Nike, ricavi in calo del 4% nel primo trimestre. Il titolo ai minimi da 13 anni

05 Ottobre 2026 - 15:05
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Il management lo definisce un trimestre in linea con le attese, ma la Borsa non è d’accordo. Nike ha chiuso il primo trimestre dell’esercizio fiscale 2027, terminato il 31 agosto, con ricavi pari a 11,2 miliardi di dollari (circa 10 miliardi di euro), in calo del 4% (-5% a cambi costanti). Il dato è rimasto al di sotto delle attese degli analisti. Nelle contrattazioni after-hours di giovedì il titolo è sceso dell’8,7% a 32,09 dollari, il livello più basso dal 2013, e questa mattina cede oltre il 3% nelle contrattazioni pre-market. Dal picco di 179 dollari toccato nel 2021, le azioni hanno perso il 76% del loro valore.

Il marchio Nike ha generato 11 miliardi di dollari, in calo del 4 per cento. La contrazione si concentra in Greater China, dove i ricavi sono scesi del 22% a 1,2 miliardi (-26% a cambi costanti), e nell’area Emea, in calo del 5% a 3,2 miliardi, trascinata dalle calzature (-11 per cento). In Cina la frenata colpisce anche la redditività: l’ebit dell’area è sceso del 34% a 248 milioni. Il Nord America, primo mercato del gruppo con 5,1 miliardi, è l’unica area in crescita (+2%). Asia Pacifico e America Latina cedono il 2% a 1,5 miliardi, stabili a cambi costanti.

Anche i canali vanno in direzioni diverse. Il wholesale tiene a 6,8 miliardi (-1%), con le vendite ai rivenditori nordamericani in aumento del 9%; Nike Direct invece scende dell’8% a 4,1 miliardi (-9% a cambi costanti): il digitale perde il 13% e i negozi di proprietà il 5 cento. Guardando alle categorie merceologiche, le calzature calano del 6% a 6,95 miliardi, l’abbigliamento cresce del 2% a 3,4 miliardi e l’equipment perde il 3% a 611 milioni. Più marcata la flessione di Converse, che cede il 28% a 263 milioni, in calo in tutte le aree.

Sul fronte dei margini, il margine lordo sale di 60 punti base al 42,8%, grazie ai minori costi di magazzino e logistica. Le spese di vendita e amministrative calano del 3% a 3,9 miliardi: i costi generali scendono del 6% a 2,7 miliardi, mentre gli investimenti in marketing salgono del 5% a 1,3 miliardi, spinti dai grandi eventi sportivi. L’ebit è stabile a 907 milioni, con un margine all’8,1% dal 7,7%. L’utile netto cala del 2% a 712 milioni e l’utile diluito per azione passa da 0,49 a 0,48 dollari. Le rimanenze scendono del 3% a 7,8 miliardi.

“La Sport Offense sta generando progressi misurabili nel nostro business performance, e abbiamo introdotto ‘Pace’ per accelerare e scalare questo slancio in tutta Nike”, ha dichiarato il presidente e CEO, Elliott Hill. “Abbiamo ancora lavoro da fare su Nike Sportswear, Jordan Brand e Greater China, e stiamo intraprendendo azioni mirate per rafforzare questi business nel modo giusto, nel lungo periodo”.

‘Pace’ è il nuovo programma di trasformazione del modello operativo e assorbe il piano di riallineamento dei costi annunciato a marzo 2026. Prevede la modernizzazione della supply chain globale, un nuovo campus in India per le funzioni corporate, il passaggio da quattro a tre aree geografiche e un ulteriore snellimento dell’organizzazione. L’obiettivo è ottenere risparmi cumulati per circa 2,5 miliardi di dollari (2,24 miliardi di euro) entro l’esercizio 2031. A fronte di questi risparmi sono previsti circa 1 miliardo di oneri ante imposte, legati soprattutto al personale, di cui circa 0,3 miliardi nell’esercizio in corso. Questi oneri si aggiungono a 0,3 miliardi di costi per uscite già contabilizzati nel 2026. “Questo processo comporterà una riduzione dei ruoli all’interno di Nike”, ha detto Hill. Il CEO ha precisato che le decisioni sulle posizioni coinvolte saranno prese a partire dal 2027. Il numero di dipendenti interessati non è stato comunicato.

Il calo del titolo fa parte di una crisi che riguarda tutti e tre i grandi marchi storici delle sneaker. Come ricostruisce Il Corriere, la triade composta da Nike, Adidas e Puma ha perso nel complesso 250 miliardi di euro di capitalizzazione rispetto ai massimi toccati negli anni della pandemia. In quel periodo la tendenza a vestirsi in modo informale aveva portato le scarpe da ginnastica al 50% del mercato delle calzature, contro il 20% di vent’anni prima (secondo le stime di Bank of America). Al picco Nike valeva 245 miliardi di euro, oggi ne vale 44: un calo dell’82% che l’ha fatta uscire dall’S&P 100 per la prima volta in vent’anni. La concorrenza arriva da due direzioni. In Occidente ci sono i nuovi marchi come On e Hoka, e proprio On ha ingaggiato Kylian Mbappé, legato a Nike da 19 anni. In Cina invece crescono i brand locali come Li Ning, che a giugno ha firmato con il cestista Stephen Curry un contratto decennale da 400 milioni di dollari.

Il fronte più delicato resta la Cina, osserva ancora la testata. I ricavi di Nike nel Paese sono scesi dagli 8,3 miliardi di dollari del 2021 ai 6,6 miliardi del 2025. Con la nuova organizzazione in tre aree, il mercato cinese verrà accorpato all’Asia-Pacifico e il gruppo non pubblicherà più un dato separato. Nel frattempo Nike prova ad avvicinarsi ai consumatori locali con prodotti pensati per loro, come il modello ispirato alla tennista Zheng Qinwen presentato a settembre.

Per l’intero esercizio 2027, Nike prevede un calo dei ricavi nell’ordine dell’alta singola cifra e un utile per azione rettificato tra 1,15 e 1,35 dollari. La stima esclude circa 0,15 dollari di oneri legati al programma ‘Pace’.

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