Rimandare la plastic tax è già costato all’Italia almeno 2 miliardi di euro

08 Ottobre 2026 - 09:30
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Rimandare la plastic tax è già costato all’Italia almeno 2 miliardi di euro

Sette anni di rinvii e almeno 2 miliardi di euro di potenziale gettito fiscale mai arrivati nelle casse pubbliche, a causa di una tassa da 0,45 centesimi di euro per ogni chilogrammo di prodotti in plastica monouso venduti. È il conto tracciato da Greenpeace sulla plastic tax italiana, introdotta con la legge di Bilancio 2020 ma mai entrata in vigore: ogni Governo ne ha posticipato l’applicazione e quello guidato da Giorgia Meloni ha appena spostato nuovamente la scadenza, da luglio 2026 a gennaio 2027.

L’imposta è stata concepita per colpire i cosiddetti Macsi, i manufatti con singolo impiego: imballaggi in plastica monouso utilizzati per merci e prodotti alimentari. L’obiettivo è rendere economicamente meno conveniente la plastica vergine, spingendo imprese e consumatori verso una progressiva riduzione degli imballaggi usa e getta.

Gli effetti dei rinvii sono intanto misurabili sul versante delle entrate. L’associazione ambientalista stima un mancato gettito pari a circa 1,2 miliardi di euro soltanto tra il 2020 e il 2023. Assumendo introiti medi annui nell’ordine di 300 milioni, alla fine del 2026 le risorse non incassate dallo Stato arriverebbero almeno a 2 miliardi di euro.

Denaro che avrebbe potuto sostenere il miglioramento della raccolta differenziata, l’introduzione di sistemi di deposito cauzionale per i contenitori delle bevande – i cosiddetti Deposit return system (Drs) – o gli interventi di ecodesign necessari a rendere gli imballaggi più facilmente riciclabili. Le risorse avrebbero potuto finanziare anche altre politiche coerenti con gli obiettivi ambientali e climatici dell’Unione europea.

Ma la mancata applicazione della tassa non pesa soltanto sui bilanci dello Stato. Il meccanismo esclude infatti i materiali prodotti con plastica riciclata, oltre agli imballaggi compostabili e a quelli destinati agli usi farmaceutici, creando sulla carta un vantaggio competitivo per le alternative alla plastica vergine.

«Una sua corretta applicazione avrebbe permesso di far decollare il mercato dei prodotti riciclati», sottolinea Greenpeace, mentre oggi quello stesso mercato è in profonda crisi. Il continuo rinvio avrebbe invece conservato condizioni favorevoli alla produzione di imballaggi in materia prima vergine, proprio mentre la sovrapproduzione resta al centro della crisi globale della plastica: secondo le stime riportate dall’associazione, tra il 2020 e il 2050 i volumi prodotti a livello mondiale sono destinati a raddoppiare.

Per Greenpeace servono dunque strumenti vincolanti capaci di intervenire sull’intero ciclo di vita della plastica, imponendo alle grandi multinazionali di aumentare l’offerta di prodotti sfusi o contenuti in imballaggi riutilizzabili e responsabilizzando ogni Paese sulla gestione dei propri rifiuti.

Dopo lo stallo degli ultimi negoziati, il percorso verso un Trattato globale contro l’inquinamento da plastica sotto l’egida delle Nazioni Unite riprenderà nel 2027. Per questo l’associazione ambientalista chiede al Governo italiano di sostenere un accordo efficace sulla riduzione della produzione; nel frattempo, anche la plastic tax nazionale resterà ferma almeno fino allo stesso anno.

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