L’Europa dei sovranisti potrebbe essere molto più forte nel bloccare che nel governare

08 Ottobre 2026 - 09:55
0
L’Europa dei sovranisti potrebbe essere molto più forte nel bloccare che nel governare

L’allineamento dei sovranisti europei non è più fantapolitica. La decisione di Pedro Sánchez di portare la Spagna al voto il 29 novembre apre una stagione elettorale che coinvolgerà tre dei quattro maggiori Paesi dell’Unione tra la fine di quest’anno e il 2027. E potrebbe consegnare a Francia, Italia e Spagna governi nei quali la destra nazionalista avrebbe un peso decisivo, fino a dettare una parte consistente dell’agenda politica. Marine Le Pen è sopra il 30 per cento nei sondaggi al primo turno delle presidenziali e non ha sfidanti che possano impensierirla. In Italia non si sa ancora se voteremo ad aprile o in autunno, ma sembra probabile un ottimo risultato di Roberto Vannacci con Futuro Nazionale che potrebbe governare con l’attuale maggioranza di centrodestra o condizionarla da fuori. E in Spagna i sondaggi danno il Partido Popular al 32-33 per cento dei voti e il partito di estrema destra Vox al 18-19 per cento. Insieme supererebbero la maggioranza assoluta. La politica non è una scienza esatta e manca ancora tanto tempo, ma lo scenario rientra nell’insieme delle combinazioni politicamente plausibili.

Un cambio politico in Germania non sarebbe indispensabile per cambiare gli equilibri Ue. Merz dovrebbe restare cancelliere fino al 2029 e il Brandmauer, il cordone sanitario che esclude AfD dalle maggioranze di governo, sembra reggere ancora, ma la crescita nei sondaggi di Alternative für Deutschland sta già restringendo lo spazio politico della CDU su immigrazione e rapporto con Bruxelles. E questa pressione elettorale rendererà Berlino meno disponibile a nuovi compromessi europei.

Il primo effetto di un allineamento sovranista si vedrebbe nell’agenda. L’immigrazione diventerebbe ancora più centrale nella politica europea, perché resta il terreno su cui destre nazionali diverse tra loro riescono più facilmente a convergere. Un governo spagnolo sostenuto da Vox, una Francia guidata dal Rassemblement National e un nuovo governo Meloni di destra-destra non dovrebbero inventare una nuova politica migratoria europea, ma potrebbero spingere verso un’applicazione più restrittiva, il nuovo regolamento sui rimpatri approvato il 1º ottobre in via definitiva dal Consiglio dell’Unione europea.

Ma restrittivo come? Il problema dell’alleanza dei sovranisti europei è che le politiche identitarie sono determinate dalla geografia. Italia e Spagna sono Paesi di primo approdo e hanno interesse a condividere con il resto dell’Unione almeno una parte degli oneri dell’accoglienza. Germania e Francia guardano invece ai movimenti secondari, cioè a chi entra nel Sud Europa e poi risale verso nord. Lo si è visto quest’estate con i cosiddetti migranti «dublinati»: Berlino ha chiesto di riprendere i trasferimenti verso l’Italia dei richiedenti asilo per i quali Roma è considerata responsabile, dopo che il governo italiano li aveva di fatto sospesi dal 2022 sostenendo di non avere abbastanza posti nel sistema di accoglienza. Con AfD in crescita, per Merz applicare con maggiore rigore quelle regole è diventato anche un problema di politica interna.

Una nuova crisi come quella di Ceuta mostrerebbe anche a un elettore poco interessato alle geometrie europee quanto possano divergere i sovranismi di Roma e Madrid. Il governo Meloni reagì agli arrivi di migliaia di marocchini nell’enclave ripristinando i controlli sui collegamenti aerei e marittimi con la Spagna. Una misura dall’impatto operativo limitato, perché chi entra irregolarmente a Ceuta non può raggiungere automaticamente la Spagna continentale. Politicamente, però, serviva ad aprire uno scontro con il governo socialista di Pedro Sánchez e, sul fronte interno, con il Partito democratico di Elly Schlein. Con Vox lo stesso gioco politico sarebbe impossibile. Meloni ha partecipato a diversi raduni del partito di Santiago Abascal e negli anni ha costruito con lui un rapporto stabile. Con Madrid governata dalla destra, trasformare una nuova crisi migratoria spagnola in un bersaglio utile alla polemica interna italiana sarebbe meno conveniente. 

L’asse sovranista divergerebbe anche sull’economia. AfD conserva molto del partito nato contro i salvataggi dell’eurozona e continua a guardare con ostilità alla mutualizzazione dei rischi finanziari. Un documento strategico elaborato da esponenti del partito di estrema destra tedesco propone di riscrivere i trattati per trasformare l’Unione in un’alleanza più debole di Stati sovrani, lasciando alle capitali maggiori possibilità di sottrarsi alle politiche comuni, in particolare su immigrazione e disciplina fiscale. Afd non chiede più esplicitamente l’uscita della Germania dall’euro, ma una sua versione indiretta. Se la riforma dell’Unione fallisse, AfD vorrebbe sottoporre a referendum la permanenza stessa della Germania nell’Ue.

Il sovranismo fiscale tedesco fondato sull’idea che ogni Stato debba rispondere soprattutto dei propri conti ridurrebbe la flessibilità che l’Italia chiede continuamente a Bruxelles. Nel 2027 il debito pubblico italiano arriverà al 138,5 per cento del Prodotto interno lordo e il governo Meloni continua a chiedere alla Commissione europea la possibilità di aumentare il deficit. 

Se vincerà in Francia, il Rassemblement National dovrà tenere insieme la promessa di protezione sociale con l’esigenza di convincere mercati sempre più nervosi sui conti francesi. Le Pen ha appena presentato un piano da 140 miliardi di euro di risparmi entro il 2032 e promette di riportare il deficit sotto i limiti europei. Parigi però non è messa così bene: parte da un disavanzo superiore al cinque per cento e ha un debito intorno al 119 per cento del Pil.

La Russia aprirebbe una frattura ancora più netta. Il governo Meloni ha mantenuto l’Italia saldamente nel sostegno occidentale all’Ucraina. E anche Abascal si è sempre schierato in difesa della Nato, condannando l’invasione russa. AfD chiede invece di interrompere l’assistenza tedesca a Kyjiv e di ricostruire i rapporti economici con Mosca. Il 7 ottobre il partito ha presentato in Sassonia Anhalt, insieme al BSW di Sahra Wagenknecht, una mozione per fermare gli aiuti militari tedeschi. Merz, pochi giorni prima, era stato in Ucraina per annunciare un altro miliardo di euro di sostegno militare. È difficile immaginare una distanza più chiara. Ed è una distanza che conta parecchio, perché proprio sulla politica estera il diritto di veto degli Stati resta forte.

Il Rassemblement National è più ambiguo. Le Pen ha preso le distanze dalle posizioni più filorusse del passato e ha condannato l’invasione dell’Ucraina, ma continua a essere più prudente di Meloni sull’escalation militare. Il RN si è opposto all’invio di truppe francesi in Ucraina e ha contestato alcune ipotesi di impiego di armamenti francesi contro obiettivi in territorio russo.

I sovranisti europei potrebbero trovare un terreno comune in uno dei cavalli di battaglia di Vox: ridurre il peso regolatorio di Bruxelles. Abascal ha costruito negli ultimi mesi una parte della propria agenda economica attorno alla deregolamentazione, adottando anche il lessico della motosierra (motosega) reso popolare da Javier Milei: meno norme, autorizzazioni, vincoli per imprese e investimenti. E vuole trasferire la stessa impostazione sul piano europeo. Vox chiede di alleggerire gli obblighi imposti alle imprese e di cancellare una parte della legislazione climatica; a settembre ha indicato esplicitamente il Green Deal tra le politiche da smantellare.

Ridimensionare alcune parti del piano ambientale europeo è semplice, meno stabilire quale politica industriale debba prenderne il posto. La Francia difende il proprio nucleare e una politica industriale che privilegi la produzione europea. La Germania deve proteggere un’economia più dipendente dalle esportazioni e dal costo dell’energia. L’Italia teme invece che una corsa agli aiuti di Stato finanziata dai singoli bilanci finisca per premiare soprattutto Berlino e Parigi, che dispongono di maggiore spazio fiscale.

L’alleanza sovranista difficilmente produrrà un programma coerente, ma potrebbe ottenere qualcosa di politicamente più efficace: una coalizione del no. È più facile trovare un’intesa per impedire nuovi trasferimenti di competenze alla Commissione che per scrivere una politica fiscale comune. E più facile opporsi all’estensione del voto a maggioranza qualificata che scegliere insieme come riformare l’Unione. 

È il rischio descritto con particolare chiarezza da Stefan Lehne in un’analisi di Carnegie Europe pubblicata a settembre. Negli ultimi vent’anni il sistema politico europeo si è frammentato: i partiti nazionali rappresentati all’Europarlamento erano 127 nel 2004 e sono diventati 220 dopo le elezioni del 2024. Nello stesso periodo il consenso raccolto nei Paesi Ue dalle destre radicali e populiste è passato, secondo Carnegie, da circa il 10 al 23 per cento. Formare maggioranze stabili è diventato più difficile e anche i partiti tradizionali guardano sempre di più alla politica interna quando negoziano a Bruxelles.

Al Parlamento europeo questo cambiamento si vede già. Dopo il voto del 2024, il Partito popolare europeo può cercare una maggioranza con socialisti e liberali oppure, su alcuni dossier, rivolgersi alla propria destra. Lo ha già fatto per indebolire parti del Green Deal e sostenere norme più restrittive su immigrazione e asilo. Lehne descrive così un Parlamento sempre meno governato da una maggioranza stabile e sempre più da accordi variabili, costruiti provvedimento per provvedimento. I suoi numeri, peraltro, resteranno gli stessi fino alle europee del 2029.

Lo studio del Carnegie ricorda che l’Unione è riuscita a contenere governi euroscettici relativamente isolati, come quello ungherese, perché contro di loro esisteva una maggioranza ampia e abbastanza compatta. Se gli Stati disposti a bloccare l’integrazione diventassero diversi e comprendessero alcune delle maggiori potenze europee, quella capacità di isolamento verrebbe meno. Il risultato, scrive Lehne, potrebbe essere la paralisi su alcuni dossier e un’Unione sempre più transazionale: per chiudere un accordo bisognerebbe concedere qualcosa a un numero crescente di governi.

È soprattutto al Consiglio europeo che questo spostamento peserebbe. Parliamo dell’organo dove siedono i capi di Stato o di governo dei Ventisette. Il tavolo dove le grandi decisioni politiche vengono normalmente costruite per consenso unanime. Roma, Parigi e Madrid allineate sullo stesso dossier non avrebbero bisogno di una coalizione sovranista perfettamente organizzata: potrebbero semplicemente impedire che il compromesso si chiuda finché le loro richieste non fossero prese in considerazione.

Nel Consiglio dell’Unione europea, dove votano invece i ministri dei Ventisette, aiuterebbero anche i numeri. Circa l’80 per cento della legislazione viene approvato a maggioranza qualificata: servono almeno quindici Stati che rappresentino il 65 per cento della popolazione dell’Ue. Per bloccare una proposta occorrono almeno quattro governi. Francia, Italia e Spagna rappresentano già insieme circa il 39 per cento della popolazione europea, quindi superano ampiamente la soglia demografica necessaria: a loro basterebbe trovare un quarto Paese. Con la Germania, la minoranza di blocco sarebbe automatica.

Anche in questo caso sarebbe un potere soprattutto difensivo. Quei governi avrebbero più facilità a fermare una decisione che a imporre una propria politica all’intera Unione. E su alcune materie non servirebbe nemmeno costruire un fronte. Politica estera e di sicurezza, ingresso di nuovi Stati, risorse proprie dell’Ue, bilancio pluriennale e alcune questioni fiscali richiedono ancora l’unanimità. Ogni governo conserva quindi un veto. L’ex premier ungherese Viktor Orbán ha costruito per anni una parte della propria influenza europea proprio su questa rendita di posizione: tenere fermo un accordo e negoziare concessioni in cambio del proprio sì. Se la stessa strategia venisse adottata da un grande Paese, aggirarla sarebbe più difficile.

Il grande negoziato sul prossimo bilancio europeo potrebbe invece sfuggire, almeno in parte, a questo nuovo equilibrio politico. I Ventisette puntano a raggiungere entro la fine del 2026 l’accordo sul quadro finanziario 2028-2034, così da approvare nel 2027 i programmi e gli atti legislativi necessari. Se Francia e Italia si spostassero ulteriormente a destra soltanto nel corso del prossimo anno, arriverebbero quindi quando il compromesso fondamentale sarebbe già stato costruito. Solo un rinvio del negoziato trasformerebbe il bilancio nel primo vero terreno di scontro della nuova Europa sovranista.

L'articolo L’Europa dei sovranisti potrebbe essere molto più forte nel bloccare che nel governare proviene da Linkiesta.it.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Wow Wow 0
Triste Triste 0
Furioso Furioso 0
Redazione

Redazione Eventi e News

Commenti (0)

User