Perché il futuro nasce sempre da una storia

29 Luglio 2026 - 06:15
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Perché il futuro nasce sempre da una storia

Nato nel 1899 a Buenos Aires in una famiglia animata da idee e parole, Jorge Luis Borges era un esploratore di nuovi mondi concettuali di possibilità. Il suo primo universo fu la biblioteca paterna, contenente migliaia di volumi in spagnolo e in inglese, che gli permisero di vagabondare tra le avventure piratesche di Stevenson, le visioni celesti di Dante, i veli della filosofia di Schopenhauer e le lucenti nevi delle saghe nordiche. Prima ancora di poter esplorare fino in fondo la mappa della sua città, attraversò interi continenti del pensiero.

Negli anni della sua formazione, Borges imparò che la geografia della mente poteva essere reale e sterminata e che la letteratura era un universo che consentiva di costruire nuovi mondi.

Sin dall’inizio, Borges architettò miniature, scrivendo storie brevi come il baluginio di una stella cadente, in grado però di contenere intere galassie. Il suo racconto breve La biblioteca di Babele, per esempio, immaginava una biblioteca smisurata sui cui scaffali potevano trovare spazio tutti i libri possibili, tutte le storie mai raccontate e quelle che ancora non erano state scritte.

Nel 1940, Borges pubblicò il mio preferito tra i suoi racconti, Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, che si presenta come un semplice aneddoto accademico: Borges, scrivendo in prima persona, ricostruisce una conversazione avuta con un amico che gli ha parlato di una strana voce enciclopedica su un luogo chiamato Uqbar, introvabile su qualunque mappa. Il mistero si infittisce quando i due in cappano in una serie di volumi di un’altra enciclopedia, dedicata interamente a un argomento ancor più misterioso e meno noto: il mondo di Tlön.

Man mano che cercano di venire a capo dell’enigma, il racconto si trasforma in una sorta di guida a un pianeta immaginario i cui dettagli vengono descritti in modo tanto minuzioso da apparire reali. Tlön è una civiltà del tutto autosufficiente, una “Chinonsò”

con lingua, metafisica e storia tutte sue. In alcune regioni, la lingua di Tlön non ha sostantivi, solo verbi, e pertanto gli oggetti non vengono considerati entità statiche ma processi in costante mutamento. In altre regioni, i concetti relativi alla realtà materiale sono privi di significato in quanto gli oggetti esistono solo quando vengono percepiti. Quando i filosofi di Tlön parlano della natura del tempo, del caso e dell’identità, partono da assunti tanto diversi dai nostri che persino la loro logica ci sembra onirica.

Borges descrive il suo processo di scoperta di questo mondo con lo stesso rigore che userebbe uno studioso del “mondo reale” per parlare di Babilonia o dell’antica Cina, proponendoci citazioni erudite, riferimenti a dibattiti accademici e note a piè di pagina che rimandano a libri immaginari di autori immaginati. Rivestendo il fantastico d’autorevolezza accademica, Borges ci mostra con quanta facilità siamo disposti ad accettare e persino ad attraversare una narrazione ben strutturata.

Nel nostro caso, il suo racconto è particolarmente rilevante in quanto, prima della conclusione, al suo interno i confini tra finzione e realtà cominciano a crollare. Manufatti di Tlön, come monete, bussole e oggetti fatti di materiali sconosciuti sulla Terra, cominciano a comparire nel nostro mondo. Studiosi, politici e persone comuni iniziano a sviluppare un’ossessione per le idee di Tlön, che appaiono molto più convincenti del gran caos di contraddizioni della loro vita. Poco a poco, storia, scienza e filosofia vengono riscritte a immagine di Tlön. Il mondo immaginato diviene più “reale” della realtà stessa. Potremmo dire che il mondo si tlönizza.

Alla fine del suo racconto, Borges immagina un futuro nel quale la Terra per come la conosciamo si lascia assorbire da una finzione più seducente, trasformando tale finzione in una nuova forma di realtà. Il concetto al cuore del racconto è che il tessuto stesso del nostro mondo è tenuto assieme dalle idee, e che le nuove idee, se abbastanza convincenti, possano divenire un mondo nel quale cominciare a vivere.

Tlön, Uqbar, Orbis Tertius è una parabola sui confini permeabili tra immaginazione e realtà e ci fa capire che basta immaginare qualcosa nel dettaglio e con la giusta convinzione per creare un’attrazione gravitazionale capace di piegare la realtà stessa. Borges ci ricorda che una mappa può precedere il territorio che raffigura.

Poiché i miti sono in grado di dare forma alle civiltà che sono disposte a credervi, immaginare un futuro alternativo può essere un primo passo per migliorare il nostro mondo.

Da molti punti di vista, già viviamo a Tlön. La nostra economia si basa su una finzione collettiva secondo la quale alcuni pezzi di carta o alcune stringhe di codice digitale hanno un valore intrinseco, le piattaforme social privilegiano le narrazioni più cariche di emotività fino a eclissare la realtà oggettiva, e le AI sono tra i nostri “amici” più intimi. Il flusso costante di immagini elaborate, mitologie da influencer ed echo chamber algoritmiche trasforma in realtà condivisa qualsiasi cosa ottenga la maggiore attenzione, creando mondi, e persino nuove realtà politiche, artificiali quanto un pianeta inventato. I nostri sogni generano le nostre realtà.

Può essere una cosa buona o cattiva. Dipende da noi.Se sogniamo male, ci condanniamo a un mondo controllato da individui divisivi, superficiali, narcisisti e fondamentalmente egoisti, che monopolizzano la nostra attenzione, i nostri portafogli e tutto il nostro potere per fare i propri comodi. Gli stessi sistemi tecnologici e di AI che dispongono del potenziale per aiutarci a fare cose meravigliose ed espandere le nostre opportunità rischiano di moltiplicare i pericoli da fronteggiare.

Se sogniamo bene, possiamo porre le basi per un futuro in cui i nostri valori migliori guideranno la nostra immaginazione ed espanderanno il nostro senso del possibile, in cui norme e istituzioni rifletteranno davvero i nostri ideali, la tecnologia sarà davvero al servizio dei nostri bisogni e l’umanità potrà prosperare come non mai.

Tutto è possibile, e potremmo servirci delle nostre tecnologie per arrivare alle stelle.

Oggi i Dieci Comandamenti dell’AI sono solo un costrutto immaginato, non ereditato da una singola tradizione ma derivato dal pozzo profondissimo di tutte le nostre culture. In un primo momento, i Dieci Comandamenti dell’AI potrebbero prendere vita solo in questo libro, in un discorso pubblico, negli incontri delle comunità religiose, in qualche classe scolastica o in un gruppo di lettura, magari anche i vostri. Ma se articolati con intensità e ricchezza di dettagli, facendo capire che sono creazione e proprietà di tutti, questi costrutti possono acquisire una forza gravitazionale degna di Tlön.

Non soppianteremo la realtà con una fantasia, ma miglioreremo il nostro devastato panorama morale con una nuova struttura, in grado di unirci oltrepassando confini, religioni e culture.

Ovviamente Tlön, Uqbar, Orbis Tertius è solo un racconto. Ma del resto, per gran parte di noi, lo sono anche i solenni versi della Genesi, in cui il verbo di Dio dà vita alla luce e dal fango crea l’umanità; il mito induista del rimescolamento dell’oceano cosmico, col quale demoni e dèi filtrano i mari per estrarne il nettare dell’immortalità; il Tempo del Sogno degli aborigeni, con gli spiriti ancestrali che cantando generano i fiumi, i monti e le creature; il Popol Vuh dei Maya, che racconta il viaggio degli Eroi gemelli nell’oltretomba per riuscire a incastonare sole e luna nel cielo; la nascita del cosmo da un uovo primordiale nei miti orfici greci e nella mitologia cinese; e molti altri miti fondanti e delle origini.

In altre parole, viviamo in un mondo fatto di storie. Le nostre narrazioni sono l’architettura invisibile delle nostre vite, la struttura portante della quale ci serviamo per sostenere identità e valori, e il nostro senso d’appartenenza. Le nazioni sono sorte sui loro miti della fondazione. Le religioni sopravvivono ai millenni non perché queste mitologie possano essere comprovate (come abbiamo già visto, in genere non è possibile), ma perché le loro storie toccano qualcosa di profondo che sfama la nostra fame di senso. Il nostro universo di storie in costante evoluzione inquadra la comprensione dinamica di chi siamo, del perché ci troviamo su questo pianeta e di che cosa sia possibile.

Persino le persone più addentro alla modernità, che si servono degli strumenti della scienza e della ragione, vivono affidandosi a narrazioni. Il progresso umano, la democrazia e il libero mercato sono storie che ci raccontiamo, che vanno a inserirsi nelle nostre norme, abitudini e leggi. Stabiliscono quel che ci sembra desiderabile e ottenibile, quel che ci appare giusto o sbagliato, chi consideriamo parte di “noi” e chi estromettiamo come appartenente a “loro”. Cambiate il medium dal quale scaturiscono le storie (McLuhan eccetera) e cambierete le storie, e di conseguenza la forma della realtà in sé. Per questo le rivoluzioni – politiche, artistiche o morali – cominciano sempre quando qualcuno, da qualche parte, osa raccontare una storia diversa. Mentre la racconta, il vecchio mondo comincia ad allentare la presa.

I Dieci Comandamenti originali e i nostri altri antichi codici morali sono stati al nostro servizio per moltissimo tempo e meritano tutto il rispetto, ma possiamo arricchire il nostro viaggio comune di una nuova storia lasciandoci ispirare dai Dieci Comandamenti generati dall’AI o da altre linee guida altrettanto inclusive?

Leggendo questo libro, avete già fatto un passo avanti nell’immaginare questa nuova Tlön, e immaginarla significa farla esistere. Ed è soltanto il primo passo.

Mentre scrivevo questo libro, GPT-5 era una delle AI più avanzate, ma come altri sistemi attuali ben presto ci sembrerà rudimentale a confronto di quello che ci aspetta. I sistemi di AI futuri saranno in grado di superare persino GPT-5 nell’analizzare la nostra storia e consigliarci i giusti standard di vita comune, per raggiungere pace e armonia. Forse saranno in grado di accedere a banche dati e usare strumenti di analisi che vanno ben oltre le capacità umane. A un certo punto, i sistemi di AI, compresi quelli tangibili, che occupano il mondo fisico attorno a noi, potrebbero sviluppare caratteristiche sufficienti a indicare un’autonomia decisionale o addirittura qualcosa di simile a una coscienza, tali da indurci a sviluppare nuovi principi di governance, normativi, morali ed etici per interagire con loro.

Qualsiasi cosa accadrà in futuro, già da ora dobbiamo porre le migliori basi possibili.

Forse un giorno le persone ripenseranno a questo momento storico in cui un oracolo di Delfi creato da noi umani ci ispirò ad aggiungere una nuova dimensione positiva generata dall’AI sia ai nostri sistemi operativi etici sia alla portata dei nostri sogni.

Se per ricevere una rivelazione di questo tipo dovremo salire tutti su un metaforico monte Sinai, spero che avremo il coraggio e la saggezza di provarci.

Se ti va di seguirmi, procedi, Numero Uno!

Tratto da “Magnificamente Umani. I Dieci Comandamenti dell’IA” (Luiss University Press), di Jamie Metzl, 232 pagine, 22 euro. 

L'articolo Perché il futuro nasce sempre da una storia proviene da Linkiesta.it.

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