Mojtaba Khamenei si comporta come se fosse il Dodicesimo Imam

Molti indizi rivelano che Mojtaba Khamenei sta imbastendo un’operazione mediatico-religiosa che incide sulla leadership iraniana, camminando peraltro, come già il fondatore della Repubblica islamica Khomeini, sul sentiero stretto dello scisma religioso.
Con una voluta aura di mistero, ma in realtà con sospetta precisione, sta infatti sovrapponendo la sua figura, il suo ruolo e i suoi comportamenti di Guida Suprema a quelli del «Dodicesimo Imam», figura teologica fondamentale del credo sciita, oggetto di favore, affetto e fede da parte del popolo iraniano.
È un progetto che appare geniale, tutto imperniato su un elemento fondamentale per la religione, la teologia e, soprattutto, per i fedeli sciiti: l’occultamento del leader che ricalca l’occultamento del Dodicesimo Imam.
Infatti, sono passati ormai quattro mesi e mezzo da quando è stato ferito e pare impossibile che, per quanto gravi siano state le sue ferite, non possa almeno fare sentire la sua voce. Ma Mojtaba Khamenei tace, non parla, non appare, comunica unicamente attraverso emissari. Si comporta esattamente come il Dodicesimo Imam.
Possiamo sbagliare, può darsi che non sia così, può darsi che la Guida Suprema sia letteralmente a pezzi, addirittura non in grado di parlare, ma ormai è diventata sempre più credibile l’ipotesi politica e religiosa che Mojtaba Khamenei voglia in realtà apparire agli occhi e alla fede del popolo iraniano come la replica moderna del Messia sciita, scelta dell’occultamento, dello «scomparire nel tempo», inclusa.
Rivediamo dunque i caratteri fondamentali della religione sciita, perché senza conoscerli poco si comprende della leadership del regime di Teheran (e a Washington, e purtroppo anche a Gerusalemme, sono ben poco conosciuti, vedi il tragicomico tentato reclutamento di Ahmadinejad).
Tutto è iniziato con la morte di Maometto, nel 632 d.C., quando nella comunità dei suoi fedeli è scoppiata una scissione, uno scisma, addirittura una guerra civile che ha fatto migliaia di morti. All’origine si è trattato di una questione ereditaria: morto il Profeta, che non aveva figli maschi in vita e non aveva dato indicazioni, chi era più degno di assumere la leadership dei musulmani? L’amata figlia Fatima, dalla forte personalità e molto rispettata dai fedeli, ha sostenuto che il ruolo di Califfo, vicario del Profeta, spettasse per diritto a suo marito Ali Ibn Abi Talib, che non solo era cugino di Maometto, ma ne era stato per un ventennio il più fidato braccio destro e collaboratore, sia sul piano politico sia su quello militare e, naturalmente, anche nella fede. Ha vinto però l’amata vedova di Maometto, Aisha, che è riuscita non senza difficoltà a imporre come primo Califfo il proprio padre, Abu Bakr, che aveva alle sue spalle il concreto e fondamentale appoggio dei maggiorenti dei clan della Mecca. Ali è riuscito comunque a farsi nominare quarto Califfo, solo dopo una furiosa battaglia che diede inizio a una guerra civile, Fitna, tra musulmani, ma fu poi ucciso da un musulmano purista. Uccisi furono anche i suoi figli, indicati come Imam, Guide. Hussein morì a Kerbala nel 661 d.C., in un contesto di passione, di martirio cristologico, e così i figli dei figli.
Nel contempo, tutti i membri della «fazione» (shi’a) di Ali furono perseguitati dal potere califfale sunnita, che essi non riconoscevano come legittimo, ed entrarono in contatto ed furono contagiati e anche arricchiti dal pensiero e dalle teologie della grande miriade di eresie, scismi e sette, vuoi cristiane, vuoi ebraiche, vuoi pagane, che popolavano il Medio Oriente e il Mediterraneo.
La teologia sciita si è così differenziata fortemente da quella sunnita proprio perché ha attribuito e attribuisce ai dodici Imam, Ali e i suoi discendenti, un fondamentale ruolo di intermediazione tra Allah e la comunità dei fedeli, il tutto, non senza contaminazioni neoplatoniche. Ogni Imam, secondo gli sciiti, è infatti designato da Dio, tramite il Profeta, e dal precedente Imam, ed è considerato infallibile, è protetto dall’errore e dal peccato, soprattutto detiene una conoscenza divina della Rivelazione, incluso il senso segreto (ta’wil), il contenuto esoterico del Corano; ha quindi autorità legislativa e giurisdizionale piena, in quanto «prova di Dio» sulla Terra.
Naturalmente, tutti gli Imam, nipoti e pronipoti di Ali e di Hussein (e quindi eredi di Maometto grazie a Fatima), ferocemente perseguitati dai Califfi sunniti che consideravano gli sciiti pericolosi, sono stati uccisi, sino a quando, questa è l’essenza del Credo sciita, nel 874 d.C., il dodicesimo Imam, Muḥammad al-Mahdi, è stato sottratto da Allah alla vista degli uomini per fuggire alle persecuzioni. Questo occultamento si è sviluppato in due fasi: una «minore» sino al 941, nella quale l’Imam comunicava con i fedeli sciiti attraverso quattro intermediari (come ufficialmente oggi è il presidente Masoud Pezeshkian, che afferma di essere intermediario di Mojtaba Khamenei), e una di «occultamento maggiore», teologicamente fondamentale e tuttora in atto.
Questa teoria dell’occultamento (in arabo ghayba) del Dodicesimo Imam è la credenza essenziale dello sciismo duodecimano. Essa afferma dunque che l’ultimo Imam, Muḥammad al-Mahdi, non è morto, ma è stato tenuto nascosto da Dio e che, alla fine dei tempi, uscirà dall’occultamento come Mahdi («colui che è guidato da Dio») per instaurare il regno di giustizia universale. Nel Giorno del Giudizio, l’Imam Mahdi apparirà, ucciderà l’Anticristo, instaurerà un regno di giustizia universale, restaurerà il bene, la legge e la giustizia autentica; dopo di ciò, ci sarà la fine del mondo.
Il Dodicesimo Imam sciita non è dunque solo un intermediario celeste, sottratto allo scorrere e alla materialità del tempo umano, un restauratore e custode della Verità e della interpretazione del Libro, del Corano, ma è anche un messia escatologico che porta a compimento la giustizia divina.
Questa credenza nell’occultamento ha inciso peraltro profondamente sulla struttura politica della dottrina sciita classica. In assenza del Dodicesimo Imam, nessun potere politico è infatti pienamente legittimo, men che meno i vari Califfi, perché l’unico governante designato è l’Imam stesso.
Questo ha portato a una secolare esclusione degli sciiti dal governo e a una tendenza a evitare la partecipazione attiva al potere fino a quando l’Imam non sia tornato. L’Iran è infine diventato un Paese a maggioranza sciita ma solo per ragioni di opportunità: la dinastia Safavide, che ha preso il controllo del Paese nel Cinquecento, si è dichiarata sciita non per effettive ragioni di fede ma essenzialmente per solide, e forse uniche, motivazioni geopolitiche: per contrastare e contenere nei suoi confini l’ingombrante Califfo ottomano.
In questo contesto, passati i secoli, l’ayatollah Ruhollah Khomeini, dopo la Rivoluzione islamica del 1979 in Iran, ha imposto di fatto uno scisma: la dottrina del velayat-e faqih (governo del giurisperito), con la quale si è inventato questa figura neoplatonica di Eccelso Sapiente del Diritto Islamico, il faqih, figura estranea a tutta la tradizione musulmana e anche sciita. Suo compito, grazie ai pieni poteri attribuitigli, creare una società islamica quanto più giusta possibile e preparare le condizioni per il ritorno dell’Imam Atteso.
Di fatto, Khomeini ha trasformato sé stesso, il faqih, in una sorta di mediatore sublime tra la comunità dei fedeli e il Dodicesimo Imam. Per imporre questo suo scisma politico-teologico e per imporsi personalmente, ha quindi letteralmente fatto fuori buona parte dei grandi ayatollah sciiti che materialmente avevano diretto la mobilitazione e la rivoluzione in Iran nel 1978/79 (gli ayatollah Taleghani, Shariatmadari, Montazeri, eccetera), ha fatto trucidare migliaia di mullah e ayatollah contrari a questo che era sotto tutti i profili uno scisma e ha ovviamente anche rotto con i massimi vertici della gerarchia sciita mondiale di Najaf, in Iraq, che erano e sono ovviamente contrari a questa sua innovazione.
Grazie a queste sanguinose purghe ha così assunto i massimi poteri decisionali della Repubblica islamica, poteri passati alla sua morte ad Ali Khamenei (che non aveva neanche il titolo di ayatollah e che non era per nulla un faqih) ed ora sono passati a suo figlio Mojtaba Khamenei che non è un Imam e, men che meno, un faqih, un giurisperito.
Ma, in un momento drammatico, dopo l’uccisione violenta del padre, è stato scelto come Guida della Rivoluzione, a cui la Costituzione assegna i massimi poteri monocratici in tutti i campi.
Da quel momento è scomparso e – con una intuizione mimetica che appare geniale – si comporta come il Dodicesimo Imam. Un tentativo originale, figlio di una cultura plurisecolare, di ricomporre in chiave teologica un balance of power in un vertice iraniano che ormai dichiara anche pubblicamente di essere diviso in fazioni agguerrite le une contro le altre.
L'articolo Mojtaba Khamenei si comporta come se fosse il Dodicesimo Imam proviene da Linkiesta.it.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)