Pedro Sánchez ha anticipato le elezioni in Spagna al 29 novembre

Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha annunciato elezioni politiche anticipate per il 29 novembre, nove mesi prima della conclusione prevista della legislatura. La decisione arriva dopo la bocciatura in Parlamento di due decreti sulla casa e dopo mesi nei quali il governo di coalizione non è riuscito a ricostruire una maggioranza stabile al Congresso.
Sánchez ha comunicato domenica pomeriggio la decisione al re Felipe VI. Oggi ha convocato un Consiglio dei ministri straordinario che dovrà approvare il decreto di scioglimento delle Cortes Generales e di convocazione delle elezioni. La pubblicazione nel Boletín Oficial del Estado, la Gazzetta Ufficiale spagnola, è prevista per domani. Da quel momento decorreranno i 54 giorni stabiliti dalla legge prima del voto.
L’annuncio è stato fatto questa mattina dalla Moncloa, nel corso di una dichiarazione istituzionale senza domande dei giornalisti. Sánchez ha riconosciuto che il suo governo non è riuscito a realizzare tutto ciò che aveva previsto e ha collegato direttamente la convocazione delle elezioni alla necessità di ottenere una maggioranza parlamentare più ampia. Secondo Sánchez restano da affrontare problemi rilevanti soprattutto nei servizi pubblici, nella disuguaglianza e nell’accesso alla casa. «Per fare di più, dobbiamo rinnovare e ampliare il sostegno dei cittadini», ha aggiunto, sostenendo che sia necessario ottenere «una maggioranza progressista molto più ampia».
Il passaggio decisivo è arrivato venerdì, quando il Congresso ha respinto due decreti predisposti dal governo in risposta alle proteste sulla casa. Junts, il partito indipendentista catalano che aveva avuto un ruolo determinante nell’investitura di Sánchez, ha votato contro insieme a PP e Vox. La sconfitta ha reso evidente una difficoltà che si trascinava da mesi: l’esecutivo non dispone più di una maggioranza affidabile per approvare provvedimenti di una certa importanza.
La questione abitativa è diventata particolarmente rilevante dopo lo sfratto a Madrid di Maricarmen Abascal, una donna di 87 anni, e le successive mobilitazioni organizzate in diverse città spagnole. Il governo aveva cercato di rispondere con nuove misure, ma la loro bocciatura ha ridotto ulteriormente lo spazio politico per proseguire la legislatura.
La mancanza di numeri al Congresso aveva già complicato altri passaggi centrali dell’azione di governo. Sánchez non è riuscito a far approvare nuovi bilanci statali durante questa legislatura e anche il tentativo di presentare una nuova legge di bilancio appariva sempre più difficile. Negli ultimi mesi Junts si era progressivamente allontanato dalla maggioranza che aveva consentito al leader socialista di ottenere un nuovo mandato dopo le elezioni del 2023.
Sánchez aveva più volte sostenuto che le elezioni si sarebbero tenute nel 2027. Dopo la sconfitta parlamentare di venerdì ha però avviato una serie di consultazioni con ministri, dirigenti del PSOE e rappresentanti delle altre forze politiche che avevano sostenuto il governo. La decisione è maturata nel corso del fine settimana.
Nel suo discorso Sánchez ha cercato anche di definire il tema politico della campagna elettorale, presentando il voto come una scelta tra la prosecuzione delle politiche portate avanti dal suo governo e un’alternativa formata da PP e Vox. Ha chiesto agli elettori di decidere se vogliono che la Spagna si unisca «a quell’onda di estrema destra che fa arretrare i paesi in cui governa» oppure continui a essere «un baluardo di apertura, giustizia sociale e responsabilità ambientale».
Il presidente ha inoltre rivendicato i risultati ottenuti dal governo negli ultimi tre anni, citando la crescita economica, l’aumento delle risorse destinate alle comunità autonome, gli interventi sul welfare e lo sviluppo delle energie rinnovabili. Ha ricordato anche il sostegno spagnolo all’Ucraina, all’Unione Europea e alle Nazioni Unite.
La campagna elettorale si aprirà in un quadro molto diverso da quello delle politiche del 2023. Allora il PSOE riuscì a restare al governo nonostante il PP fosse risultato il primo partito, grazie a un complesso accordo parlamentare che comprendeva anche Junts. La formazione catalana aveva sostenuto l’investitura di Sánchez dopo un’intesa che prevedeva, tra le altre cose, la legge di amnistia per le persone coinvolte nel processo indipendentista catalano del 2017.
Anche i sondaggi descrivono una situazione complicata per la sinistra. Una rilevazione di Sigma Dos condotta tra il 22 settembre e il primo ottobre attribuisce al PSOE il 25,6 per cento dei voti e 103 seggi. Nello stesso sondaggio il PP è al 32,6 per cento e Vox al 18,3: insieme arriverebbero a 203 deputati, ben oltre i 176 necessari per la maggioranza assoluta. La rilevazione è stata realizzata prima della bocciatura dei decreti sulla casa e quindi non misura gli eventuali effetti politici degli ultimi giorni.
Un altro elemento di incertezza riguarda lo spazio politico alla sinistra del PSOE. Sumar arriva alle elezioni con un consenso più basso rispetto al 2023 e senza una leadership ancora definita, mentre resta aperta la possibilità che Podemos si presenti separatamente. Nel sondaggio di Sigma Dos le due forze, considerate separatamente, raccolgono complessivamente il 9,9 per cento dei voti e appena 11 seggi.
Il PP ha accolto l’annuncio con un breve messaggio, «finalmente». La presidente della Comunità di Madrid, Isabel Díaz Ayuso, ha detto che Sánchez lascia perché «non ce la fa più» e perché non avrebbe più i numeri per continuare a governare. Il principale partito di opposizione arriva quindi alla campagna elettorale con l’obiettivo di trasformare il vantaggio indicato dai sondaggi in una maggioranza parlamentare, mentre Vox punta a rafforzare ulteriormente il proprio peso nel blocco di destra.
Per Sánchez la strategia sarà invece quella di mobilitare l’elettorato progressista, in particolare una parte degli elettori che negli ultimi anni si è allontanata dal PSOE o che appare orientata verso l’astensione. Nel 2023 una mobilitazione simile contribuì a impedire a PP e Vox di ottenere una maggioranza, nonostante la vittoria del Partito Popolare.
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