Mondiali 2026, il difficile desiderio di Donald Trump prima di Spagna-Argentina
Spagna-Argentina è l’atto finale dei Mondiali 2026, evento che ha sancito forse definitivamente l’inizio della storia d’amore tra gli Stati Uniti e il calcio dopo quasi un secolo di tentativi in tal senso andati a vuoto. Nella serata della grande partita del MetLife Stadium, tuttavia, Donald Trump ha lanciato una suggestione a Gianni Infantino (presidente FIFA che ne aveva nuovamente sottolineato i meriti nell’organizzazione nei giorni precedenti alla finale). Il suo desiderio, tuttavia, appare di realizzazione quantomeno complessa.
“La Coppa del Mondo è stata un successo, un torneo meraviglioso. Gli Stati Uniti sono un Paese di calcio e richiederanno immediatamente di ospitare una nuova edizione dei Mondiali. Vogliamo rivederli quanto prima sul suolo americano. Dobbiamo rifarlo e dobbiamo riuscirci finché io sarò ancora in circolazione. Capito, Gianni?”, avrebbe detto Trump parlando in presenza del “solito” Infantino prima ancora che Spagna-Argentina iniziasse secondo quanto raccolto da ‘The Athletic’. Parole da interpretare, ma che in ogni caso lasciano poco spazio a una concreta realizzazione.
Se con le parole “finché sarò ancora in circolazione” Trump intendesse l’intento di riavere un Mondiale negli Stati Uniti nel corso della sua presidenza, ciò sarebbe impossibile in qualsiasi caso. La prossima edizione della Coppa del Mondo si terrà nel 2030, con il suo secondo (e ultimo) mandato che scadrà nel gennaio 2029 dopo le elezioni di un nuovo presidente nel 2028. Non bisogna poi dimenticarsi che quell’edizione dei Mondiali è già stata assegnata a Spagna, Portogallo e Marocco, ma anche quella del 2034 all’Arabia Saudita. Gli USA non potrebbero quindi organizzare di nuovo l’evento prima del 2038. E a quel punto il tycoon avrebbe ben 92 anni.
La dichiarazione di Trump arriva peraltro dopo una serata in cui il presidente americano ha già avuto un ruolo tutt’altro che marginale. È stato infatti lui, e non Infantino, ad essere incaricato della consegna della Coppa del Mondo ai vincitori: una novità assoluta rispetto alla tradizione, annunciata dallo stesso numero uno della FIFA nei giorni precedenti alla finale. Non è la prima volta che Trump si ritaglia un ruolo da protagonista in un grande evento calcistico: già nella finale del Mondiale per Club tra Chelsea e Paris Saint-Germain era rimasto sul palco anche dopo la consegna del trofeo, attirando l’attenzione delle telecamere tra l’imbarazzo di alcuni giocatori e i fischi di una parte del pubblico.
La serata aveva già vissuto momenti di forte tensione politica ancor prima del fischio d’inizio, con la stretta di mano tra Trump e il premier spagnolo Pedro Sanchez — figure divise da rapporti decisamente turbolenti — immortalata da innumerevoli fotografi. Solo undici giorni fa, durante il vertice NATO di Ankara, Trump aveva definito la Spagna “una causa persa” e “un pessimo partner nella NATO”, arrivando a invocare l’interruzione di ogni commercio con il Paese iberico. La prospettiva di dover consegnare la Coppa del Mondo proprio alla nazionale spagnola aveva già scatenato le ironie dei suoi detrattori negli Stati Uniti, con l’ex Senior Director del National Security Council Thomas J. Wright che aveva commentato su X: “Sarà piuttosto divertente se domenica Trump dovrà consegnare il trofeo della Coppa del Mondo alla Spagna”. Assente, invece, il presidente argentino Javier Milei, la cui mancanza era stata attribuita — secondo quanto affermato in diretta sulla Rai — a mere ragioni di scaramanzia.
Non meno significativo il contesto in cui si inserisce l’entusiasmo di Trump. Lo stesso Infantino, nella conferenza stampa di poche ore prima della finale, aveva già usato toni da record assoluto per descrivere il torneo: “È stato l’evento più incredibile della storia dell’umanità. Non solo il più grande Mondiale, ma il più grande evento sportivo, sociale e culturale che l’umanità abbia mai vissuto. Credo che dovremo inventare nuove parole per descriverlo”. Parole che suonano quasi come un’eco delle iperboli care allo stesso inquilino della Casa Bianca, e che non hanno mancato di suscitare ironie, visto che Infantino era stato accolto da bordate di fischi sulle tribune nel corso del torneo — compresa la semifinale Francia-Spagna — per via delle polemiche legate alla revoca della squalifica di Folarin Balogun, maturata secondo molti osservatori in seguito a una telefonata dello stesso Trump al presidente FIFA.
Un Mondiale, insomma, che ha lasciato in eredità non solo le emozioni sportive ma anche un groviglio di questioni irrisolte sul futuro del calcio e sulla sua governance. Il desiderio di Trump di riportare la Coppa del Mondo negli Stati Uniti “quanto prima” rischia così di rimanere poco più che uno sfogo a bordo campo: suggestivo, certamente coerente con il personaggio, ma destinato a scontrarsi con una realtà organizzativa e politica che, almeno per questa volta, non sembra disposta ad assecondarlo.
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