Quanto ancora resterà chiuso lo Stretto di Hormuz?

Sono già trascorsi più di due mesi dall'inizio del bombardamento Israelitico-Americano di Teheran, che diede inizio alla guerra contro l’Iran, ancora oggi tragicamente in corso; ricordiamo bene che fin dall’inizio del conflitto, le ragioni degli Stati Uniti che lo innescarono restano tutt’oggi incomprensibili. Abbiamo più volte sentito da fonti governative statunitensi che la guerra sia effettivamente finita e che l'America da oltre un mese afferma di aver vinto.
La catastrofica guerra innescata da The Donald ha assunto aspetti che sfuggono alla nostra comprensione, rimarcato anche dallo spettacolo fornito dal suo segretario di Stato, Marco Rubio (oggi ancora a Roma), che ha affermato di fronte ai giornalisti delle principali testa americane - il 5 maggio scorso -, che l'obiettivo principale era riportare lo Stretto di Hormuz "com'era: chiunque può usarlo, niente mine in acqua, nessuno paga i pedaggi", sostenendo che si trattava di un'operazione difensiva e umanitaria, completamente separata, e che sarebbe diventata una guerra vera e propria solo se le navi statunitensi fossero state colpite dal fuoco iraniano cosa che, puntualmente, accadde realmente lo stesso giorno.
Rubio, manifestando una notevole cheeky ignorò l'ovvia contraddizione in termini secondo la quale l'operazione umanitaria era stata resa necessaria proprio dalla guerra che stava, peraltro, contemporaneamente presentando come già vinta: potenza della retorica a stelle e strisce...
Per rendere la cornice ancora più inestricabile, lo stesso giorno Trump annunciò erga omnes che avrebbe sospeso il "Project Freedom": il piano voluto dallo stesso presidente e riguardante il fatto che la U.S. Navy avrebbe scortato le petroliere fuori dallo Stretto di Hormuz e questo annuncio e appena dopo un solo giorno lo stesso Trump si è affrettato a dichiararlo chiuso. Giornalmente il presidente degli Stati Uniti proclama presunti «grandi progressi» verso un accordo con l'Iran, purtroppo smentito puntualmente dai fatti concreti, come dimostrano i mercati azionari global che, purtroppo, hanno ripreso a ricadere nuovamente.
Intuitivamente, pensiamo che Trump non vede l’ora di lasciarsi alle spalle questa guerra se non disastrosa, diventata certamente difficile da controllare come, forse, con troppa superficialità pensava di poter fare; il 14 maggio è stata fissata la data per il suo viaggio a Pechino ed è chiaro che presentarsi davanti al governo cinese con un problema irresoluto di tale portata non depone bene per il presidente degli Usa.
Cerchiamo di capire quali sono le ragioni più verosimili per le quali Trump ha gettato alle ortiche il “Project Freedom” e che già appariva chiaro a molti osservatori non potesse bastare a risolvere la complessità della crisi. Riteniamo necessario richiamare il fatto che la maggior parte dei proprietari-armatori delle oltre 1.500 navi da carico, ancora oggi bloccate dentro lo Hormuz, non era minimamente disposta a rischiare il passaggio anche se scortate da navi da guerra americane. Avevano tutti ben presenti la risposta iraniana, che si era concretizzata, attaccando navi e lanciando missili contro gli Emirati Arabi Uniti; tutto ciò renderebbe l’attacco delle petroliere che avrebbero forzato il transito nello Stretto altamente probabile.
L’impressione che possiamo avere noi modesti osservatori, che siamo qui a guardare dall’altra parte dell’Oceano i repentini cambiamenti degli obiettivi geopolitici di Trump e la condotta della questa guerra di cui si è voluto intestare la paternità, appare oramai sempre più orientata alla disperata ricerca di una via d'uscita, che mitighi i risultati di questo colossale fallimento strategico.
Non possiamo sottacere che la guerra ha fortemente minato la fiducia tra gli alleati regionali degli Stati Uniti, gli Stati del Golfo Persico, sul fatto che Washington sia in grado di proteggerli: infatti, i droni e i missili degli Ayatollah hanno colpito ovunque; va anche detto che alleati tradizionali degli Stati Uniti sono stati incolpati (e poi puniti) per non aver risolto un problema che non avevano creato né potuto risolvere: l’invio di forze navali nello Stretto di Hormuz.
Alla fine, non siamo molto lontano dal vero se ci spingiamo ad affermare che, paradossalmente, gli attacchi statunitensi e israeliani sono finiti per consolidare ulteriormente un regime brutale e col quale sarà ancora più difficile negoziare, finendo senza volerlo per emarginare le voci moderate all'interno dell'Iran.
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