Nel carcere di Sollicciano nove giovani detenuti su dieci hanno problemi di dipendenze, salute mentale e autolesionismo

10 Settembre 2026 - 10:55
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Nel carcere di Sollicciano nove giovani detenuti su dieci hanno problemi di dipendenze, salute mentale e autolesionismo

«Abbiamo fallito con questi ragazzi». Parla dei giovani stranieri nelle carceri, Fatima Ben Hijji. Lei è mediatrice culturale marocchina e presidente dell’associazione Pantagruel che lavora in carcere, soprattutto a Sollicciano (Firenze). Attualmente, nel carcere fiorentino, sono 45 i ragazzi detenuti tra 18 e 23 anni. «In maggior parte sono stranieri, alcuni di seconda generazione. Il 90% dei giovani detenuti hanno problemi di dipendenze, di salute mentale e di autolesionismo». Sono 445 le persone detenute nell’istituto fiorentino, a fronte di 494 posti regolamentari e 225 posti non disponibili, secondo i dati del ministero della Giustizia aggiornati all’8 settembre 2026.

Perché dice: «Abbiamo fallito con questi ragazzi»?

Molti dei giovani stranieri detenuti sono arrivati da minorenni, in salute, con la speranza di aiutare la propria famiglia, poi non trovano quello che pensano di trovare. Un ragazzino che arriva qui a 15-16 anni viene messo in una struttura per minori stranieri non accompagnati, fino all’età di 18 anni. Dal giorno del suo diciottesimo compleanno deve lasciare la struttura, non ha più una casa, non ha un documento: il permesso di soggiorno scade a 18 anni. Abbiamo fallito perché, troppo spesso, diventati maggiorenni, questi ragazzi vengono lasciati soli. Si trovano per strada, vanno a cercare i loro compaesani più grandi che fanno la strada. Stanno talmente male che diventano quasi tutti dipendenti da sostanze, lì la strada per il carcere è quasi automatica. Quindi, li ritroviamo a 19 o 20 anni negli istituti di pena, spesso con grandi difficoltà di salute.

Io li vedo ogni volta che vado in carcere questi ragazzi con le braccia piene di tagli. Non ci posso pensare che un ragazzino di 20 anni debba prendere le pasticche per dormire

Fatima Ben Hijji, mediatrice culturale marocchina e presidente dell’associazione Pantagruel

Attualmente quanti sono i ragazzi a Sollicciano che difficoltà hanno?

Fino a prima della chiusura delle sezioni per condizioni inumane e degradanti, più o meno i ragazzi fino a 25 anni erano una sessantina, un numero enorme. Alcuni sono stati trasferiti a Pisa, Livorno, Porta Azzurro, Prato e Pistoia. Ora ce ne sono circa 45 tra 18 e 23 anni. In maggior parte sono stranieri, alcuni di seconda generazione. Nel carcere di Sollicciano, il 90% dei giovani detenuti hanno problemi di dipendenze, di salute mentale e di autolesionismo. Io li vedo ogni volta che vado, questi ragazzi con le braccia piene di tagli. Non ci posso pensare che un ragazzino di 20 anni debba prendere le pasticche per dormire. Quando dico che abbiamo fallito mi riferisco alle istituzioni, al comune di Firenze, che ha fatto degli investimenti su questi ragazzi, che evidentemente non funzionano come dovrebbero, a noi cittadini.

Una delle soluzioni quale potrebbe essere?

Servono più tutori. A 18 anni, se questi ragazzi sono seguiti da tutori volontari, non sono abbandonati. Gli affitti sono cari a Firenze, non ci sono alloggi che possano permettere a questi ragazzi di potersi pagare l’affitto con un lavoretto trovato con borsa lavoro. Si ritrovano senza lavoro, senza casa, finiscono in queste case abbandonate dove c’è di tutto. Io ci vado qualche volta a cercarli lì. Ho rapporti con i parenti di questi ragazzi in Marocco, Tunisia, Egitto. Se qualcuno perde un figlio qui, spesso chiedono a me.

Altre soluzioni?

Ho incontrato un ragazzo che è da tre anni in Italia, non sa parlare l’italiano. Eppure, è stato un anno e mezzo in una struttura per minori. Bisogna fare in modo che questi ragazzi minori stranieri non accompagnati facciano un percorso: devono imparare l’italiano, studiare e imparare un mestiere.

Lei da quanti anni entra nel carcere di Sollicciano?

Dal 2013, sono 16 anni. Ci vado una o due volte a settimana, ci sto tutto il giorno e cerco di seguire i giovani più che altro, sono loro che hanno più bisogno e che ci possono salvare da questo mondo che ci circonda. Andare da questi ragazzi è diventata una ragione di vita, anche se è complicato portare avanti questa mia attività di volontariato non posso lasciarli. Poi ci sono queste mamme che mi chiamano e piangono, chiedendomi di vedere come stanno i loro figli con cui non riescono a mettersi in contatto. È un cerchio che non si chiude mai.

Foto di Masjid Maba su Unsplash

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