mettendo a repentaglio la vita delle comunità locali. Ma nonostante ciò, si sta verificando un nuovo fenomeno politico criminale, quello del rilascio selvaggio delle concessioni minerarie in aree ecologicamente molto sensibili e fragili, potenzialmente in grado di provocare rischi ambientali transfrontalieri (arrivando in Vietnam). In questo scenario, purtroppo, il fiume Mekong è il simbolo più grande della ormai avviata stagione dell’estrattivismo incontrollato in Asia. In questo quadro emerge un dato molto rilevante messo in luce dal Centre for Development and the Environment dell’Università di Berna. Dovuta a una forte dipendenza economica tra la parte settentrionale del Laos e la Cina, le compagnie cinesi possiedono circa il 30% delle concessioni minerarie in Laos; approssimativamente circa 287,000 ettari (709,192 acri).[7] Si può conseguentemente asserire che la crescente dipendenza globale dalle terre rare sta trasferendo i costi ambientali della transizione verde verso aree rurali e periferiche dell’Asia.[8] In molti casi, tutto ciò è devastante per l’ambiente e la sicurezza umana delle popolazioni locali.
Il problema non riguarda soltanto il Sud-est asiatico. Anche in India aumentano le denunce contro il saccheggio illegale delle risorse minerarie. Nel Tamil Nadu, l’Alta Corte di Madurai, a febbraio 2026, ha chiesto al governo statale di agire ordinando le autorità di adottare sistemi di sorveglianza avanzati per contrastare l’estrazione illegale di sabbia dai letti fluviali, pratica che sta compromettendo la stabilità degli argini e la disponibilità idrica.[9] In un’altra regione, nel Karnataka precisamente lungo il confine di Belagavi, gruppi di whistleblower hanno denunciato un vasto traffico illecito di minerali, accusando reti criminali e interessi politici locali di alimentare un’economia estrattiva parallela. Anche qui i fiumi sono al centro della contesa: dragaggi abusivi e miniere illegali modificano il corso delle acque, impoveriscono i suoli agricoli e aumentano il rischio di dissesto idrogeologico.[10] Il quadro che emerge è quello di una governance ambientale incapace di reggere l’impatto della nuova febbre mineraria globale. La domanda di minerali strategici cresce rapidamente, ma i sistemi di controllo ambientale e tutela delle comunità restano deboli o inesistenti. Il paradosso è che la transizione energetica, nata per contrastare la crisi climatica, potrebbe finire per alimentare nuove forme di devastazione ecologica e ingiustizia sociale. Dunque, per evitare che la decarbonizzazione diventi semplicemente un trasferimento dei costi ambientali verso le regioni più vulnerabili del pianeta, sarà necessario imporre degli standards internazionali più severi sulle filiere minerarie, rafforzare i controlli contro le attività illegali attraverso attività di polizia internazionale coordinata volta a garantire una maggiore trasparenza nelle supply chains delle terre rare.
[1] INTERPOL, Rhipto & The Global Initiative Against Transnational Organized Crime, 2019, p.15
[2] The Rise of Environmental Crime – A Growing Threat To Natural Resources Peace, Development And Security, A UNEP-INTERPOL Rapid Response Assessment, published in 2016 at https://wedocs.unep. org/handle/20.500.11822/7662.
[3] Ibidem
[4] Illegal Logging, Fishing and Wildlife Trade: The Costs and How to Combat It, World Bank, published in 2019 at https://thedocs.worldbank.org/en/doc/482771571323560234-0120022019/original/WBGReport1017Digital.pdf.
[5] www.reuters.com/business/gold-slips-1-12-month-low-middle-east-tensions-lift-oil-cloud-rate-outlook-2026-05-18/
[6] Stimson Center – “Unregulated Mining Along Rivers in Mainland Southeast Asia” 2025, www.stimson.org/2025/unregulated-mining-along-rivers-in-mainland-southeast-asia/.com
[7] Jessica DiCarlo and Juliet Lu, Chinese Investment in Laos, research report, Lao Land for Life project (Vientiane: Centre for Development and Environment, University of Bern, August 2025), www.k4d.la/wp-content/uploads/2025/08/Chinese_Investment_in_Laos.pdf
[8] Associated Press – “Rare earth mining and toxic pollution in Asian rivers” https://apnews.com/article/rare-toxin-asia-food-energy-rivers-997fe49779594e002211352a019c1381
[9] Alta Corte di Madras, ordinanza del Collegio composto dai Giudici G. R. Swaminathan e B. Pugalendhi, nell’ambito del procedimento concernente l’estrazione illegale di sabbia nel fiume Amaravathi (distretto di Karur), datata 12–13 febbraio 2026, con la quale si ingiunge al Governo del Tamil Nadu di valutare la fattibilità dell’implementazione di un “Sistema di Sorveglianza Mineraria” basato su tecnologia satellitare per il monitoraggio dell’estrazione di sabbia fluviale, nonché di riferire in merito ai costi e ai fondi disponibili presso il Mineral Foundation Trust.
[10] Le denunce e i memorandum presentati nel 2026 da Rajkumar Topannavar e Sujeet Mulgund alle autorità distrettuali di Belagavi e al Lokayukta del Karnataka hanno segnalato un'estesa estrazione illegale di bauxite, laterite, silice e sabbia lungo il confine tra Belagavi e Khanapur, accusando operatori minerari, funzionari pubblici e reti con legami politici di collusione in attività ambientalmente distruttive, con ripercussioni sui sistemi fluviali, sui terreni agricoli e sulle risorse idriche sotterranee.
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