Per attrarre i giovani non basta pagarli di più

Maggio 15, 2026 - 12:37
0
Per attrarre i giovani non basta pagarli di più
Il valore del vicino: filiere e prossimità territoriale delle imprese

Daniele Pierobon ha trent’anni ed è la seconda generazione alla guida di Alba srl, azienda manifatturiera di Arcisate specializzata nel packaging flessibile. Prima di entrare nell’impresa di famiglia ha scelto un percorso diverso. L’esperienza militare nei paracadutisti, nei ranger alpini paracadutisti e il concorso da sottufficiale in Aeronautica. Poi il ritorno in azienda, portando con sé uno sguardo costruito fuori dal “cortile di casa”. Laureato in Storia contemporanea, Pierobon racconta il lavoro manifatturiero senza retorica: tecnologia, formazione tecnica, qualità della vita e rapporto umano sono i temi che considera decisivi per rendere attrattiva oggi una piccola impresa.
Pierobon  sarà tra i protagonisti dell’incontro “Giovani e territorio: l’attrattività della piccola impresa”, martedì 19 maggio alle 17.30 a Materia, a Castronno

Pierobon, che cosa significa oggi rendere attrattiva una piccola impresa per i giovani?
«Significa partire dalla realtà. Una Pmi come la nostra non può sempre offrire grandi percorsi di carriera interna: siamo in quattordici, non abbiamo strutture da multinazionale. Però possiamo lavorare su altro: qualità della vita, rapporto umano, organizzazione del lavoro. La mia generazione non guarda solo alla paga. Il tempo ha un valore che non è sempre quantificabile in denaro».

In che modo questo si traduce nella vostra azienda?
«Nel nostro settore molte aziende lavorano su due o tre turni, anche nel weekend. Noi abbiamo scelto due turni sovrapposti, indicativamente dalle 8 alle 17. Questo fa la differenza. Un ragazzo della mia età è venuto da un’azienda più grande accettando anche una paga più bassa, perché sapeva che alle 17, massimo alle 18, avrebbe finito di lavorare».

Alba srl è un’azienda molto tecnica. Che tipo di figure cercate?
«Stampiamo in flessografia e accoppiamo laminati, la formazione è dunque molto specifica. Per rendere indipendente uno stampatore servono anche due anni. Non cerchiamo l’operaio nell’immaginario classico. Oggi un operatore lavora su macchine molto tecnologiche, che possono costare anche un milione di euro e produrre materiale di grande valore ogni ora. Serve responsabilità, attenzione, capacità di stare dentro un processo complesso».

Quindi l’operaio, come figura tradizionale, non esiste più?
«Per come la vedo io, no. Oggi si parla di operatori macchina. Le nostre rotative, una volta impostate, girano a 200-300 metri al minuto e l’operatore controlla sempre più dati, parametri, computer. Non è manodopera generica, è una funzione tecnica».

Che cosa guarda in un giovane durante un colloquio?
«L’impressione conta ancora molto. Io arrivo da una formazione militare, quindi guardo puntualità, atteggiamento, serietà. Le competenze tecniche spesso non si possono valutare davvero al primo incontro, soprattutto in un settore come il nostro, dove nessuna scuola ti insegna già a stampare in flessografia. Mi colpiscono concretezza e praticità».

Praticità che spesso manca?
«Sì. Vedo curriculum pensati male, esperienze raccontate senza chiarezza. E poi manca una preparazione di base alla vita lavorativa, vedo ragazzi che non sanno leggere una busta paga. È un problema enorme, perché se non conosci queste cose hai anche meno potere contrattuale nel rapporto con il lavoro».

Il tema dell’attrattività riguarda anche il rapporto tra imprenditore e collaboratori?
«Certo. Io ho trent’anni e in azienda ci sono persone che orbitano intorno alla mia età, è normale che il rapporto sia diverso. Oggi nessuno si aspetta più il modello del padrone ottocentesco. Ci sono condizioni di lavoro e relazioni che devono evolvere. La collaborazione diventa inevitabile».

Quanto conta il territorio in tutto questo?
«Conta molto, ma bisogna essere lucidi. La piccola impresa italiana ha flessibilità, capacità di adattarsi, di rispondere a commesse che altri magari non prendono. Però ha anche limiti strutturali e non sempre può offrire percorsi verticali o figure manageriali interne. La sfida è compensare questi limiti con un ambiente migliore, più vicino alle persone».

Automazione e intelligenza artificiale sono una minaccia per questo valore umano?
«Secondo me bisogna distinguere. L’automazione da giornale, quella dei robot nelle gigafactory, è una cosa. La nostra è automazione produttiva, macchine che lavano in automatico gli inchiostri, componenti che riducono l’intervento manuale. L’intelligenza artificiale può essere un supporto per assistenza tecnica, qualità, ricerca di soluzioni. Non la vedo come qualcosa che elimina la parte umana in produzione».

Lei prima di rientrare in azienda ha fatto un’esperienza militare. Quanto le è servita?
«Moltissimo. Sono stato paracadutista, poi nei ranger alpini paracadutisti, e avevo vinto il concorso da sottufficiale in Aeronautica. Uscire dall’azienda di famiglia è stato fondamentale. Devi essere stato dall’altra parte, anche l’ultimo della catena, per capire che cosa significa poi avere responsabilità. Quell’esperienza mi ha aiutato a dare un nuovo senso al mio ruolo in azienda».

ISCRIZIONI: https://artser.typeform.com/materia

 

 

Il segreto del packaging? Migliaia di chilometri di colori 4.0

L'articolo Bar chiuso a Varese dopo la rissa, i titolari: “L’episodio è avvenuto fuori dal nostro locale, a serrande già abbassate” sembra essere il primo su VareseNews.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Wow Wow 0
Triste Triste 0
Furioso Furioso 0
Redazione

Redazione Eventi e News

Commenti (0)

User