Putin perde consensi pure in Russia

Il consenso di Vladimir Putin, tra marzo e aprile, è sceso in Russia per sei settimane consecutive. Una notizia rilevante, soprattutto perché a dirlo è il principale istituto (statale) di sondaggi russo, Vciom – che ha diffuso i dati intorno a metà aprile. Il centro di ricerca sull’opinione pubblica russa ha registrato infatti il 66,7 per cento di approvazione e il settantadue per cento di fiducia personale nei confronti dell’autocrate del Cremlino: percentuali in assoluto decisamente elevate, ma in realtà le più basse dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina (come sottolineato dal media indipendente Meduza; basti pensare che per Vciom solo a gennaio la fiducia era ancora pari all’ottanta per cento).
Anche l’istituto indipendente non governativo Levada avvalora la tendenza – sebbene con numeri più alti, ma sostenendo comunque la tesi del calo. In un sondaggio d’opinione di marzo, l’ottanta per cento afferma di appoggiare ancora Putin, con però una perdita di sette punti percentuali rispetto a sei mesi prima, e trattandosi addirittura del livello più basso dal novembre 2022. Nella stessa rilevazione, con specifico riferimento alla guerra contro l’Ucraina, emerge che solo un quarto dei cittadini russi ritiene necessario proseguire la campagna militare, con il sessantaquattro per cento favorevole alla fine dell’invasione.
A febbraio 2022, la metà degli intervistati sosteneva la guerra: calo drastico, verso un conflitto visto con favore soprattutto dalle generazioni più avanti con gli anni, che appaiono come più manipolabili dai mezzi di comunicazione – in primo luogo televisivi – gestiti direttamente dall’autocrazia. Ancora, il giornale online russo The Insider, piattaforma indipendente, segnala un aumento dell’insoddisfazione complessiva nei confronti dell’operato del governo, salito dal sedici per cento dello scorso anno al ventisei per cento di marzo 2026 – il dato maggiore dal luglio 2023.
Messi tutti in fila, si tratta di elementi attorno ai quali fare alcune considerazioni, a partire dalle prospettive per lo stesso Putin. O meglio, a un’alternativa al regime putiniano, non ancora esistente e organizzata, ma che potrebbe sfruttare questa lenta quanto potenzialmente decisiva contrazione, sebbene il controllo monopolistico sotto quasi tutti aspetti e fattori della società russa sia ancora pervasivo e dominante.
È significativo sottolineare come non sia solo la disastrosa guerra in Ucraina a svigorire l’immagine leaderistica putiniana. Se è chiaro che una operazione militare speciale entrata nel quinto anno di guerra, dopo la promessa di concludersi nel giro di pochi giorni, abbia segnatamente causato uno shock percettivo interno, insieme purtroppo a perdite enormi (il think thank statunitense Csis, Center for Strategic and International Studies, parlava infatti a febbraio di 1.2 milioni di perdite russe tra morti, dispersi e feriti, pari all’un per cento della popolazione tra decessi e feriti e con almeno 325mila vittime militari, il doppio delle seicentomila persone ucraine uccise), esistono più motivazioni interne, che in qualche maniera sono connesse o causate direttamente dall’andamento fallimentare dell’invasione.
L’alta inflazione, provocata proprio dalla mobilitazione militare e da un’economia nazionale convertita a economia di guerra da produzione bellica continua, colpisce vivere quotidiano e tessuto produttivo. Alcuni funzionari russi non hanno potuto nascondere la difficile situazione economica, con lo stesso Putin che ha affrontato la gravità del quadro – ammettendo a metà aprile un calo, per due mesi consecutivi, della crescita economica, con il Pil in contrazione dell’1,8 per cento tra gennaio e febbraio, dipingendo industria manifatturiera, produzione industriale e indicatori macroeconomici come in seria difficoltà. Oltre alla sofferenza dell’economia, che tocca sensazioni, emozioni e carne viva, il rallentamento di internet per “motivi di sicurezza”, e quindi la sospensione di canali come Whatsapp e Telegram, è una forma di controllo che risulta in buona sostanza fortemente impopolare, pensata per l’appunto come guinzaglio al correre di informazioni negative.
Ci si chiede dunque fino a quando saranno sopportabili dalla popolazione russa costi continui, e se soprattutto, nel frattempo, potrà sorgere e generarsi dalla stessa società civile una qualche alternativa politica, alimentata dai cappi di quella rigidità dispotica, nella prospettiva di un ipotizzabile Putin al potere fino al 2036, dopo la modifica costituzionale del 2020 che gli permetterebbe altri due mandati. Nel frattempo, in Europa la musica sembra cambiare nei Paesi considerati più vicini al Cremlino. Le dichiarazioni di Robert Fico, che ha affermato di ricercare relazioni solide tra Slovacchia e Ucraina, e addirittura di sostenere l’adesione dello stato invaso all’Unione europea, potendo persino condividere la propria esperienza sul processo di adesione, imprime un salto di qualità notevole nella linea slovacca. Allo stesso modo, la sconfitta della vera colonna putiniana dentro l’Unione, Viktor Orbán, che ha lavorato da nemico interno per bloccare qualsiasi passaggio integrativo nella direzione dell’Unione politica – beneficiando contemporaneamente come nessun altro dallo stare dentro l’Ue – e parso continuamente come il freno tra gli stati membri a un sostegno ancor più netto e determinato agli ucraini, è stata una batosta in primis per lo stesso Putin. L’arrivo del futuro primo ministro ungherese Péter Magyar, da accogliere con speranzosa fiducia, è stato accompagnato da una uscita pubblica molto importante: «Non possiamo chiedere a nessun Paese di rinunciare al proprio territorio», nella consapevolezza analitica dell’Ucraina come vittima, offrendosi inoltre di incontrare, a giugno, Zelensky.
Infine, c’è la situazione di campo, dove negli ultimi due mesi la pur lenta avanzata russa è stata pressoché arrestata, con gli ucraini capaci di guadagnare terreno in alcune zone strategiche, grazie alla capacità maturata nell’utilizzo di droni e dell’avanguardia del sistema di difesa aerea, in grado di scagliare attacchi nel suolo russo, aventi come bersagli impianti petroliferi e porti. Mentre durante il 25 aprile di casa nostra vengono non gradite o cacciate le bandiere ucraine nelle principali città italiane, dunque, gli ucraini riconquistano territori, rafforzando la propria difesa e con essa la propria autodeterminazione e volontà di esistere. Difendendosi, appunto, anche e come sempre pure per la nostra libertà.
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