Miuccia Prada, il semipermanente, e il giorno in cui lo smalto normale è diventato rivoluzionario

08 Ottobre 2026 - 09:55
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Miuccia Prada, il semipermanente, e il giorno in cui lo smalto normale è diventato rivoluzionario

Se esistesse una medaglia al valore assegnata a chi tenta di arginare le più inaccettabili brutture del presente, andrebbe conferita a Miuccia Prada per l’ultima sfilata di Miu Miu. E no, non parlo di Olivia Colman indossatrice coi suoi bravi capelli grigi, ultima spinta per noialtre che ancora esitiamo, ma devo ancora continuare con questa scocciatura della tinta, ma siamo sicure che non sia più chic tenerseli bianchi: la sfilata non era ancora finita e io ero già su Google, “quanti anni ha Olivia Colman?”, perfetto, due meno di me, posso finirla con l’incubo della tinta in testa.

Il vero eroismo della signora Miuccia non sono i capelli ma le unghie. Il vero eroismo è la sua risposta, che poi è anche la mia e quella di qualunque donna civile, cioè di una minoranza in un mondo sempre più tamarro, all’inevitabile domanda d’ogni manicure: normale o semi? La risposta non può che essere: ma come si permette.

Breve storia di quel problema sociale che sono le unghie, casomai questo articolo fosse letto da qualche maschio che si è smarrito cercando la cronaca d’una partita di calcio. C’era una volta la manicure. Era d’un solo tipo: le nostre madri andavano da una signora che metteva loro lo smalto, oppure se lo mettevano da sole. Il colore era in genere rosso giungla che, se siete maschi eterosessuali (poveri), è una citazione cinematografica (da “Donne”, di George Cukor, le cui protagoniste andavano tutte nello stesso salone di bellezza).

La tenuta della manicure era proporzionale alla sfaccendatezza delle nostre madri: mia madre non aveva mai lavato un bicchiere e ce l’aveva sempre impeccabile, mia zia faceva la vita d’una donna normale ed era sempre piena di pellicine.

Negli anni Ottanta nel mio orizzonte si affacciarono due varianti. Mia zia mi portò per la prima volta in America, e c’erano cose che qui non si sarebbero viste ancora per un bel pezzo. Unghie a punta, unghie di tutti i colori, unghie con anellini che pendevano. Avevo gli occhi più sgranati della Caterina di Virzì.

Qui, invece, arrivò la french manicure: le unghie con la punta bianca. Una tamarrata pazzesca: la me sedicenne ne andava pazza, ma per fortuna mi passò in fretta.

Avanzamento veloce a questo secolo, e nessuna ha più unghie normali. Hanno tutte degli artigli a punta da moglie di rapper emancipatosi dal ghetto a mezzo rapine a mano armata. L’artiglio non prevede un’estetica grunge.

L’estetica grunge arrivò negli anni Novanta, quando tutte, da Shirley Manson in giù, avevano lo smalto scheggiato, versione da salone di manicure dell’art brut di Dubuffet. Erano gli stessi anni in cui Miuccia Prada, sempre lei, s’inventava l’ugly chic.

Noi ragazze di provincia con lo smalto mezzo scrostato facevamo un po’ fatica, qualcosa nel nostro essere piccoloborghesi soffriva come avessimo avuto il collant smagliato. Ma presto questo problema non sarebbe più esistito, perché in questo secolo non sono arrivati solo gli artigli, anzi; gli artigli sono il portato d’una nuova tecnologia in confronto alla quale la bomba atomica era priva di controindicazioni: il semipermanente.

Il semipermanente è quella cosa che ormai le manicure danno per scontato tu voglia: uno smalto che è praticamente cemento armato, serve mettere le mani in una specie di friggitrice ad aria per seccarlo e il mese dopo servirà la vanga di “Digger” per staccartelo dalle unghie. È, in sintesi, uno smalto che non se ne va neanche se lavi i bicchieri, neanche se ti fai lo shampoo, neanche se apri e chiudi valigie (nella mia statistica, il gesto che più facilmente sbecca lo smalto).

Persino se siete maschi etero, quella rovina del senso estetico che è il semipermanente la riconoscete perché, su Instagram, le donne col semipermanente, certe dell’infrangibilità del loro smalto, si fotografano molto le mani (che in genere reggono prodotti sponsorizzati). E, alla base di quelle unghie inscalfibili, c’è quasi sempre qualche millimetro senza smalto: siccome il semipermanente non si rovina, queste creature unghiate si convincono di poter fare la manicure meno spesso, e il risultato è che hanno sempre la ricrescita dell’unghia senza smalto. Uno spettacolo raccapricciante.

Alla sfilata di Miu Miu, le unghie alle indossatrici le ha fatte Mei Kawajiri, giapponese di New York la cui pagina Instagram è ovviamente piena di semipermanente, ma che per l’occasione ha optato per, dice a Vogue, la bellezza imperfetta, «una ragazzina che si pitta le unghie di corsa prima di uscire e le va un po’ di smalto sulla pelle». Quello smalto di quando non avevamo gli artigli. Quello smalto di quando compravamo l’acetone al supermercato. La giornalista di Vogue, comprensibilmente stravolta, si chiede se sia accettabile per noi ormai abituate ad appuntamenti fissi dalla manicure.

La mia solidarietà va alle indossatrici, che immagino poi avessero altre sfilate, e magari lo stilista successivo le voleva con le unghie naturali e togliere il rosso è un casino sempre ma se ti è finito sulle cuticole è un incubo, ti restano le dita tinte. Ma è un sacrificio che valeva la pena fare, in nome della partecipazione a questa eroica presa di posizione ideologica.

Per un mondo migliore, in cui la norma sia lo smalto normale, quello che puoi metterti anche a casa senza friggitrice ad aria, e che si sbecca assai prima di quanto ci mettano le unghie a crescere mostrando una base senza smalto. Niente più semipermanente. Se la rivoluzione della Miuccia attecchisce, tra qualche tempo parleremo degli artigli come d’un periodo oscuro della storia occidentale, che – come sempre accade coi periodi bui – non capiamo bene come fosse potuto accadere, ma che di certo non potrà ripetersi. Ci sarà un Fukuyama che ci assicura che gli artigli saranno come tutti gli orrori della storia dell’uomo, rammentando i quali i posteri scuotono la testa increduli.

Gli anni di piombo. Le lampade abbronzanti. Il maccartismo. Le spalline imbottite. L’autofiction. I bar che non ti lasciavano mettere lo zucchero nel caffè. Il fascismo. La blefaroplastica. La gastrocrazia. Lo smalto semipermanente.

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