Nolan Gambardella, e l’abolizione del sesso e dell’ironia

C’è una cosa, rispetto all’“Odissea”, quel film sulla crisi dell’uomo del ventunesimo secolo che Christopher Nolan ha finto di trarre da un poema epico di trenta secoli prima, che penso ogni giorno da quando ho visto il film, cioè da due settimane.
No, non è il fatto che, avendo eliminato Nausicaa, Nolan ha trasformato Calipso, che faceva di Ulisse il suo toy boy, in una figura materna e accudente. No, non è neppure il fatto che dalla scena di Polifemo manca «il mio nome è Nessuno», cioè la più famosa battuta dell’“Odissea” – di quella che fin qui era “L’odissea”.
O meglio, sono tutt’e due queste cose, e la ragione per cui Nolan le ha cambiate, così come ha cambiato la relazione di Ulisse con Circe, cui manca solo lui dica «dai, ritrasformami veloce ’sti marinai che il film è già lungo così e non possiamo metterci tutto il pomeriggio». E no, la ragione non è che il film era già lungo.
La ragione è la ragione principale del successo del film, che non piace solo a quelli che ci tengono a farci sapere che loro alle medie hanno letto Omero e sanno trovare le piccole differenze, e a una minuscola minoranza (tra cui io) che perlopiù evita di dire che si è abbastanza annoiata fino all’ultima mezz’ora, quando finalmente non fa più finta di non essere un film di menare. In genere sto zitta perché quelli che ci tengono a dirti che non gli è piaciuto Nolan sono così noiosi, e hanno delle obiezioni così stupide, che non mi voglio mescolare.
Ma il successo del film dipende da quel che Nolan ha tolto a Omero, che è quel che questo secolo non sopporta, e l’ho capito ieri, non andando a rivedere “L’odissea” (non esageriamo), ma aspettando che un’edicolante mi trovasse una rivista.
È un fenomeno che conoscete bene e che ora cominciano a conoscere anche in posti che finora se l’erano risparmiato: la settimana scorsa sul New York Magazine c’era un articolo sull’ascesa delle edicole che vendono tutto tranne che giornali. Finora la città di New York aveva regole che vietavano la riconversione delle edicole, ora puoi andare dall’edicolante a chiedergli un cappuccino.
Qui è così già da un po’, e meno male, altrimenti quelle quattro edicole rimaste aperte non avrebbero potuto campare con gli spiccetti di noialtri che ci ostiniamo a comprare i giornali. Invece vendono gadget ai turisti, giocattoli ai bambini, ricchi premi e cotillon. La mia preferita tra le sportine di stoffa (in milanese: tote bag) l’ho comprata dopo averla vista lì appesa un’altra volta in cui un’altra edicolante mi stava cercando un’altra rivista. C’è scritto: «The Bologna Sporta. Commonly used by professional housewives, also known as “zdàura”».
Ieri, mentre l’edicolante cercava un reperto archeologico (un settimanale, nientemeno), ho notato dei magneti da frigo. L’ormai impresentabile motto cittadino della Bologna del Novecento diceva che era la città delle tre T: torri, tette, tortellini. Lo si trovava sulle cartoline (vi ricordate quando dalle vacanze mandavamo cartoline illustrate? Ho deciso che quest’anno devo ripristinare l’abitudine).
Ieri, in edicola, vedo il motto su un magnete da frigo. Sotto c’è la scritta, “Bologna – 3T”. Sopra due torri, in cima tre tortellini, e in mezzo due tette, in rilievo, coi loro bravi capezzoli turgidi. Faccio una foto e, un istante prima di postarla su Instagram, mi ricordo che non si può: viviamo nel tempo più sessuofobico della storia dell’uomo, Torquemada era Tinto Brass in confronto all’algoritmo, e su Instagram i capezzoli sono vietati.
Questo è il punto in cui Ernst Lubitsch mi avrebbe esortata a lasciarvi fare due più due: diceva che se fornivi gli elementi al pubblico e gli lasciavi tirare le conclusioni quello si sentiva intelligente e ti amava moltissimo. Ma Lubitsch parlava di un pubblico con una soglia di attenzione diversa da quella di chi sta scrollando quest’articolo al cesso e mai arriverà da solo a capire perché Sorcioni sembrava parlasse dell’“Odissea” e poi s’è messa a parlare delle tette in edicola.
Nolan non ha eliminato a caso il fatto che Ulisse deve scoparsi Circe per un anno per convincerla a restituire forma umana al suo equipaggio, o il guizzo di sagacia con cui evita che Polifemo sappia chi l’ha ferito. Nolan ha eliminato da un prodotto popolare di questo secolo – da un prodotto costato troppo per accollarsi il rischio che l’esito non fosse la popolarità – le due cose che questo secolo peggio tollera: l’erotismo, e l’umorismo.
Calipso, dice Emily Wilson, interpretata da Charlize Theron è molto bella ma non è «mai incazzata, non fa mai ridere, non è un’abile retore e non è consumata dalla lussuria nei confronti della sua vittima mortale». Emily Wilson è l’autrice della traduzione dell’“Odissea” che Nolan ha citato nelle interviste, e ha scritto sulla London Review of Books che sarebbe imbarazzata se avesse scritto lei questa sceneggiatura in cui Calipso è «una psicoterapeuta non retribuita».
«Pessima scrittura, nessuno dei personaggi ha per le proprie parole o azioni motivazioni convincenti, non ci sono scene di sesso e il cibo non ha l’aria appetitosa». Quest’ultimo dettaglio è in effetti incomprensibile, nel secolo di “Masterchef”, ma tutto il resto, Emily, se tu fossi italiana te l’avrebbe spiegato Jep.
C’è una cosa che diceva Jep Gambardella nella “Grande bellezza”, e la diceva parlando dell’Italia, ma vale per tutto il mondo, vale per questo secolo, vale per “L’odissea” così come per qualunque trombonata che viene scambiata dal ceto medio complessato per opera di valore: ti prendono sul serio solo se ti prendi sul serio. Ho visto “L’odissea” la mattina del 16 luglio, e da quel pomeriggio ho avuto solo conversazioni in cui chiamavo Nolan “Chris Gambardella”.
Non ho visto nessun film precedente di Nolan (non so bene perché, credo per caso, ma vai a sapere: magari l’inconscio esiste e mi tutelava da questo prendersisulserismo), quindi non so se sia una sua cifra stilistica, l’abolizione di erotismo e umorismo. So però che il pubblico è convinto non di vivere in un secolo terrorizzato dall’ambiguità morale, ma in un secolo in cui di ambiguità ce n’è troppa.
Domenica, Maureen Dowd ha scritto di quella che la classicista Mary Beard aveva definito la «smarrita sensualità elusiva» nell’adattamento gambardelliano. Dice con perfettissima immagine Dowd che la Circe di questo film, più che una strega che esige il tributo del talamo, è «una hippie femminista che fa ceramiche in Vermont».
Il giorno dopo, su Repubblica, arriva Francesco Merlo con un pezzo in cui loda la mancanza di scene di sesso come scelta rivoluzionaria e coraggiosa, contrapposta a «registi che si sentono fighi perché esplorano i particolari ginecologici, incalliti onanisti che spacciano per arte le loro estenuazioni»: ma chi? Ma dove? Ma in che secolo?
Forse Merlo è rimasto, beato lui, congelato nel secolo in cui Margaret Atwood o Kurt Vonnegut scrivevano su Playboy. Qui siamo nell’inedita epoca dei ventenni non scopanti e, poiché oltre a non farlo nella vita si offendono anche se qualcuno lo fa al cinema, le scene di sesso sono sparite dai film ormai da anni.
Quando Natalia Ginzburg diceva a Enzo Biagi che «i film erotici sono spesso lugubri e noiosi», era il 1975. Nel 2026, Christopher Gambardella fa di un unico personaggio, Menelao, uno cui sia rimasto uno straccio di impulso sessuale, e quel personaggio è una replica estetica di Andrew Tate. Non è solo che non ci ha messo il sesso: è che dove se ne intuisce il passaggio, là il maschio è fatto a forma di noto stupratore. Ma Merlo dice che il presente è pieno di estenuazioni ginecologiche, e Merlo è un uomo d’onore.
D’altra parte il meno scemo dei miei amici (pensa gli altri), uscito dal cinema, ha sospirato soddisfatto che basta con questa ironia postmoderna, finalmente un filmone che si prende sul serio. Poiché è il meno scemo dei miei amici, ho pensato a un colpo di calore: non fanno altro, tutti, che prendersi sul serio.
Poi ho capito cosa intendeva. Grandi poteri, grandi responsabilità. Grandi budget, grandi prese di posizione. Finché a prendersi sul serio erano i memoir familiari di Cazzi Miei Tristi, non valeva. Solo adesso, che è stata abolita in un film con duecentocinquanta milioni di budget e che in due settimane ha già superato i seicentocinquanta d’incasso, solo adesso l’ironia è finalmente davvero fuori legge, come le tette su Instagram.
Avevamo già smesso di fare sesso, ora smettiamo anche di fare battute. Ci restano le friggitrici ad aria e le telecamere davanti alle quali struccarci in compagnia dei follower. Cosa potrà mai andar storto.
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