Netanyahu accelera: Israele punta al controllo del 70% della Striscia di Gaza
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La guerra nella Striscia di Gaza si avvia verso una nuova e delicata escalation. Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha annunciato di aver impartito direttive alle forze armate affinché estendano ulteriormente il controllo militare sul territorio palestinese, con l’obiettivo iniziale di arrivare al 70% della Striscia.
La dichiarazione arriva in un momento già particolarmente complesso, caratterizzato da un fragile cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti che, nei fatti, non è riuscito né a interrompere le operazioni militari israeliane né a produrre progressi concreti sul fronte del disarmo di Hamas.
Secondo le stime più recenti, Israele eserciterebbe già oggi un controllo effettivo su circa il 64% del territorio di Gaza, una percentuale significativamente superiore rispetto a quella prevista dagli accordi raggiunti nei mesi scorsi. Le parole del premier israeliano confermano quindi la volontà di consolidare e ampliare ulteriormente la presenza militare nell’area.
Dal 53% al 64%: come è cambiata la mappa della Striscia
L’attuale configurazione territoriale rappresenta una significativa evoluzione rispetto a quanto previsto dagli accordi negoziati nell’ottobre scorso.
In base all’intesa promossa da Washington, le truppe israeliane avrebbero dovuto attestarsi lungo una linea di demarcazione denominata “Yellow Line”, che avrebbe lasciato sotto controllo israeliano circa il 53% della Striscia, mentre il restante territorio sarebbe rimasto sotto l’amministrazione di Hamas.
Tuttavia, nel corso dei mesi successivi, la situazione sul terreno è cambiata sensibilmente. Diverse ricostruzioni indicano che le aree interdette ai civili palestinesi si siano progressivamente ampliate, con l’installazione di nuove barriere e l’estensione delle zone militari controllate dall’esercito israeliano.
Le mappe diffuse dalle autorità militari nei mesi recenti mostrerebbero infatti un’area di sicurezza molto più estesa rispetto a quella originariamente prevista, fino a raggiungere l’attuale quota del 64% del territorio.
È in questo contesto che Netanyahu ha dichiarato pubblicamente la propria intenzione di procedere oltre.
“Eravamo al cinquanta per cento, poi siamo passati al sessanta. La mia direttiva è di avanzare gradualmente”, ha affermato il premier durante un intervento in un insediamento israeliano in Cisgiordania.
Il primo obiettivo indicato dal leader israeliano è appunto il raggiungimento del 70% della Striscia sotto controllo militare.
Le “zone cuscinetto” e la strategia della sicurezza
Il governo israeliano continua a giustificare l’espansione delle aree controllate facendo riferimento a esigenze di sicurezza nazionale.
Secondo Netanyahu, i territori occupati nel corso del conflitto rappresentano delle vere e proprie “zone cuscinetto”, indispensabili per prevenire nuovi attacchi armati contro Israele dopo l’assalto del 7 ottobre 2023 che diede origine all’attuale guerra.
La stessa impostazione è stata adottata anche per altre aree di confine considerate sensibili, come alcune porzioni del Libano meridionale e della Siria.
Dal punto di vista israeliano, la presenza militare permanente in queste zone consentirebbe di creare una fascia di protezione capace di ridurre il rischio di future infiltrazioni o operazioni ostili.
Una lettura profondamente diversa arriva però dal versante palestinese.
Molti osservatori e rappresentanti della popolazione di Gaza ritengono infatti che l’ampliamento delle aree interdette possa tradursi in una riduzione permanente dello spazio abitabile per oltre due milioni di persone, già costrette a vivere in condizioni estremamente precarie.
Le preoccupazioni sono state alimentate anche da alcune dichiarazioni di esponenti del governo israeliano che, negli ultimi mesi, hanno parlato della possibilità di favorire una cosiddetta “migrazione volontaria” dei palestinesi fuori dalla Striscia.
Raid e bombardamenti continuano nonostante la tregua
Parallelamente all’espansione territoriale, Israele ha intensificato le operazioni militari contro Hamas.
Le autorità israeliane sostengono di stare concentrando gli attacchi contro i vertici dell’organizzazione responsabili degli eventi del 2023. Negli ultimi giorni sono stati uccisi alcuni importanti comandanti delle Brigate al-Qassam, il braccio armato di Hamas.
Le operazioni hanno però continuato a provocare vittime anche tra la popolazione civile.
Secondo le autorità sanitarie della Striscia, un bombardamento effettuato nella notte tra mercoledì e giovedì avrebbe causato almeno dieci morti, tra cui cinque bambini, oltre a numerosi feriti.
L’attacco è avvenuto in concomitanza con le celebrazioni dell’Eid al-Adha, una delle principali festività del calendario islamico.
In molte zone della Striscia, migliaia di famiglie stavano cercando di vivere un momento di raccoglimento nonostante le difficoltà della guerra, riunendosi in tende o tra gli edifici danneggiati dai mesi di combattimenti.
La testimonianza dei civili: “Non esiste alcun luogo sicuro”
Le testimonianze provenienti da Gaza continuano a descrivere una situazione umanitaria estremamente difficile.
Etidal Al-Za’im, residente nella Striscia, ha raccontato di trovarsi insieme alla propria famiglia all’interno di una tenda quando l’esplosione di un edificio vicino ha provocato il crollo di detriti sulla zona in cui si trovavano.
La donna ha spiegato che lei e i suoi familiari sono rimasti intrappolati per circa un’ora prima di riuscire a trovare una via di fuga.
Anche altri residenti descrivono una sensazione di insicurezza costante.
Un uomo identificatosi come Abu Azam ha dichiarato che, nelle condizioni attuali, nessun luogo può essere considerato realmente protetto.
Le sue parole fotografano il clima che si respira nella Striscia: il timore che un attacco possa verificarsi in qualsiasi momento, nelle abitazioni, negli ospedali, lungo le strade o nei mercati.
Negoziati ancora bloccati
Sul piano diplomatico non si registrano, al momento, progressi significativi.
Israele e Hamas restano infatti distanti sulle condizioni necessarie per arrivare a una soluzione condivisa. Il piano sostenuto dagli Stati Uniti prevede il ritiro delle truppe israeliane da Gaza e il disarmo dell’organizzazione palestinese, ma entrambe le questioni continuano a rappresentare nodi irrisolti.
Nel frattempo il bilancio delle vittime continua ad aggravarsi. Secondo le autorità sanitarie locali, dall’entrata in vigore della tregua sarebbero morte oltre 900 persone a causa dei bombardamenti israeliani. Israele, dal canto suo, riferisce che nello stesso periodo quattro soldati sono stati uccisi in attacchi condotti da gruppi armati palestinesi.
Mentre la diplomazia fatica a trovare un punto di incontro, le decisioni annunciate da Netanyahu sembrano indicare una prosecuzione della strategia militare sul terreno. L’obiettivo del controllo del 70% della Striscia rappresenta infatti un ulteriore passaggio in un conflitto che, a quasi tre anni dall’inizio, continua a modificare profondamente la geografia, la sicurezza e la vita quotidiana di milioni di persone.
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