Nei piccoli Stati insulari in via di sviluppo le persone a rischio fame sono aumentate di 2,7 milioni a causa della crisi climatica

17 Luglio 2026 - 17:00
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Nei piccoli Stati insulari in via di sviluppo le persone a rischio fame sono aumentate di 2,7 milioni a causa della crisi climatica

Il cambiamento climatico sta aggravando enormemente l’insicurezza alimentare nei piccoli Stati insulari in via di sviluppo (Small Island Developing States, Sids), dove nel solo 2023 circa 2,7 milioni di persone in più hanno sperimentato un accesso insufficiente al cibo a causa dell’aumento di ondate di calore e siccità. Si tratta del 4,9% della popolazione complessiva dei 26 Paesi analizzati. Il dato emerge dal nuovo rapporto del Lancet Countdown “2025 Small Island Developing States report” dedicato a salute e cambiamenti climatici nei piccoli Stati insulari in via di sviluppo.

L’analisi, che include tra l’altro, un indicatore coordinato dal ricercatore della Fondazione Cmcc Shouro Dasgupta e da Elizabeth Robinson del Grantham Research Institute della London School of Economics, segnala che i piccoli Stati insulari contribuiscono per meno dell’1% alle emissioni globali di gas serra, ma figurano tra le aree più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico. ‘innalzamento del livello del mare, le siccità, le alluvioni e gli eventi meteorologici estremi colpiscono infatti economie già fragili e fortemente dipendenti dalle importazioni alimentari.

Per valutare il legame tra cambiamenti climatici e sicurezza alimentare, i ricercatori hanno integrato i dati della Fao con le anomalie nella frequenza delle ondate di calore e dei periodi di siccità rispetto al periodo di riferimento 1981-2010. L’analisi mostra che nel 2023 un aumento dei giorni caratterizzati da ondate di calore è stato associato a un incremento del 5,74% dell’insicurezza alimentare moderata o grave, mentre una maggiore frequenza delle siccità è risultata collegata a un aumento del 3,53%. «I dati ci hanno permesso di verificare se il rapporto tra cambiamento climatico e insicurezza alimentare si sia modificato nel tempo», spiega Shouro Dasgupta, del Cmcc. «L’approccio empirico utilizzato evidenzia come gli eventi climatici estremi stiano incidendo sempre di più sulla disponibilità di cibo nelle piccole isole».

Lo studio evidenzia inoltre come gli effetti del riscaldamento globale si sommino a vulnerabilità economiche e sociali già esistenti. Le persone con redditi più bassi risultano significativamente più esposte al rischio di insicurezza alimentare rispetto ai gruppi con redditi medi, mentre i Paesi maggiormente dipendenti dalle importazioni alimentari subiscono conseguenze più gravi quando eventi estremi danneggiano infrastrutture, trasporti e catene di approvvigionamento.

Il rapporto mostra anche che nel 2024 i Sids hanno perso l’equivalente dell’1,27% del proprio prodotto interno lordo a causa della riduzione della capacità lavorativa legata al caldo estremo, una quota superiore alla media globale dello 0,99%. Nello stesso periodo, i costi associati alla mortalità provocata dalle alte temperature sono aumentati del 432% rispetto ai primi anni Duemila, l’incremento più elevato registrato tra tutti i gruppi di Paesi analizzati. Secondo gli autori, questi risultati rafforzano le evidenze scientifiche a sostegno della necessità di limitare il riscaldamento globale entro 1,5 gradi e di rafforzare gli strumenti di adattamento e sostegno ai Paesi più vulnerabili, che pur contribuendo in misura minima alle emissioni stanno già pagando un prezzo sanitario, economico e alimentare particolarmente elevato.

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