Pesca mondiale ai calamari: illegalità diffusa, distruzione ambientale e gravi violazioni dei diritti umani

Il rapporto “OUT OF SIGHT, OUT OF CONTROL: The global boom in destructive squid fishing” pubblicato da Environmental Justice Foundation (EJF), frutto di 5 anni di ricerca e di oltre 430 interviste a pescatori indonesiani e filippini imbarcati su 249 pescherecci d’altura, è tra i più completi mai pubblicati, denuncia carenze sistemiche in tre importanti aree di pesca dei calamari: l’Oceano Indiano nord-occidentale, il Pacifico sud-orientale e l’Atlantico sud-occidentale, che insieme forniscono circa il 60% dei calamari a livello mondiale.
EJF sottolinea che «I risultati rivelano che queste attività di pesca operano in larga misura al di fuori di un controllo efficace, creando condizioni in cui gli abusi proliferano indisturbati. I pescatori hanno riferito episodi di violenza, mancato pagamento dei salari e decessi in mare, oltre a pratiche diffuse di taglio delle pinne degli squali e alla cattura di specie marine vulnerabili. Quasi tutti gli intervistati hanno segnalato trasbordi in mare, una pratica che consente alle navi di rimanere in mare per periodi prolungati, occultando l’origine delle catture e permettendo a prodotti illegali o non sostenibili di entrare nelle catene di approvvigionamento globali».
Un pescatore indonesiano imbarcato su una nave per la pesca di calamari/sauri battente bandiera taiwanese operante nell’Atlantico sud-occidentale, ha raccontato che «I corpi [degli squali] venivano talvolta gettati via, si prendevano solo le pinne [...] Se le avessimo raccolte tutte, ce ne sarebbero state moltissime, probabilmente circa una tonnellata. Ce n’erano davvero parecchie [pinne]. Venivano messe prima in sacchi e poi conservate nel congelatore».
Un pescatore filippino imbarcato su una lampara battente bandiera cinese operante nell’Oceano Indiano nord-occidentale, ha rivelato che «Una tartaruga è stata usata come esca. È stata usata una sola volta. La tartaruga era finita per caso nella rete; volevamo aiutarla a liberarsi, ma il capitano ci ha ordinato di usarla come esca. È rimasta lì per quasi tre mesi, gravemente ferita. La tartaruga attirava molti calamari e pesci: facemmo una pesca abbondante».
L’inchiesta ha rilevato che «Le condizioni peggiorano sensibilmente durante i viaggi più lunghi. Sulle navi operative per oltre un anno senza rientrare in porto, le segnalazioni di abusi fisici e di pratiche dannose per l’ambiente sono aumentate in modo marcato. La flotta cinese di pesca d’altura dei calamari, la più grande al mondo, è risultata associata agli esiti più gravi in quasi tutti gli indicatori misurati, tra cui gli abusi sul lavoro, le pratiche illegali e i danni ambientali. L’ampiezza e l’opacità di queste operazioni sollevano serie preoccupazioni per i mercati ittici globali».
Un pescatore indonesiano imbarcato su una lampara battente bandiera cinese operante nell’Oceano Indiano nord-occidentale, ha denunciato che «Quando ci rifiutavamo di pescare, venivamo rimproverati e maltrattati fisicamente [...] Ci prendevano a calci e ci colpivano [...] L’ho subito spesso. Dipendeva da noi: se eravamo diligenti, non venivamo presi a calci [...] Ci fu un momento in cui mi fu chiesto di pescare, ma mi addormentai nella sala macchine. Fui preso a calci dal capitano»,
Un altro pescatore indonesiano, ma imbarcato su una nave per la pesca di calamari battente bandiera coreana operante nell’Atlantico sud-occidentale, conferma gli abusi fisici: «Erano frequenti. Li vedevo quasi ogni giorno. Un membro dell’equipaggio era ancora giovane, sotto i vent’anni [...] Veniva colpito di frequente. Una volta gli furono persino strappati i pantaloni fino a romperli».
Ed è ancora un pescatore indonesiano imbarcato su una lampara battente bandiera cinese operante nell’Oceano Indiano nord-occidentale a spiegare che gli abusi e le violenze sono molto diffusi «Senza alcun preavviso, fu immediatamente picchiato, strangolato e preso a calci. Fu pestato dall’area di lavoro fino giù nella stiva. Sì, fu picchiato e anche inseguito. Il capitano e il nostromo si comportavano come se fosse una cosa normale. Uno di loro rideva persino. Si limitavano a guardare. Quando venivamo presi a pugni o picchiati, restavano semplicemente a guardarci».
Presentando il rapporto, Steve Trent, Amministratore Delegato e Fondatore di EJF, ha detto: «Ciò che questa inchiesta rivela è un fallimento sistemico della regolamentazione in alto mare. In assenza di trasparenza e controllo efficace, la pesca illegale, la distruzione ambientale e le violazioni dei diritti umani non costituiscono eccezioni: sono la norma. Questi prodotti entrano ogni giorno nei mercati di tutto il mondo. Senza un’azione urgente, consumatori, rivenditori e governi rischiano di rendersi complici di un sistema fondato sullo sfruttamento e sulla segretezza. Esiste una via d’uscita chiara. I governi devono garantire la trasparenza lungo tutte le catene di approvvigionamento ittico e attuare pienamente la Carta globale per la trasparenza della pesca (Global Charter for Fisheries Transparency). Allo stesso tempo, è necessaria un’azione multilaterale decisa per assoggettare queste attività di pesca a una gestione efficace e per garantire la tutela dei diritti dei pescatori e la salute del nostro oceano».
Il rapporto evidenzia una lacuna normativa fondamentale: la pesca industriale su larga scala si svolge in aree al di fuori della giurisdizione nazionale, con una governance limitata o inesistente. Gli attuali quadri regionali di gestione della pesca non sono riusciti a stare al passo. Per questo EJF chiede: Un’azione urgente da parte di governi, industria e organismi internazionali, compreso un controllo più rigoroso delle flotte di pesca d’altura; Una regolamentazione rigorosa dei trasbordi, limiti al tempo trascorso in mare e migliori tutele del lavoro per i pescatori; Che gli Stati di mercato, compresi i principali importatori di prodotti ittici, rafforzino i controlli per impedire l’ingresso nelle catene di approvvigionamento di prodotti legati alla pesca illegale e al lavoro forzato.
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