Parade Électronique compie dieci anni e propone nuove modalità di ascolto

Dieci edizioni, cinque settimane di programmazione e un’idea: l’elettronica non è un genere, ma un modo di guardare al suono. Dal 3 ottobre all’8 novembre 2026 il Teatro Arsenale di Milano ospita la decima edizione di Parade Électronique, la rassegna promossa da MMT Creative Lab che quest’anno si intitola “Pratiche di ascolto obliquo”.
Parade Électronique è la rassegna di MMT Creative Lab dedicata alla musica elettronica nelle sue diverse declinazioni. Non segue una linea stilistica unica: riunisce musiciste e musicisti di generazioni, provenienze e percorsi differenti, accomunati dall’impiego dell’elettronica come strumento di composizione, trasformazione e indagine del suono. Gli appuntamenti, distribuiti tra pomeriggio e sera, attraversano composizione, ricerca elettroacustica, improvvisazione, performance e linguaggi emersi dalle scene più recenti.
A dieci anni dalla nascita, la rassegna riconosce nella trasformazione una parte essenziale della propria identità: il suo campo d’indagine si sposta insieme alle musiche che incontra, accoglie nuovi lessici e rilegge le proprie traiettorie alla luce delle mutazioni del presente.
Con “Pratiche di ascolto obliquo”, Parade Électronique sviluppa la direzione tracciata da Omnia quae audire possit, tema dell’intera stagione di MMT Creative Lab. L’ascolto viene inteso come un campo aperto, dove le forme riconoscibili convivono con ciò che affiora nelle soglie tra linguaggi e pratiche musicali, proponendo uno sguardo critico sul rapporto tra suono, spazio, tecnologia e presenza.
L’obliquità è l’angolo da cui è costruito il programma: le proposte sono disposte secondo tensioni, risonanze e slittamenti di prospettiva. Ogni accostamento apre una diversa lettura delle pratiche coinvolte e rende percepibili continuità, fratture e genealogie che una classificazione lineare lascerebbe in ombra. Ne risulta un ascolto capace di cambiare posizione e una programmazione che trova coerenza nel movimento e nella curiosità verso ciò che ancora sfugge a definizioni stabili. «È una stagione della curiosità, aperta a generi musicali differenti con un unico comune denominatore: l’elettronica», afferma Walter Prati, presidente di MMT Creative Lab. «Uno sguardo contemporaneo su musiche che continuano a interrogare il significato del suono oltre i cliché e le tendenze, attraverso esperienze diverse anche dal punto di vista geografico e generazionale».
Tra le proposte della rassegna c’è FLOEMA di Jacopo Cenni, compositore e dottorando a Cesena, la cui ricerca guarda alla morfologia vegetale come architettura compositiva. Abbiamo parlato con lui del progetto, del suo percorso e del rapporto tra elettronica e natura.
Quando nasce la tua passione per la musica?
Il mio rapporto con la musica nasce relativamente tardi, durante l’adolescenza. In casa se ne ascoltava poca e il mio primo avvicinamento è stato soprattutto per socialità: ho iniziato a suonare la chitarra per condividere qualcosa con gli amici. Con il tempo, però, la musica ha assunto un peso sempre maggiore, fino a portarmi agli studi in Conservatorio. Da allora mi sono dedicato quasi esclusivamente alla composizione, con qualche lavoro esterno, quando necessario, per pagare l’affitto.
In botanica, il floema distribuisce la linfa elaborata e il nutrimento in tutta la pianta. In che modo questo sistema si traduce nella struttura dei tuoi suoni?
In questa performance ho voluto esplorare una dimensione di capillarità, di sovrapposizioni e di compositezza. Le masse sonore sono formate da una moltitudine di fonti, e durante lo sviluppo del brano questi flussi emergono in superficie, per poi ri-mescolarsi e costruire elementi altri. L’influenza della botanica in questo caso è soprattutto poetica.
Il tuo dottorato a Cesena si intitola Mandragora. Plant Morphology as an Integrated Compositional Architecture. FLOEMA rappresenta un capitolo di questo percorso di ricerca o una sua applicazione pratica?
Sì, ma solo in parte. Nella mia ricerca dottorale sto indagando rapporti e opportunità di composizione musicale e coreografica partendo dalla morfologia delle piante, cercando una mimesi tra l’elemento vegetale e il risultato plastico-corporale in primis, e l’influenza della forma sulla produzione del suono poi. FLOEMA è un capitolo esterno alla ricerca principale, ma è stata un’occasione di esplorare le opportunità di sviluppo formale del materiale generato dal processo sopra descritto. L’ambizione del mio progetto di ricerca è seguire un approccio trans-disciplinare, ovvero ottenere un risultato che sfumi i confini tra musica e corporalità.
Per quanto intrigante (almeno per me, si intende!) questo percorso è particolarmente complesso. Per questo motivo, anche facendo tesoro di esperienze passate nel campo della multi- e inter-disciplinarità, trovo fecondo prendermi dei momenti di focalizzazione su una sola disciplina alla volta, per poi ricondurre quanto emerso alla prospettiva complessiva: un movimento tra parte e tutto che richiama, in questo senso, il circolo ermeneutico. FLOEMA rappresenta uno di queste messe a fuoco.
Guardando al sistema vegetale come rete interconnessa, pensi che la musica elettronica oggi possa aiutarci a riconsiderare il nostro rapporto con la natura?
No, non particolarmente. O meglio, non credo che sia un medium privilegiato rispetto ad altri. Per sua natura, l’elettronica ha bisogno di una serie di apparati, strumenti e oggetti che di naturale hanno ben poco, e io in primis, spesso, mi sono sentito ben lontano dalla natura durante il mio lavoro. Dal mio punto di vista, la composizione elettronica spinge a un livello di astrazione considerevole, che spesso mal si interfaccia con un approccio più ecologico e fenomenologico (che invece, sempre secondo me, è quello che potrebbe riportarci a riconsiderare il nostro rapporto con la natura).
Anche sotto il punto di vista della fruizione, molti dei linguaggi elettronici lavorano spesso su quello che Smalley definisce surrogacy, ovvero il grado di mediazione percettiva tra un suono e il gesto causale che si suppone l’abbia prodotto. Insomma, tutte cose che, almeno nella mia personale esperienza di compositore e fruitore, mi allontanano dalla considerazione di questo rapporto. Più interessante, dal mio punto di vista, è l’occasione rituale, post-liturgica, che la musica elettronica offre. Immersività, presenza plurale di elementi eterogenei e sviluppi che sfondano i campi semantici del materiale sono cifre estetiche che spesso caratterizzano la musica elettronica, e che trovo particolarmente utili per dissetare il maledetto bisogno di trascendenza che, più o meno consciamente, colpisce una parte considerevole dell’antropologia d’oggi.
L'articolo Parade Électronique compie dieci anni e propone nuove modalità di ascolto proviene da Linkiesta.it.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)