Non dare la Repubblica per scontata
Foto Archivio GBB/ContrastoDa Il Segno di giugno
L’Italia è una Repubblica perché il referendum tenuto il 2 giugno 1946 diede la vittoria alla Repubblica sulla Monarchia, con 2 milioni circa di voti di scarto, 12.718.641 (54,27%) contro 10.718.502 (45,73%). Ritornare con la memoria a quegli avvenimenti, ottant’anni dopo, potrebbe essere un poco straniante. Oggi siamo abituati a un’indifferenza sostanziale tra le due forme di Stato: sia repubbliche sia monarchie possono essere solide democrazie. La storia ci dice però che per noi gli avvenimenti fondativi furono molto più tesi e complicati, avvolti in un duro conflitto.
Le origini conflittuali
La battaglia fu durissima, con una campagna elettorale infuocata e un diffuso coinvolgimento popolare, proprio perché assunse un carattere simbolico decisivo: la Monarchia impersonava la tradizione, il passato, la stabilità presunta, ma anche le compromissioni con la dittatura e l’identificazione con uno Stato oligarchico e poco popolare; la Repubblica rappresentava la novità, il salto verso un futuro magari poco prevedibile e dominabile (in cui qualcuno temeva sconvolgimenti rivoluzionari), ma sicuramente più aperto al protagonismo dei non privilegiati, alla partecipazione popolare, alle dinamiche democratiche.
Non fu nemmeno scontata la scelta tramite referendum tra le due opzioni. Dobbiamo ricordare che l’uscita dalla dittatura fascista in Italia non fu frutto di una rivoluzione, ma di un complotto di vertice. La transizione alla democrazia fu faticosa e alla fine risolta con un compromesso tra la Monarchia che aveva salvato qualche continuità del vecchio Stato e i nuovi (o rinati) e ancor fragili partiti antifascisti del Comitato di liberazione nazionale (Cln).
Rimandando le decisioni sul futuro a dopo la sconfitta definitiva del nazifascismo, si previde di eleggere un’Assemblea Costituente (la prima nella storia d’Italia). Quando si avvicinò il momento di eleggerla, però, i monarchici chiesero di sottrarre la decisione sulla forma dello Stato all’Assemblea (attesa a larga maggioranza antifascista e repubblicana) per affidarla direttamente al popolo. Fu Alcide De Gasperi – allora presidente del Consiglio designato da tutto il Cln – ad accettare questa opzione, riuscendo anche a convincere le sinistre, non perché fosse monarchico. Certamente anche perché non voleva veder dividersi la Democrazia cristiana in assemblea, dato che il suo elettorato era anche in parte cospicua monarchico. Ma soprattutto per dare una base più solida di legittimazione all’opzione che sarebbe risultata vittoriosa (e lui confidava nella Repubblica).
Dal ricordo di quei momenti ci possono venire alcuni insegnamenti per l’oggi.
Una democrazia costituzionale
L’articolo 1 della Costituzione afferma che «la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». La Repubblica è quindi una realtà in cui esiste una legge fondamentale di condivisione e diffusione del potere. Non potrà mai diventare una monarchia assoluta camuffata, in cui il popolo semplicemente elegga a governare un soggetto che si sente al di sopra della legge perché ha un mandato elettorale. Le vicende della transizione democratica ci ricordano quanto sia importante la nostra Costituzione, per disegnare un sistema in cui le decisioni prevedano una capacità di mediazione e incontro, che permetta di cercare un superiore sviluppo del bene comune, selezionando le decisioni migliori, più eque, più stabili, più capaci di generare una convivenza decente e pacifica. La Costituzione serve a questo, a limitare il potere per orientare meglio le scelte collettive.
La necessità di coinvolgere il popolo
La decisione di non temere un referendum per sciogliere una questione pur allora vissuta come dirimente e decisiva, ci insegna che il popolo non si dovrebbe mai temere. Qualsiasi élite (politica, culturale, sociale, religiosa) ha il dovere di ascoltare il popolo, di essere vicina alla gente comune, di saper mostrarsi aperta alle sue richieste.
«Fondata sul lavoro» vuol dire esattamente fondata su tutti coloro che danno un contributo alla vita sociale ed economica, non su un’élite privilegiata. Un popolo abbandonato a se stesso è sinonimo di frustrazione polemica contro la democrazia.
Al contempo, nessun potere può realisticamente pensare di affermarsi inseguendo acriticamente le ondivaghe preferenze della “gente comune”, facendosi orientare dai sondaggi di opinione. Chi aspira a guidare una democrazia ha il dovere di inserire tutto quello che proviene dal popolo in un orizzonte di crescita educativa e di maturazione democratica. La democrazia non può essere vissuta come guerra civile permanente.
Un’istanza di partecipazione e solidarietà
La Repubblica è la “cosa comune”, è lo Stato inteso nella sua forma comunitaria, come amava dire un costituente importante come Aldo Moro. Cioè non un’istituzione lontana e nemica, ma una trama di relazioni, in cui tutti dovrebbero poter sentirsi parte. E sentirsi chiamati a esercitare in essa un ruolo, al minimo di partecipazione al voto sui suoi indirizzi, ma anche augurabilmente più incisivo. Creare un contesto adatto a questo coinvolgimento è certamente compito della politica, che non deve mai essere solo competizione per il potere, ma sempre dovrebbe pensarsi come esperimento di mobilitazione e partecipazione collettiva attorno a progetti per risolvere i problemi. Ma è anche compito di tutte le realtà sociali e civili, vicine alla gente comune, che hanno valori da condividere e che vogliono farlo “con metodo democratico”, appunto educando le persone a questo percorso. Magari può essere meno impegnativo essere sudditi, ma è molto più incisivo e appagante sentirsi cittadini.
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