Progettare le qualità invisibili degli spazi

12 Giugno 2026 - 05:06
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Progettare le qualità invisibili degli spazi

Per secoli l’architettura ha privilegiato lo sguardo e forme, volumi, proporzioni e materiali sono stati pensati soprattutto per essere osservati. Eppure l’esperienza di uno spazio passa attraverso molti altri canali: il modo in cui l’aria circola, la temperatura percepita, i rumori di fondo, la consistenza delle superfici e persino gli odori. È da questa consapevolezza che prendono forma due percorsi formativi di POLI.design, dedicati rispettivamente all’olfactive design e alla progettazione delle atmosfere.

Il primo affronta una disciplina ancora poco conosciuta ma sempre più presente nei processi di progettazione contemporanei. L’olfatto viene considerato come uno strumento capace di influenzare il rapporto tra persone e ambienti, attivando memoria, orientamento e senso di appartenenza. Come spiega Anna Barbara, docente e direttrice scientifica del percorso, l’olfactive design non consiste semplicemente nella scelta di una fragranza, ma nella progettazione dell’intera dimensione olfattiva di uno spazio. Conta il modo in cui le molecole si diffondono, la loro permanenza nell’aria, l’interazione con materiali, ventilazione, umidità e comportamenti umani.

L’odore, in questa prospettiva, diventa un vero materiale di progetto. Le applicazioni spaziano dal retail all’hospitality, dai musei agli ambienti di lavoro, fino ai luoghi della cura e agli spazi educativi. Il programma affronta temi che vanno dalla storia culturale dell’olfatto alle neuroscienze, dalla chimica degli aromi alla qualità dell’aria, formando professionisti in grado di dialogare con specialisti di discipline differenti, dalla ventilazione al marketing sensoriale.

La stessa logica multidisciplinare caratterizza il master Designing Atmospheres – Next Skills and Qualities for Spaces and Interiors. Qui il concetto di atmosfera diventa il punto di partenza per ripensare il progetto degli spazi in un contesto in cui la rivoluzione digitale ha modificato non solo gli strumenti tecnologici, ma anche il modo di vivere gli ambienti. Luce, colore, suono, odore, microclima e tecnologie immersive vengono considerati elementi integrati di un’unica esperienza.

Il percorso amplia il ruolo tradizionale dello spatial designer introducendo competenze che intrecciano neuroscienze, psicologia ambientale, storytelling e progettazione dell’esperienza. Tra i temi affrontati compaiono il Sense-Based Design, dedicato alla costruzione delle esperienze sensoriali, e lo Space/Time-Based Design, che interpreta gli spazi come sistemi dinamici attraversati da flussi, relazioni e trasformazioni continue.

Anche il corpo docente riflette questa apertura disciplinare. Accanto ad architetti e designer figurano studiosi delle neuroscienze, artisti, ricercatori e professionisti della performance e delle tecnologie immersive, tra cui Philippe Rahm, Giuliana Bruno, Studio Drift, teamLab Architects, Davide Ruzzon e Marco Balich.

Al di là dei singoli percorsi, il segnale culturale appare chiaro: in un’epoca in cui l’esperienza conta quanto la funzione, il progetto contemporaneo tende a superare una concezione esclusivamente visiva dello spazio. Architettura e design si confrontano sempre più con dimensioni immateriali e relazionali, riconoscendo che abitare un luogo significa prima di tutto percepirlo con tutti i sensi.

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